Non credo ci possano essere dubbi sul fatto che
l’opera del professor John Ronald Reuel Tolkien, ed in particolare Il Signore degli Anelli, possa essere
considerata un caso unico nella letteratura mondiale, e questo ben prima del
film in tre parti di Peter Jackson che, al massimo, lo ha reso più noto presso
il grande pubblico dei media visivi e
la stampa internazionale alle soglie
del XXI secolo.
Senza dubbio vi sono libri che hanno una vera
diffusione universale da la Bibbia a Pinocchio, per stare fra il sacro e il
profano, e tutti si possono definire, con un termine tecnico, long sellers. Nessuno però ha provocato
un circuito d’interesse su vari piani (dalla letteratura alla musica, dall’arte
all’oggettistica) e soprattutto un’influenza a livello ideale e addirittura
comportamentale, come il romanzo di Tolkien. Nessuno, inoltre, ha provocato non
solo suggestioni narrative, ma una messe di saggistica come la sua opera. Saggistica
sia iper-specialistica dedicata ai fan,
ma anche di analisi interpretativa e di ricerca delle fonti di livello serio ed
accademico. Si tratta più che di una banale e transeunte “moda”, di una vera e
propria “visione del mondo” che ha trovato appassionati, seguaci, adepti,
imitatori e indagatori. Cosa che dovrebbe dar da pensare.
Ovviamente, ci si dovrebbe chiedere il perché. Il perché profondo e non superficiale, cioè basato sulle apparenze,
sul clamore massmediatico che di solito è occasionale e banalizzato,
soprattutto in Italia dove la nostra cultura ed il nostro giornalismo sono il non plus ultra da questo punto di vista.
E’ strano, ma al contempo sintomatico, che pochi, diciamo pure nessuno, si sia
posto questa domanda: soltanto i figli di Tolkien, in alcune dichiarazioni,
hanno affrontato il problema con chiara consapevolezza, ma le loro parole sono
sistematicamente ignorate e quasi valgono come non dette. Ed anche questo è
molto significativo. Eppure, oggi, di fronte ad un fenomeno che non accenna a
smorzarsi, proprio questo dovrebbe essere il tema principale da approfondire e
capire.
Una risposta seria e ragionevole può essere data
soltanto se si va veramente al fondo del significato dell’opera del professore
di Oxford: essa ha trovato il favore del pubblico mondiale, nelle nazioni più
diverse e dalla cultura più diversa, evidentemente per dei motivi che vanno al
di là dell’aspetto puramente letterario, al di là dello stile, dei personaggi,
della trama, che certamente avvincono, ma avvincono non più di tanti altri
romanzi moderni che hanno avuto una fama internazionale ma che poi hanno
concluso in tempo più o meno lungo la loro popolarità. Che invece per l’opera
tolkieniana e soprattutto per Il Signore
degli Anelli è andata crescendo, non declinando, ed ha raggiunto ormai il
mezzo secolo.
A questa domanda i critici italiani (perché di essi
qui ci interessa) sono sostanzialmente incapaci di rispondere o di dare una
spiegazione convincente. Il motivo è semplice: sono sordi al problema e sono
incapaci di comprenderlo. Infatti, per formazione culturale e per pregiudizio
ideologico non riescono a farlo, hanno timore di farlo, addirittura rifiutano
di farlo. Di conseguenza, cincischiano su altre minori amenità alla loro
portata intellettuale o polemica. Altrimenti, sarebbero obbligati ad inoltrarsi
in terreni per loro pericolosi, addirittura minati, costretti alla fine ad
ammettere motivi e ragioni che non capiscono, non approvano, disprezzano e
infine condannano. La spiegazione di questo rifiuto sta sostanzialmente nel
fatto che la cultura italiana, come ormai si ammette senza più eufemismi, è
stata condizionata nell’ultimo mezzo secolo, dalla fine della seconda guerra
mondiale sino a ieri l’altro, da un approccio che si può definire
realista/razionalista/progressista nei confronti della narrativa e della
poesia, ma anche del cinema e del teatro, addirittura dei fumetti e della
musica leggera. Di conseguenza in base ad un simile schema mentale si rifiutava
qualsiasi opera che non rientrasse in questa griglia interpretativa: la si
rifiutava e la si ignorava, se non addirittura colpevolizzava e rinchiudeva in
qualche ghetto dove sarebbe dovuta restare in eterno.
