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giunge finalmente a conclusione
l'avvincente avventura dei romanzi che hanno partecipato al Premio URANIA
La decisione
della nostra Casa editrice di bandire un Premio URANIA -premio da attribuirsi
durante la manifestazione napoletana "Futuro Remoto", e che prevede la
pubblicazione del romanzo vincitore su queste pagine -è un avvenimento
di notevole importanza nell'ambito della fantascienza nazionale. In questo
stesso numero ve ne forniamo la cronistoria e il consuntivo "tecnico":
per il momento soffermiamoci su qualche considerazione di carattere più
generale.
L'iniziativa ha indotto
all'adesione parecchi scrittori e il livello medio dei romanzi finalisti
(di cui pubblichiamo un elenco a parte) è senz'altro buono.
ll vincitore, Vittorio Catani,
è uno dei nomi più significativi nel campo della fantascienza
italiana e l'uscita del suo romanzo su URANIA romperà il quasi
trentennale silenzio mantenuto
da questa rivista sugli autori di casa nostra. Un silenzio ingiustificato?
Si, se si parte da un punto di vista partigiano e che
tenga conto del pur sacrosanto
orgoglio nazionale; no se si pensa che questa decisione corrispondeva a
una precisa politica editoriale in auge negli anni Sessanta e Settanta,
quando sembrava sconsigliabile (per ragioni di gusto ) l'accostamento di
un Ballard, un Disch, un Asimov o un Bradbury a un Catani,
Aldani, Miglieruolo o Prosperi.
Non staremo a discutere le ragioni che indussero a queste scelte: come
abbiamo detto si trattava di criteri di gusto, e i
curatori di questa rivista
-Carlo Fruttero e Franco Lucentini -avevano tutto l'interesse ad aprire
URANIA a nuove prospettive, a farla uscire dal "provincialismo" dei tardi
anni Cinquanta, quando una ridda di romanzi francesi e italiani non sempre
all'altezza della situazione erano stati affiancati ai testi angloamericani.
(Una gustosa boutade
di
Fruttero, per cui un disco volante non sarebbe mai potuto atterrare a Lucca,
fu presa alla lettera dagli apostoli della fantascienza nazionale e per
decenni indicata come il colmo della blasfemia).
Oggi il clima culturale
è cambiato: i dischi volanti hanno avuto permesso d'atterraggio
un po' dappertutto, con la conseguenza che se n'è avuta un'inflazione:
e gli stessi americani, dopo gli Incontri ravvicinati del terzo tipo,
farebbero meglio ad arrossire e a pensarne qualcuna meno sdolcinata. Resta
per noi la domanda più importante: ammesso che un evento fantascientifico
e celestiale si verificasse a Lucca -o in qualunque altra cittadella del
nostro paese -quale conseguenza ne trarrebbero gli scrittori? Perche è
questo il punto: lo tratterebbero come una delle tante apparizioni della
Madonna che ben si confanno al nostro retaggio cattolico? Lo sezionerebbero
nel laboratorio della "sociologia" per dimostrare che l'ideale storicistico-gentiliano
prevale anche su Marte? Ne trarrebbero materia per una lezione, un apologo,
una qualche metafora (horresco referens ) di non ben precisata natura
ma che certo "investe l'Uomo"?
La fantascienza anglosassone,
quella migliore, piace proprio per la sua assenza di luoghi comuni, filosofemi
e predicozzi; la fantascienza italiana vi è più incline,
ma dal coacervo delle belle speranze sono ripetutamente emersi autori che
avevano la capacità di dire qualcosa e l'hanno detta, superando
tutti gli ostacoli: Lino Aldani, Piero Prosperi, Riccardo Leveghi, Sandro
Sandrelli, Vittorio Curtoni, Mauro Antonio Miglieruolo, Renato Pestriniero,
Roberto Vacca, lnisero Cremaschi e naturalmente Vittorio Catani. Ma ce
ne sono altri, di più recente formazione e di notevole bravura:
Nino Filastò, Luigi Menghini e Gianluigi Zuddas.
Senza dimenticare le scrittrici,
dalla compianta Anna Rinonapoli a Gilda Musa e Daniela Piegai...
Crediamo che il lavoro di
tutte queste persone (e delle altre che le esigenze di spazio non ci hanno
permesso di ricordare) sia stato reso difficile e ingrato dalle avverse
condizioni del mercato: negli anni Sessanta si sapeva che "Cosmo" Ponzoni
pubblicava gli italiani, ma sotto atroci pseudonimi (Hugh Maylon, alias
Ugo Malaguti; Robert Rainbell, cioè Roberta Rambelli); si leggeva
su URANIA "Il Marziano in cattedra", fatto con gusto e con brio, ma era
pur sempre un'appendice; si seguiva l"' Accademia" di "Galaxy" e "Galassia",
ma era un po' un limbo. Eppure, tutte queste iniziative hanno tenuto in
vita la speranza degli scrittori italiani di fantascienza. Scrittori che
sono stati ospitati, con maggior regolarità e serietà, su
"Galassia" CELT dopo la metà degli anni Sessanta (opera di Roberta
Rambelli e Ugo Malaguti, essi stessi autori di romanzi), sulle riviste
romane "Futuro" e "Oltre il cielo" e più tardi sulle sofisticate
"Gamma" (alla fine degli anni Sessanta) e, un decennio dopo, "Robot".
