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1990 |
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Urania&Co.
Giugno 2002
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1/ UN PO' DI STORIA
URANIA
n°1125 DEL 22-4-1990
In
quarant'anni di carriera Urania non ha mai pubblicato editoriali: ora ne
esce uno. Anzi, il primo di una serie. Anzi, se sarà possibile,
l'inizio di un discorso che potrebbe riprendere ogni quattordici giorni.
Come mai? Che cos'è cambiato? Non molto, a dire il vero; a Gianni
Montanari è subentrato come curatore il sottoscritto, esattamente
come a Fruttero e Lucentini era subentrato Montanari: e nella posta di
qualche mese fa si diceva che sono normali avvicendamenti editoriali. Ma
poiché non facciamo una rivista per burocrati o per androidi ( con
tutto il rispetto per queste categorie), e siccome Urania è soprattutto
un mezzo
di
svago e una pubblicazione destinata a piacere, sarebbe strano se non si
cercasse di fare sempre qualcosa per arricchirla, per venire incontro ai
desideri dei lettori, o, semplicemente, per tentare una strada che non
era stata ancora battuta e da cui potremmo tutti ricavare qualche soddisfazione.
Non
so se i lettori desiderassero un editoriale, una pagina di commento del
curatore in ogni numero di Urania, ma so che altre iniziative nella stessa
direzione -la posta, il notiziario, i ritratti d'autore- sono state apprezzate
e incoraggiate. Del resto, nei quattro decenni di storia della collana,
qualche precedente c'è stato.
Vediamoli,
anzi vediamo più da vicino che cos'è stata Urania fino ad
oggi: una pubblicazione che è sempre rimasta in bilico fra la collana
di romanzi e la rivista vera e propria. Negli anni Cinquanta Alberto Mondadori,
figlio del fondatore Amoldo, pensa che sia tempo di lanciare nuove iniziative
editoriali, di introdurre nuovi "generi". Attento ai mercati più
avanzati, importa dall' America le migliori riviste di science fiction
e decide di farne una versione italiana. Giorgio Monicelli, milanese, fratello
del regista Mario e parente dei Mondadori, sarà il curatore della
nuova iniziativa. Anzi, delle nuove iniziative: perche ci sarà Urania
rivista -modellata sull'esempio delle americane Astounding e Galaxy, con
racconti e articoli divulgativi -e I romanzi di Urania, con un sol testo
completo per fascicolo. Data di decollo dei "Romanzi": 10 ottobre 1952.
Della rivista: novembre 1952. Non era Ia prima volta che un periodico di
fantascienza uscisse nelle edicole italiane (il primato spetta, per pochi
mesi, a Scienza fantastica del romano Lionello Torossi), ma il termine
fanta-scienza, col trattino in mezzo, fu inventato proprio da Monicelli.
E da allora ha fatto parecchia strada. Fin dall'inizio, dunque, in Urania,
c'è stata la vocazione a essere anche rivista, a pubblicare articoli
e materiale informativo, a dialogare con i lettori. Purtroppo la vecchia
Urania mensile non ebbe la fortuna che meritava e ben presto fu costretta
a chiudere: ma in meno di un decennio I Romanzi di Urania, ormai lanciati,
avrebbero cambiato nome in Urania tout-court, e sotto la guida di Carlo
Fruttero prima, di Fruttero & Lucentini poi, avrebbero ripreso la strada
abbandonata qualche anno prima, riavvicinandosi al concetto di rivista.
In che modo? Con l'introduzione delle antologie di racconti; con l'apparizione
di rubriche che si ricordano ancor oggi con nostalgia ("Il marziano in
cattedra", "Futuro di ieri", "Galateo spaziale"); con la traduzione italiana
dei brillantissimi fumetti di Johnny Hart (B.C. ); con l'istituzione di
concorsi letterari fra i lettori e addirittura di premi di traduzione.