Un singolare intreccio di realismo socialista
lukacsiano, estetica crociana e metodologia gramsciana faceva respingere tutto
quanto sembrava pericolosamente evasivo, soprattutto evasivo nell’ambito della
fantasia. Privilegiare il testo in sé respingendo qualsiasi terza dimensione
sia immaginativa che spirituale, apprezzare solo quanto era una analisi critica
del reale, vedere le opere come strumenti di conquista di una egemonia
culturale, ha condotto a condannare come “irrazionali”, come “pensiero
negativo”, come “fuga dalla realtà” tutta una serie di autori e opere che
sarebbe troppo lungo e inutile citare e che comunque tutti conoscono. Solo da
una quindicina d’anni se n’è avviato il recupero, peraltro con molti distinguo,
nessuna ammissione di responsabilità e sapienti strumentalizzazioni e
autocensure (ad esempio, evidenziando di questi autori soltanto quel che più fa
comodo). Questa sommaria ma non smentibile ricostruzione, fa capire come mai in
Italia anche l’opera tolkieniana abbia subito la sorte che ha subito, unica in
tutto il mondo. Lo Hobbit, Il Signore
degli Anelli e Il Silmarillion,
per citare le più importanti e diffuse, rientravano infatti in queste categorie
da rifiutare: erano considerate e furono definite deboli stilisticamente,
confuse ed illeggibili, irrazionali, retrive e addirittura pericolose perché si
rifacevano al pensiero mitico, perché esaltavano un mondo che ricordava troppo
da vicino l’aborrito ed “oscuro” Medioevo, bollate appunto come “fuga dalla
realtà”. Le recensioni e gli articoli apparsi fra il 1970 e il 1977 lo provano
senza ombra di dubbio. Si accentuarono a partire dal 1977 e per tutti gli anni
Ottanta (si spiegherà poi il perché). Lo confermano anche gli interventi in
occasione della morte di Tolkien (1973), del suo decennale (1983), attenuandosi
un poco per il ventennale (1993), riprendendo quota in demenzialità con il
primo film di Jackson (2001). Per chi volesse approfondire l’argomento, sono
costretto ad autocitarmi e segnalare fonti e riferimenti precisi nel mio
intervento e nella appendice documentaria pubblicati in La Compagnia, l’Anello, il Potere (Il Cerchio, Rimini, 2002, pp.
7-36 e 163-198). Dati e fatti, non illazioni e ipotesi.
Questa cultura egemone che non riusciva ad andare
oltre un giudizio sullo stile e sulla “ideologia” di un autore per giudicare in
bene o in male la sua opera, la possiamo per comodità e senza un intento
valoriale definire “di sinistra”, visto quel che oggi possono valere ancora
certe parole screditate.
Ne esisteva però anche un’altra, del tutto
minoritaria, che si basava su altri criteri di giudizio, opposti a quelli
citati: una cultura che guardava in profondità e non si limitava alla
superficie, che oltre lo stile, i personaggi e la trama, teneva conto anche
delle radici ideali e simboliche, che effettuava riferimenti ai grandi temi
dell’immaginario sempre presenti sin dall’origine della civiltà, che non
considerava il mito, da cui nascono l’epica, l’epopea, la leggenda, la fiaba,
come pericolosamente regressivo ed irrazionale, ciarpame da ignorare, ma lo
poneva alla base delle sue analisi, che si rifaceva alle metodologie di pensatori,
filosofi, storici delle religioni ostracizzati e respinti nel buio
dell’oscurantismo dall’intellettualità egemone, che utilizzava il senso del
sacro e la sua persistenza nella modernità come ipotesi di lavoro, che
privilegiava il fantastico al reale, il metafisico al razionale, la “fuga dalla
realtà” all’analisi e alla critica diretta alla realtà, che vedeva infine
l’immaginario moderno (dal fantastico all’orrore alla fantascienza) non come un
prodotto tipicamente moderno, ma al contrario come semplice espressione moderna
di antiche, fondamentali e fondanti figure del mito. Ebbene, come si sarebbe
dovuta comportare questa cultura minoritaria, che ancora una volta per comodità
(ma anche perché la cultura dominante la chiamava così) definiremo “di destra”,
di fronte all’opera tolkieniana, se non apprezzarla immediatamente,
valorizzarla, analizzarla e alla fine farla sua?