Le opere pubblicate erano
e sono disuguali: una certa ingenuità professionale -quella mancanza
di levigatezza e sapersi vendere che dà lustro agli stranieri, e
che, d'altra parte, è ottenuta con l'assistenza professionale degli
"editors" -ha contribuito a radicare l'idea che la sf di casa nostra fosse
un genere minore se non addirittura trascurabile, un cattivo innesto; punto
di vista superficiale che trascura i risultati migliori degli autori migliori,
i quali ne fanno le spese.
Il nodo da risolvere a questo
punto è duplice. Da un lato gli autori dovranno impegnarsi sempre
più sul fronte della qualità, ricordando che lo scopo principale
della fantascienza è narrare, e che ogni altra aspirazione
artistica dovrà essere subordinata a questa (incluso il desiderio
di rappresentare il Tormento Dell'Uomo o quello di mostrarlo in Prospettiva
Cosmica); dall'altro gli editori dovranno, compatibilmente con la risposta
di un pubblico non abituato a considerare paritariamente gli scrittori
nazionali, aprire più che uno spiraglio in loro favore.
C'è chi ha già
tentato di farlo: se sarà possibile, e se i lettori ci daranno ragione,
lo faremo anche noi. Ma gli scrittori dovranno dimostrare, accanto alla
necessaria originalità e professionalità, il desiderio di
piacere e interessare innanzi tutto. Se questo equivoco di fondo non verrà
chiarito, e se cominceranno a pervenirci romanzi-confessione o apologhi
didattici, il discorso sarà rinviato sine die.
È dunque un'occasione
da raccogliere: una sfida per gli editori, per gli autori e, in fondo,
per lo stesso pubblico italiano.
Giuseppe Lippi
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Fra le tante accuse che
una rivista longeva come URANIA s'è vista piovere sul capo nel corso
degli anni, c'è anche quella che non ha mai offerto spazio sufficiente
agli autori italiani. Nel frattempo si è venuto innescando il tema
delle "vie nazionali a", e da un dibattito del genere, che ingloba un po'
tutte le materie, dalla moda alla politica, dalla musica ai fumetti, non
poteva mancare anche quello sulla fantascienza. Oggetto del contendere
il fatto se la sf sia una letteratura forzatamente di origine anglosassone
e di stretta osservanza scientifica, oppure se sia possibile sganciarsi
dal modello imperante per costruire qualcosa di nuovo, di diverso, di più
legato a miti, riti e situazioni nazionali. Chi ha ragione? A nostro modesto,
e magari poco meditato, avviso, tutti e nessuno, come spesso succede in
casi del genere, viste le troppe varianti in gioco. Comunque, al di là
e al di sopra di qualsiasi teorizzazione, l'anno scorso URANIA ha deciso
di effettuare una scelta drastica: niente discorsi, ma fatti. Nasce così
l'idea di un concorso per un romanzo inedito legato al nome della rivista,
che viene bandito giusto un anno fa. Una rivista-libro come URANIA, che
vive inserita in un complesso megagalattico come la Mondadori, ha forzatamente
tempi lunghi di realizzazione, ma una volta imboccata la strada giusta
e ottenuti tutti i relativi placet, il cammino da compiere in seguito è
praticamente tutto in discesa. Si bandisce il concorso, si sta ad aspettare.
Quanti romanzi arriveranno? Saranno tutti belli? O saranno fondi di cassetti,
cose dimenticate da tempo e rispolverate in occasione dell'ennesimo concorso?
Soprattutto, la preoccupazione principale è: speriamo che ci sia
qualcosa di veramente buono, altrimenti che figura ci facciamo col pubblico?
Perché uno dei problemi principali che hanno sempre trattenuto un
grande editore come Mondadori dall'inserire in una delle sue collane più
popolari romanzi di autori italiani è stato sempre quello della
convinzione, purtroppo suffragata dai fatti, che al pubblico nostrano non
piacciono gli autori di casa propria. Sarà vero? Comunque il dado
è tratto, comincia la lunga attesa. E i romanzi arrivano. Prima
uno, poi un altro, poi tre/quattro tutti assieme... alla fine ne conteremo
54, di cinquantadue autori diversi. Una buona messe, non c'è che
dire. Si allestisce una piccola truppa di lettori che dovranno aprirsi
il varco fra quella fitta selva di pagine scritte, persone che dovranno
entrare nei sogni, nelle speranze di quanti hanno spedito il loro romanzo,
e che, soprattutto, dovranno intervenire impietosamente per eliminare quanto
non sembra avere le caratteristiche per la pubblicazione su URANIA. Sei
lettori che hanno lunga dimestichezza con la sf, sei personaggi che, in
vario modo, sono sufficientemente noti nel settore. Si tratta di Silvano
Barbesti, Giuseppe Caimmi, Mauro Gaffo, Roberto Genovesi, Riccardo Valla
e Nicoletta Vallorani: anche chi è nuovo a letture fantascientifiche
non può non aver incrociato il loro nome in fondo a qualche scritto
di sf. Un arduo lavoro quello che hanno dovuto affrontare, e che li ha
costretti a lunghe meditazioni prima di emettere il giudizio finale. Da
questa prima selezione si sono salvati otto romanzi otto, fra i quali occorreva
sceglierne uno solo.