Tra il 1960 e il 1965 Urania è come rinata: rinnovata nella veste
grafica, aperta ai nuovi autori inglesi e americani come ai classici, coronata
da un'appendice di tutto rispetto, sembra fatta apposta per far venire
l'acquolina in bocca ai lettori che, sbirciando in edicola fra una Settimana
Incom e un Abc (i cosiddetti newsmagazine non esistono ancora), attendono
con febbrile anticipazione la nuova copertina di Karel Thole, l'illustratore
olandese che da qualche tempo è stato ingaggiato dalla Mondadori.
Sarà senz'altro una copertina incredibile, erotica, surreale, terrificante:
spesso tutte queste cose insieme, ma soprattutto geniale. Il merito di
aver lanciato Thole in Italia non va a un nostro connazionale ma a una
signora tedesca, Anita Klintz, allora art-director della Mondadori: tuttavia
Fruttero & Lucentini, che hanno capito quanto valga quel disegnatore
diabolico, cominciano a fornirgli soggetti di copertina sempre più
inquietanti e la loro collaborazione è destinata a dare frutti visionari.
Con
la fine degli anni Sessanta I'appendice di Urania (cioè la parte
delegata a qualificarla come rivista) subisce qualche modifica: passata
l'èra eroica delle rubriche, ci si orienta verso la pubblicazione
di racconti tratti dal Magazine of Fantasy and Science Fiction e di articoli
divulgativi dovuti alla penna di Isaac Asimov. Scompare quel dialogo coi
lettori -sia pure informale e indiretto- cui ci si era abituati nel decennio
precedente, e la stessa tendenza predomina fino all'inizio degli anni Ottanta.
Ma
a metà del decennio, quando Carlo Fruttero e Franco Lucentini lasciano
la cura di Urania nelle mani di Gianni Montanari, questi, d'accordo con
il caporedattore Marco Tropea e con Marzio Tosello (alias l' Alieno di
redazione... oops, l'ho detto!), dà il via a una nuova serie di
rubriche: la posta, di cui i lettori sentivano francamente bisogno; il
panorama di notizie; il cinema; il profilo dell'autore. Dall'anno scorso,
quando sono subentrato a Gianni Montanari, abbiamo istituito una rubrica
di libri, una serie a puntate dedicata agli autori più noti della
fantascienza italiana, e ora l'editoriale. Benche ruotanti -manca lo spazio
per inserirle tutte in ogni numero- le rubriche continueranno a essere
una parte di Urania, forse una parte non trascurabile. Ci auguriamo che
le apprezziate, ma scriveteci in proposito: nella posta o in questa stessa
pagina risponderemo a tutti. Per il momento, permettetemi di ringraziare
i colleghi che le realizzano: da Marzio Tosello, nostro nuovo caporedattore,
all'infaticabile Nicoletta Vallorani; da Fabio Feminò ( che é
stato criticato per i suoi eccessi di ottimismo e di fantasia, ma che un
giorno potrebbe pubblicamente "discolparsi") a Roberto Genovesi, da Laura
Serra a Lorenzo Codelli. E naturalmente a Gian Franco Orsi, nostro direttore
responsabile, con il quale discutiamo di queste e di altre cose.
Insomma:
cerchiamo di far sì che Urania sia non solo una buona collana di
romanzi e racconti, ma anche, spazio permettendo, un po' la rivista che
ha sempre sognato di essere. A risentirci.