Così fece sin dall’inizio, con una serie di
interventi su qualche giornale e su alcune riviste di area, segnalando
l’importanza dal suo punto di vista de Il
Signore degli Anelli, cercando anche di farlo conoscere di fronte ai
silenzi della cosiddetta “grande stampa” e di difenderlo di fronte alle accuse assurde e speciose cui
era oggetto. Lo fece senza secondi fini: infatti, checché se ne possa aver
detto e scritto, non aveva il minimo collegamento diretto con partiti politici,
partiti che invece vedevano come fumo negli occhi divagazioni del genere. Lo
fecero semplicemente perché il professore di Oxford esprimeva nel suo romanzo
epico-fantastico una “visione del mondo” per loro del tutto congeniale,
“valori” del tutto affini per le letture che in precedenza erano state fatto e
per la forma mentis che ne era
conseguita.
Questo sino al 1977. Quell’anno, e sino al 1980, si
verificò un altro fenomeno non previsto, questa volta pratico. Nacquero i Campi
Hobbit e la situazione degnerò. Nonostante che si sia spiegato fino alla nausea
quel che essi furono, nessuno, fra i rappresentanti della cultura dominante e
soprattutto fra i giornalisti, ha voluto prendere in seria considerazione la
loro realtà, e di sciocchezze in buona fede e faziosità in mala fede se ne sono
dette e scritte a iosa. Ma si deve accettare il fatto che ormai trentacinque
anni fa l’appeal della Terra di Mezzo
e la saga della Guerra dell’Anello erano penetrate così profondamente fra i
ragazzi che a questa cultura minoritaria appartenevano, aveva tanto
impressionato il loro immaginario, che per i campi estivi della “giovane
destra” venne scelto il nome del popolo cui apparteneva il Portatore
dell’Anello, il mezzouomo che aveva condotto a termine il suo compito fatale,
un “eroe del quotidiano”. Tolkien e Il
Signore degli Anelli, respinti subito e senza mezzi termini dalla cultura
dominante “progressista” o “di sinistra” che dir si voglia, ancor prima
dell’esplicita adesione a quel mondo alternativo da parte della cultura
minoritaria “tradizionalista” o “di destra”, vennero fatti propri, per così
dire “adottati” come ho scritto una volta, da quei ragazzi ventenni. Al di là
di ogni questione partitica, perché il partito cui facevano riferimento non
vedeva affatto bene una simile operazione considerata del tutto “impolitica” e
dispersiva, checché - lo ripeto - se ne dica oggi. Lo possono testimoniare i
diretti interessati, pur con i loro diversi punti di vista.
Dal 1980, quindi, le cose peggiorarono, perché fu
solo dopo i Campi Hobbit che avvenne l’identificazione diretta ed esplicita di
Tolkien con la destra politica e militante (lo testimoniano molte dichiarazioni
di ex giovani di sinistra in occasione dei film di Jackson), e su di lui, per
rimbalzo, fioccarono ancora di più le accuse e gli insulti. Nella sua innata
rozzezza e antidemocraticità il fatto che i “fascisti” leggessero Tolkien ed
avessero fatto del Signore degli Anelli il
loro libro-culto, fece sì che anche Tolkien divenisse per traslato un
“fascista”. Il Tolkien monstrum fascista
lo hanno letteralmente creato gli intellettuali, i giornalisti ed i politici
italiani “di sinistra”, in base alla pedestre silloge: Destra uguale fascismo,
i fascisti leggono Tolkien, Tolkien è fascista. Infatti da quel che mi consta
da nessuna parte, in nessuno scritto di questa cultura minoritaria è mai
apparsa la definizione di Tolkien come “fascista”, al di là di frasi o scritte
ad affetto, come all’epoca se ne vedevano a bizzeffe, tipo “camerata elfo” o
“Gandalf al potere” che tanto indignano gli intellettuali con la puzza sotto il
naso che, peraltro, nulla trovano da ridire nei confronti di innocui slogan del
tipo “uccidere i fascisti non è reato”.