Si costituisce quindi una
nuova giuria, quella che porterà le responsabilità maggiori
perché dovrà sceglierne uno, e uno solo fra quelli che sono
stati giudicati i migliori. Cinque persone che sono state scelte col criterio
della massima rappresentatività. Innanzi tutto, il curatore uscente
di URANIA, sotto la cui egida è stato varato il concorso, ovvero
Gianni Montanari. E poi il nuovo curatore della rivista, sotto il mandato
del quale verrà pubblicato il romanzo prescelto, ovvero Giuseppe
Lippi. Quindi uno dei principali autori italiani di sf, quel Lino Aldani
il cui nome è ampiamente noto a tutti gli appassionati. Ne poteva
mancare il professor Vittorio Silvestrini, presidente di Futuro Remoto,
la manifestazione scientifica napoletana durante la quale verrà
ufficialmente consegnato il premio al prescelto. Il quinto membro, in rappresentanza
della redazione, non poteva che essere il sottoscritto.
Otto romanzi, si diceva,
e tutti con le carte sufficientemente in regola per poter aspirare al massimo
premio. Il criterio selettivo scelto è stato quello della
votazione. Un po' come a
scuola, si dovevano attribuire voti da O a 10 a seconda di una vasta gamma
di criteri, che vanno dalla leggibilità alla scorrevolezza del testo,
all'interesse suscitato dalle tematiche affrontate e così via. Criteri
personalissimi che però scaturivano da cinque persone diverse per
formazione, conoscenze, percorsi seguiti.
Cominciano ad affluire i
primi voti, e in breve ci si rende conto che la rosa iniziale di otto romanzi
si è drasticamente ridotta a quattro. Si tratta di quattro romanzi
di solido impianto, anche se tutti i lettori hanno una serie di perplessità
- minime - su alcuni problemi collaterali. Nulla di spaventoso, intendiamoci:
tutte cose che in sede di editing (quell'operazione che si compie per rendere
un romanzo nuovo pronto per la stampa, con aggiustamenti di tiro, cancellazioni,
riscritture di episodi poco felicemente risolti, chiarimenti di dubbi e
così via) possono essere sistemate.
Ci sembra più che
giusto citare i quattro finalisti. Si tratta di Enrico Passaro e del suo
romanzo Un giorno, le stelle, di Umberto Rossi, che ha presentato
La
storia perduta di Johann Hagenstrom, di Alex Voglino e Tullio
Bologna che hanno scritto La quarta età della Terra, e di
Vittorio Catani e del suo Gli universi di Antonio Moras.
Man mano che i lettori "eccellenti"
inviano i loro giudizi, si delineano anche alcuni schieramenti. Dei quattro
sopra citati qualcuno riceve voti alquanto bassi, altri decisamente alti.
Il romanzo di Voglino-Bologna viene eliminato, malgrado la sua scorrevolezza,
principalmente perché si tratta di un'opera di science-fantasy,
quindi un po' al confine del genere. D'altra parte, se si deve scegliere,
si devono anche compiere gesti drastici. Passaro, Rossi, Catani filano
per un po' di conserva, ma poi si delineano sempre più i distacchi,
sempre più si evidenziano le preferenze. Vince, ma non tanto a mani
basse, il romanzo di Catani, che prevale di un soffio sugli altri due.
Malgrado qualche mugugno presto rientrato (due dei giudici avevano attribuito
voti più alti ad altri romanzi, ma questo è normale nella
dialettica delle cose) ci si trova poi tutti d'accordo sul risultato finale.
Che URANIA si appresta a offrire al suo pubblico entro breve tempo, vale
a dire col numero 1120, posto proprio sul confine tra le scelte effettuate
da Montanari e l'inizio della nuova era Lippi. Sarà in edicola il
9 febbraio, e ci auguriamo tanto che possa piacere a tutti voi quanto è
piaciuto a noi. Soprattutto, ci sembra doveroso dover sottolineare il fatto
che non vi dovreste perdere quest'occasione di incontrare un autore italiano.
E chissà che entro
qualche tempo non si possa pensare di offrire più di un testo concepito
nel nostro paese. Una risposta, comunque, che dipende solo ed
esclusivamente da voi lettori.
Marzio Tosello
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