2/ PERSONAGGI URANICI
URANIA
n°1127 DEL 20-5-1990
Nel
numero scorso abbiamo fatto un po' di storia e ripercorso alcune tappe
della vita di URANIA. Ma che cos'è una pubblicazione se non l'insieme
degli sforzi di chi la fa? È vero che URANIA ha da tempo acquisito
un'identità e un carattere spiccati, proprio come se fosse una persona
viva, ma non sarebbe giusto non ricordare alcune figure-chiave della sua
storia. A cominciare da Giorgio Monicelli, il primo curatore, che apparteneva
alla stessa famiglia del Monicelli regista:
gente
artistica, milanesi sognatori e portati senz'altro al fantastico. Su Giorgio
Monicelli, che fu anche eccellente traduttore (vedi la sua versione delle
Cronache marziane di Bradbury, tanto per restare nel campo), torneremo
in futuro con un ritratto più personale. Intanto, per rimanere alla
sua èra, ricordiamo un altro illustre uranista: il pittore Kurt
Caesar , che disegnò tutte le copertine di URANIA per i primi cinquesei
anni. A Caesar, che era di origine tedesca ma viveva a Roma, ha dedicato
un bel saggio il suo ammiratore e ideale continuatore Giuseppe Festino,
uno dei pochissimi illustratori di fantascienza emersi in Italia negli
ultimi quindici anni, nonché a sua volta collaboratore di URANIA
(è l'autore dei disegni in nero che ritraggono l' Autore-di-Questo-Numero
e del mostro che incombe
sul
sommario del varietà). Caesar, come ha fatto notare Festino nel
suo articolo ( che ha visto la luce qualche anno fa su Galassia), era un
visionario ma anche un grande realista, e le magnifiche copertine di URANIA
e dei Romanzi di Urania da lui realizzate hanno ancor oggi un sapore inconfondibile,
come i migliori poster cinematografici di ieri. "Fanno sognare" dice Festino
giustamente: predispongono il lettore a un relax assoluto nel regno del
fantastico, del mistero e dell'avventura. In più, ed è quello
che conta, hanno stile.
A
Caesar subentrò per un breve periodo Carlo Jacono (l'illustratore
dei Gialli), ma di li a poco Anita Klintz, art-director della Mondadori,
propose Karel Thole, che era appena sbarcato dall'Olanda con moglie e figli
per tentare il nostro mercato. Thole non era, nel 1959, un giovincello
di primo pelo: aveva già i suoi quarantacinque anni e aveva alle
spalle una carriera lunga e nutrita nel paese d'origine. "La fantascienza"
ha sempre detto "non sapevo nemmeno cosa fosse. A quei tempi l'Olanda era
un mercato troppo piccolo per uno che, come me, era sposato e aveva quattro
figli. Così decisi di espandermi."
Forse
non sapeva che cosa fosse la fantascienza, ma aveva nel sangue quattro
o cinque secoli di pittura fiamminga, tedesca, italiana e francese, e possedeva
un gusto spiccato per il macabro e il grottesco. È stato questo
a fare la grandezza di Thole anche nel campo della fantascienza: e a farne,
per chi lo conosce, un personaggio indimenticabile. Thole ha un carattere
sanguigno ed estroverso che sulle prime lascia quasi sconcertati: è
un gentiluomo impeccabile, ma è anche un amante della risata, della
bevuta, della compagnia. Ama moltissimo sua moglie Lise ma ama un po' tutte
le donne; non è un dongiovanni alla maniera italiana ma è
senz'altro un estimatore del bel sesso, cui ha reso omaggio in tutti i
modi possibili e immaginabili nel suo lavoro. Ha una caratteristica voce
roca, con un, accento che sembra un po' tedesco e invece, naturalmente,
è olandese; fisicamente non è altissimo, ha pochi capelli
e un inconfondibile paio di baffetti chiari. Non chiari quanto i suoi occhi,
però, la cui vivacità e luminosità sono tipiche dell'artista.
Inquieto, sempre in movimento, giramondo, Thole è un uomo che fa
piacere conoscere e sentirsi vicino. Ha dedicato all'arte tutta la sua
vita raggiungendo, nel campo dell'illustrazione, risultati straordinari
e spesso preziosi: non è affatto esagerato parlare di un genio.
Sono
rimaste famose le sue querelles (in fondo affettuose) con Andreina Negretti,
redattrice di URANIA per quasi trent'anni e oggi scomparsa: i due (insieme
con Fruttero & Lucentini, che però lavoravano a Torino) sono
stati l'anima di URANIA per un lunghissimo periodo, gli anni dal 1960 al
1985 circa. Thole seguiva una tecnica particolare: disegnava su cartoncino
nero, in modo da dare un'atmosfera notturna o tenebrosa a quasi tutti i
suoi disegni. Era la luce a dover uscire -biblicamente- dal buio, non viceversa.
E questo ci ha dato alcune delle più belle illustrazioni fantastiche
del secolo.