E solo in Italia, a causa della egemonia culturale
di cui si è detto e della sostanziale antidemocratica faziosità del suo
pensiero, si à potuto considerare come un elemento negativo (sino al punto di
vietare la lettura del romanzo in certe associazioni, sezioni, circoli
universitari) perché considerato “di destra”. Un assurdo che mai si sarebbe
verificato se i ragazzi “di sinistra” avessero fatto campeggi estivi chiamati
Campi Gollum, o se Tolkien fosse stato considerato uno scrittore
“progressista”, come del resto oggi si cerca di accreditare. E, ancor adesso,
chissà per quale distorsione mentale, uno scrittore come lui, cattolico
tradizionalista, monarchico, conservatore, deve essere assolto dalla “accusa”
di “essere di destra” con un curioso sbianchettamento di tipo ideologico. Aveva
le sue idee, erano quelle, bisogna accettarle, come finalmente vengono
accettate le opere e le idee di altri grandi autori da mettergli accanto, da
Borges a Pound, da Eliot e Cèline, da Mishima a D’Annunzio. Solo la lunga egemonia
“progressista” può far considerare un minus,
una colpa, da cui essere assolti, per poi poter essere letti ed apprezzati,
il fatto di avere una “visione del mondo” non “di sinistra”.
Questo è quanto. E non lo si può smentire con
alcuna acrobazia dialettica o mistificando le intenzioni di Tolkien e altrui.
E questo spiega anche il perché del successo universale dell’opera tolkieniana. Non
equivochiamo (come qualcuno potrebbe maliziosamente fare): essa si basa su
valori profondi, eterni, mitici, e perciò compresi, apprezzati e validi in
tutte le cultura del mondo. E per capirli, sviscerarli ed analizzarli, non si
può rimanere sulla superficie della sua scrittura.
Questa raccolta di saggi, nata su iniziativa di
Fabio Larcher ed affidata al sottoscritto, si propone di evidenziare la
complessità dell’ Albero tolkieniano, intendendo con esso l’ispirazione e
l’espressione narrativa del professore di Oxford. Per questo motivo si sono
riuniti autori di varia impostazione critica, tutti però accomunati dall’idea che
non si può assolutamente restare in superficie nell’analisi della sua opera. Il
risultato, mi pare, è di grande complessità ed interesse, da un lato perché
smentisce molti luoghi comuni, dall’alta perché, a differenza di tanti testi
ripetitivi di cose arcinote o che insistono su aspetti inessenziali, apre nuove
vie interpretative e offre nuove ipotesi di lavoro.
L’immagine dell’albero
scelta per il titolo non è casuale. Non solo perché il nostro autore amava gli alberi
(le ultime sue foto prima della scomparsa ce lo mostrano appoggiato al suo
bastone e ad un enorme fusto) e si amareggiava perché la sua campagna veniva
attraversata da sempre nuove strade asfaltate, non solo perché gli alberi -
vera Natura vivente - sono co-protagonisti dei suoi romanzi, ma anche perché
due immagini esso rievoca indirettamente. La prima è quella fatidica frase per
cui è “nel terriccio della mente” che si sedimentano idee e suggestioni per
lievitare, mettere radici e germogliare; la seconda è quel racconto, “Foglia” di Niggle, in cui senza dubbio
rappresentò se stesso e la sua opera: come il pittore era sempre insoddisfatto
del quadro che stava dipingendo cui apportava sempre nuovi particolari e
rifiniture, così il nostro professore era sempre insoddisfatto del suo narrare.