Costretto
a cambiare tecnica per sopraggiunte difficoltà alla vista, Thole
è passato all'acquerello e molte copertine da lui realizzate per
URANIA negli anni 1980-1985 seguono questa via. Nel 1986 ha dovuto sospendere
del tutto il lavoro, anche se ultimamente ha ripreso a disegnare per la
pubblicità e ha eseguito alcune copertine per gli Oscar. I suoi
magici cerchi rimarranno sempre nella memoria di chi li ha visti e per
alcuni di noi costituiranno, in ogni caso, una delle esperienze più
piacevoli della vita.
Andreina
Negretti era la coordinatrice di tutto il lavoro redazionale. Nubile (si
è sposata con il pittore Mario Galli pochi anni prima di morire),
dal carattere "difficile", alternava momenti di brusca tensione ad altri
in cui era la persona più amabile del mondo. Gran traduttrice, conosceva
a menadito il suo lavoro e sapeva guidare collaboratori, traduttori e colleghi
con una perizia che nasceva dai lunghi anni trascorsi dietro la scrivania
di URANIA. Era lei stessa l'incarnazione della rivista, su cui ha lasciato
un'impronta indelebile di professionalità e buon gusto. Per Andreina
il lavoro era tutto: diceva di non amare in modo particolare la fantascienza,
ma in realtà aveva i suoi autori preferiti e a volte li traduceva;
aveva un debole per il giallo e ha fatto una magnifica serie di traduzioni
per il ciclo
dell'87°
Distretto di Ed McBain, che le era stata affidata in esclusiva.
Quando
a URANIA cominciarono ad affiancarsi altre collane (verso la fine degli
anni Settanta), Andreina Negretti fu promossa capo servizio e poi caporedattore,
e al suo fianco subentrarono come redattori prima Lea Grevi e poi Marzio
Tosello, che è rimasto e le è succeduto nella carica. Intanto,
si profilava il primo cambiamento di curatore dopo venticinque anni: Gianni
Montanari stava per succedere a Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
Nelle
precedenti puntate di questo editoriale abbiamo incontrato alcuni personaggi
che hanno fatto la storia di URANIA: e mentre vi promettiamo di tornare
diffusamente su alcuni di loro, quando se ne presenterà l'occasione,
non sarà male dare un'occhiata da vicino al prodotto in se, come
si dice in gergo industriale: alla nostra URANIA come ci suggeriscono ragioni
di cuore.
Nel
primo editoriale concludevo che questa pubblicazione ha sempre avuto due
anime: la principale è senz'altro quella di una collana di romanzi
economici, solidi romanzi di fantascienza "che possono andare nelle mani
di
tutti", come recitava un'ispirata pubblicità del 1953. Vi è
poi un'anima segreta, un po' nascosta, ma che ogni tanto fa capolino; è
quella della rivista vera e propria, aspirazione che si affida a queste
pagine di varietà. La grande forza di URANIA, comunque, non deriva
dall'essere stata una rivista o dall'aver tentato di esserlo, ma dall'impatto
che i suoi economici romanzi hanno prodotto in edicola fin dal 1952. Chi
sapeva che cosa fosse la fantascienza prima che uscisse Le sabbie di
Marte di Arthur C. Clarke? Quattro gatti: Sandro Sandrelli, Lionello
Torossi, Armando Silvestri, Sergio Solmi e altri solitari che leggevano
la produzione inglese-americana. All'improvviso, però, non fu più
un mistero per nessuno: la copertina a colori di Caesar per il n. 1 dei
"Romanzi di Urania" raffigurava le rosse sabbie di Marte, una città
protetta da una cupola di cristallo e un razzo affusolato che guizzava
nel cielo, seguito da una coda di fiamma. Nel cielo stellato campeggiava
una sola luna, la nostra: lieve licenza poetica per rendere meno estraneo
il cosmico insieme. C'era bisogno d'altro per spiegare cosa fosse la fantascienza?
Comunque, in un "Romanzo della Palma" dello stesso periodo leggiamo il
seguente consiglio per gli acquisti: "Con URANIA e I RoMANZI DI URANIA
trascorrerete ovunque ore di sogno" (la didascalia è posta sotto
la foto in bianco e nero di una bella ragazza sdraiata sulla sabbia con
un fascicolo di URANIA un po' ingrandito tra le mani). E prosegue: "In
questi romanzi, che possono andare nelle mani di tutti , scienza e fantasia
si uniscono nell'immaginare le gesta degli uomini più arditi che
primi solcheranno gli spazi interplanetari, che primi dovranno combattere
contro i misteriosi invasori del cielo e che, per primi, varcheranno le
allucinanti barriere del tempo e dell'inconscio".
L'idea
dell'editore Mondadori era quella di dare, allora come prima della guerra,
la collana giusta a ogni tipo di lettori, coprendo tutto l'arco della narrativa
d'evasione: gialli, fantascienza, sentimenti e avventura, e, di lì
a poco, spionaggio. URANIA tuttavia ha avuto un'importanza speciale: a
parte il timido tentativo di "Scienza Fantastica", la rivista romana di
Lionello Torossi, è stato questo il periodico che ha introdotto
in Italia 'la science fiction' ha formato schiere di appassionati e ancor
oggi la maggior parte dei lettori, dei professionisti del settore e anche
degli editori (cito per tutti il caso di Gianfranco Viviani, titolare dell'Editrice
Nord) ammettono il loro debito di riconoscenza nei confronti di URANIA,
quasi si trattasse di una vera e propria iniziazione. Per circa vent'anni
URANIA ha svolto questa funzione alternando testi obiettivamente importanti
( classici vecchi e nuovi della fantascienza) a testi d'evasione, piacevolmente
avventurosi, che fossero graditi ad ampie fasce di lettori. I giovani sono
e rimangono un punto di forza del suo pubblico, anche se negli ultimi anni
i sondaggi rivelano che l'età media si è andata alzando.
Certo, altre importanti testate hanno conteso a URANIA il primato della
qualità: "Galaxy" e "Galassia" dirette da Roberta Rambelli (la seconda,
in seguito, da Ugo Malaguti), "Gamma" di Valentino De Carlo, "Oltre il
cielo" di Armando Silvestri, "Futuro", di Lino Aldani,
"Fantascienza
" Garzanti e "Fantascienza " Ciscato (preparata con gusto e con coraggio
da Sandro Pergameno e Maurizio Nati), "Nova" di Ugo Malaguti e "Robot"
di Vittorio Curtoni.
Nonostante
questo, e nonostante la formidabile concorrenza che negli ultimi vent'anni
tutte le collane da edicola hanno subito da parte di quelle librarie -sino
al determinarsi di una vera e propria trasformazione del mercato -URANIA
ha conservato la sua dignità di più antica collana di fantascienza
in Italia e il suo impatto di collana più economica: quella che
ancor oggi può permettersi di offrire un'antologia di William Gibson
a 4.000 lire e di pubblicare un melange di fantascienza, horror e fantastico
che tocca virtualmente tutti i punti dell'immaginario.
Qual
è stata, quindi, la cosiddetta "funzione " di URANIA ? Preparare,
come a un ipotetico esame di fantascienza, legioni di scolari una volta
tanto non neghittosi ma anzi avidi di tuffarsi sui libri? Mostrare, al
signor Tizio e al signor Caio, infallibili italiani medi, che la vita non
è fatta solo di tasse e corna, ma anche di imponderabili meraviglie
del futuro? (Ricordate la moglie baffuta del protagonista di Divorzio all'italiana
che legge a letto un Romanzo di Urania?). Spianare la
strada
alla marcia trionfale della sciencefiction qui da noi? Fate un po' voi.
Lo scopo di questa pubblicazione è piacere, e finche c'è
piacere nella lettura tutto il
resto
passa in second'ordine.
4/ L'ELEVAZIONE
DI UN GENERE
URANIA
n°1134 DEL 26-8-1990
Tra
la posta che arriva in redazione capitano di tanto in tanto lettere di
vecchi appassionati che lamentano una certa "involuzione" della sf: qualcuno
si spinge a parlare, senza tanti peli sulla lingua, di banalizzazione e
appiattimento del genere. Fino a che punto si possono accusare questi signori
di essere degli inguaribili nostalgici, attaccati alle proprie letture
di gioventù, e fino a che punto ciò che dicono è condivisibile?
Tenteremo di trovare una risposta senza generalizzare troppo. La fantascienza
è nata per mano di autori d'ingegno affascinati dai pro.blemi posti
dai progressi scientifici dei secc. XVIII-XIX e dalla nuova mentalità
che essi comportavano, questioni morali incluse: è in fondo questo
il nucleo delle opere fantascientifiche di Poe, Hawthorne, Wells e persino
Jules Verne. All'inizio la sf non è stata un genere letterario di
largo consumo, ma si è fusa con il "mainstream" dei rispettivi paesi
d'origine e ha prosperato in questa forma per circa mezzo secolo. Poi all'alba
del Novecento, l'immenso e ormai storico successo di Verne e quello non
meno importante di Wells, hanno portato al fiorire di "imitazioni" un po'
in tutta Europa e America. L'editoria di massa non poteva ignorare il fenomeno.
Nell'età in cui si cominciava a sognare l'aviazione, in cui la radio
faceva il suo ingresso nel mondo e la vita sugli altri pianeti non pareva
più un miracolo, la fantascienza divenne uno dei generi di consumo
pubblicati sulle riviste e i libri a sensazione (battezzati in America
dime-novels e pulp magazines). Nello stesso tempo, gli autori "seri" si
limitavano ormai quasi esclusivamente al campo dell'utopia e dell'anti-utopia,
esemplificata dai romanzi di Huxley, Orwell, Zamjatin e così via.
(Ci sono voluti una cinquantina d'anni perché questo stato di cose
mutasse e la fantascienza "colta " tornasse a occuparsi anche di problemi
scientifici e conoscitivi, come è evidente nei romanzi di Stanislaw
Lem, Fred Hoyle o in alcune opere di Arthur C. Clarke).
La
sf popolare, dal canto suo, aveva posto le basi per un mercato che nel
dopoguerra si sarebbe aperto anche ad autori raffinati: basti pensare alle
opere di Vonnegut, Ballard, Dick, Bradbury e Sheckley. In altri termini,
dopo la mediazione rappresentata dai pulp (i quali, nel bene e nel male,
hanno fatto da cerniera fra la fantascienza ottocentesca e quella attuale
in lingua inglese), è seguito il fiorire di un genere pienamente
maturo anche nella sua accezione moderna, e le cui punte massime si sono
avute tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta.
Che
cosa caratterizzava questo nuovo tipo di fantascienza? Ancora una volta
bisogna stare attenti alle generalizzazioni, ma in linea di massima si
può dire che il punto centrale fosse il gusto del paradosso, inteso
come mezzo fantastico che permettesse di impostare i problemi conoscitivi
cari alla science fiction: direzione e finalità della scienza; rapporto
scienza-religione e scienza-arte; problema dell'evoluzione; problema dell'intelligenza
e del rapporto fra i vari tipi d'intelligenza (inclusa, ovviamente, quella
artificiale); questioni biologiche ed ecologiche; questione dell'evoluzione
sociale in una civiltà ad alta tecnologia.
Naturalmente
i vari autori hanno trattato i loro argomenti in modo diversissimo, a volte
col tono della farsa (Sheckley, Fredric Brown), a volte con quello del
dramma (Dick, Ballard, Disch): ma il punto centrale era quel gusto del
paradosso che, volendo, si può anche definire semplicemente "rigore".
Il centro di tutto era
un'idea
(o più idee) che venivano trattate con rigore, tentando di arrivare
a un risultato artistico che ne fosse la diretta conseguenza e che non
bisognava perdere di vista. In questo senso, e senza nulla togliere al
divertimento, la fantascienza era un genere logico, paradossale e in un
certo senso intellettuale.
Poi
è accaduto che:
1)
verso la fine degli anni Sessante i "generi" sono stati colti da un accesso
di sfiducia in se stessi che in parte nasceva dalle ondate di protesta
e dal desiderio di rinnovamento da cui erano scosse l'Europa e I' America;
2)
nel giro di un decennio o poco più, per ragioni squisitamente industriali,
l'editoria americana mutava radicalmente le proprie strategie nei confronti
dei generi di massa. La vendita di poche migliaia di copie d'un tascabile
non bastava più; l'orientamento generale era verso il bestseller
e la fantascienza doveva adeguarsi; le grandi catene di librerie avevano
sempre più voce in capitolo in fatto di decisioni editoriali. Negli
anni Ottanta questo principio è diventato dominante e la fantascienza
(chè non l'aveva mai posseduto) ha acquisito come la fantasy un
certo gusto da soap-opera, da interminabile "telenovela" che si vende e
si promuove non in base alle nuove idee, ma al riciclaggio sempiterno di
quelle vecchie. Il trend, per esprimerci con linguaggio di borsa, è
stato incoraggiato e stimolato dal cinema, che con l'esempio di Guerre
stellari ha voluto fornire appunto questo: l'opera perfettamente scontata.
Dove il "perfettamente" non è pleonastico, ma si riferisce alla
ricchezza e sfarzosità dell'impresa.
Tirando
le somme, è forse a questo tipo di involuzione che si riferiscono
i lettori scontenti quando ci scrivono per sfogarsi. Il fenomeno interessa
non solo la fantascienza ma un po' tutto l'artigianato letterario, e tuttavia
qui da noi è ancora più evidente perche le nuove leggi contrastano
con quello che eravamo abituati a considerare lo "spirito" del genere.
Che
fare, allora? Cercare, nella massa, le voci originali; seguire i nuovi
filoni senza entusiasmi o condanne preconcetti; scegliere e scremare. La
fantascienza non ha certo esaurito le sue risorse, e tuttavia rischia di
trasformarsi da nuova "mappa dell'inferno" in una semplice variante dell'avventura
tradizionale (anzi, nel genere avventuroso per antonomasia dei nostri tempi).
Sta a noi come curatori e a voi come lettori cercare quei testi che facciano
rivivere, insieme all'avventura, anche il gusto del fantastico e del paradosso
che è la pietra angolare della sf.
In
un precedente editoriale affermavo che la fantascienza americana ha subito,
negli ultimi dieci-quindici anni, profonde trasformazioni e che le modificazioni
del mercato hanno portato a una drastica involuzione della sf commerciale.
Non a caso parlavo di un certo tono da soap opera che si sarebbe attaccato
alla produzione media e di una politica editoriale che, sempre più
tiranneggiata dalle esigenze delle grandi catene di librerie, avrebbe finito
col privilegiare non la novità delle idee ma anzi la loro ripetitività.
Non
che io voglia usare un tono da Cassandra, anche perché credo nell'individualità
degli autori e nella capacità dei singoli -anche sullo sfondo di
uno scenario impoverito- di dare ottime prove e alimentare il genere in
modo fècondo. Tuttavia, se uno fa certe considerazioni deve poi
suffragarle con un minimo di riflessione, e perciò quello che cercherò
di fare oggi è tentare di rispondere alla domanda angosciata di
molti vecchi lettori: "Che cosa sta succedendo alla fantascienza?" (È
un interrogativo che ricorre spesso nelle lettere che riceviamo).
La
fantascienza, lo si è sempre sostenuto, non è un blocco granitico,
e fra i vari generi è uno dei meno compatti: di qui i numerosissimi
tentativi di definirla da parte di critici ed esperti, quasi che a non
farlo si rischiasse di perderla per strada. Tuttavia quello delle definizioni
è un problema secondario: qui mi sembra più importante sottolineare
che la sua qualità (sia in senso critico che costitutivo) dipenda
dal rapporto che la sf ha con la realtà.
Mi
spiego. All'inizio la fantascienza -sia quella popolare che quella più
consapevole, ad esempio in autori come Wells- aveva come campo d'azione
un universo di spazio e tempo che sembrava sconfinato, e la possibilità
di riempirlo con qualunql{e ipotesi dell'immaginazione e del pensìero.
Era un filone pieno di risorse perché a un cosmo misterioso e silenzioso
poteva finalmente opporre la facoltà umanissima di popolare l'ignoto
con luoghi e situazioni immaginarie. È quello che la gente aveva
fatto per secoli, sfruttando la propria credulità e fantasia, e
che non sembrava più possibile nell'età della scienza.
Il
succo di quest'operazione consisteva nel porsi davanti alla complessità
dell'universo con strumenti semplici: magari molto ricchi dal punto di
vista della fertilità inventiva, ma pur sempre semplici perché
scaturiti da parametri umani. Col passare del tempo la Semplicità
o facilità dell'operazione ha mostrato l'altro lato della medaglia:
il silenzio del cosmo, si potrebbe dire con un'immagine magniloquente,
ha assorbito il tutto e le ipotesi degli scrittori sono rimaste mere ipotesi,
quando non puri e semplici pretesti per storie d'avventura.
Fredric
Brown denunciò splendidamente i pericoli di un'immaginazione "facile"
in quello che è uno dei suoi più bei racconti, Immaginatevi.
Il problema, dopo trenta o quarant'anni di letteratura fantascientifica,
andava dunque rovesciato: non si trattava più di mettersi di fronte
a un cosmo complesso con strumenti fin troppo semplici, ma di ammettere
l'eventuale "semplicità" dell'universo -come scrive recentemente
il fisico Giuliano Toraldo di Francia- e riservare a noi un'attitudine
mentale complessa, paradossale.
È
quello che, secondo me, la fantascienza "di routine" non ha voluto o saputo
fare, una volta perso il cavallo di battaglia dei vecchi-cliché-che-funzionavano-così
-bene.
La sua attitudine verso il reale è diventata ipocrita, mistificatrice:
essa continua a far finta che l'universo sia un luogo magico, pieno di
meraviglie e misteri, ma non si scomoda più a indagarli e non è
assolutamente disposta a fare dell'autocritica o dell'autoironia. Vive
di sogni di cera, come un cadavere imbalsamato, in una sorta di eterna
proiezione di Guerre stellari che non finisce mai.
Vorrei
chiarire, peraltro, che quando parlo di "fantascienza commerciale" o "di
routine" non' intendo attirare su di essa i fulmini di un'indignazione
critica di bassa lega, novello apocalittico in mezzo al gregge degli integrati.
Niente di tutto questo: se certe cose si pubblicano è perché
una parte del pubblico, magari una parte giovanile e inesperta, ne ha bisogno.
Penso, però, che sia un dovere di tutti riconoscere che a certi
livelli la fantascienza smette di essere tale e, in una generale mistificazione
della realtà, non offre più alternative all'immaginazione,
ma la costringe e la mortifica nella banale cornice del dejavu, di ciò
che conosciamo fin troppo bene e non vorremmo più sentirci ripetere.
In
questo quadro pericoloso, del resto, non rientrano solo le più banali
storie d'avventura, ma anche molti polpettoni indigesti che si ammantano
d'importanza e di profondità, confondendo la capacità di
penetrazione nel reale con la noia di un'altra serie di cliché ormai
irranciditi: psicologismi, sociologismi e altri -ismi altrettanto vuoti
di significato.
Credo
che la sf abbia ancora molto da imparare dalla scienza, e uno dei modi
che sicuramente ha per riscattarsi (intellettualmente, non solo letterariamente)
sia quello di prendere a modello la mentalità scientifica, capace
di continui sovvertimenti e di paradossali atti d'umiltà. Essa deve
riconoscere che l'universo non ci ha mai offerto, e non ci offrirà
mai, motivo di sufficiente stupore e meraviglia se la nostra mente e la
nostra fantasia non saranno in grado di vedere oltre l'apparenza superficiale,
oltre la banalità e la retorica e quindi più dentro al cuore
della realtà.
Una
ricetta per il futuro? Più lucidità e più franchezza
intellettuale. Come nel caso di Fredric Brown, ogni buona storia di sf
dovrebbe cominciare con l'esortazione "immaginatevi" e passare poi a immaginare
tutto ciò che non è ovvio, trito e semplificatorio, ma che
invece mette in questione il nostro ruolo nel quadro più generale
dell'esistente. Dopo tutto, la fantascienza è un prodotto per esseri
intelligenti.
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