E non è un caso che Tolkien abbia scelto come soggetto del quadro di Niggle
proprio una foglia e non altro. Inoltre, l’immagine dell’albero è stata varie
volte utilizzata con riferimento alla narrativa tradizionale, tipo “l’albero del mito” e “l’albero delle
fiabe”. Qui, il senso è lo stesso.
Ecco quindi il motivo per cui i venti saggi riuniti
in questo libro sono divisi in tre parti.
Le radici
esaminano il mondo simbolico e letterario dove “pesca” l’immaginario tolkieniano:
alcuni dei simboli cui faceva riferimento con cognizione di causa, il rapporto
con la modernità e la Natura, il senso che egli dava alla morte e
all’immortalità, i suoi antecedenti letterari e specificatamente il rapporto
con C. S. Lewis, la possibilità d’individuare nella sua opera un senso
politeista piuttosto che cristiano e nelle società della Terra di Mezzo da lui
descritte quella “tripartizione funzionale” tipica delle civiltà indoeuropee
evidenziata da Georges Dumézil (segnalo l’originalità di queste due proposte
interpretative che meritano di essere approfondite).
I rami,
che sono un prolungamento del tronco principale, scandagliano il significato
profondo di alcuni personaggi, tanto per dimostrare che non è vero che essi
siano semplici marionette senza spessore o che ricalchino pedissequamente
stereotipi stucchevoli: una analisi generale dei diversi tipi di “eroe”
presenti nel Signore degli Anelli,
quindi, scendendo nel particolare, due notevoli e originali interventi su
Aragorn e Frodo, infine un esame complessivo delle figure femminili e del modo
in cui Tolkien intendeva la “femminilità”. A smentita di troppi e consolidati
luoghi comuni, che vengono smontati uno ad uno, anche in questo caso si aprono
nuove e originali vie interpretative.
Infine, le foglie,
cioè il prodotto del tronco e dei rami, affrontano gli sviluppi pratici ed
ideali della Weltanschauung tolkieniana
e del suo calarsi nella società moderna: dal cinema all’oggettistica, dai
giochi di ruolo al fumetto e alla illustrazione e infine alla musica.
Interventi quanto mai corposi e completi rispetto ad altri in precedenza
pubblicati a dimostrazione della varietà dell’influenza tolkieniana nel mondo
di oggi. La massa di informazioni è enorme e tutti gli autori di questa sezione
meriterebbero di essere citati ed elogiati per la loro competenza, ma, anche in
riferimento a quanto detto inizialmente, segnalo soprattutto il testo di Mario
Bortoluzzi, leader del complesso “La
Compagnia dell’Anello” ancora in piena attività con concerti e CD, che da
testimone diretto (peraltro mai interpellato in proposito) racconta per la
prima volta come e perché nacque la “musica alternativa”
d’ispirazione tolkieniana, i motivi esistenziali e ideali per cui certi giovani
artisti in nuce si sentirono spontaneamente
attratti e si ispirarono al mondo fantastico creato dal filologo di Oxford. La
“mala fede” e la “strumentalizzazione” di cui si parla con tanta indecente
approssimazione vengono dissolte come nebbia al sole di fronte alle sue parole.
A meno che non si dica che sono tutte fandonie...
Ecco, dunque, il senso di questa raccolta di saggi
su Tolkien,la Terra di Mezzo e Il Signore
degli Anelli: non una nuova antologia come tante, ma una antologia veramente
nuova perché spiega, precisa, analizza da punti di vista a volte opposti ma non
del tutto conflittuali, che obbligano il lettore a pensare e riflettere senza
rimanere ancorato al già detto e al già sentito. Potremmo usare il termine
ossimorico ideato da un politico italiano ormai molti anni fa: convergenze
parallele. Non sono simili fra loro, ma convergono nel respingere le
interpretazioni riduttive e sostanzialmente banalizzanti che provengono dalla
cultura dominante, basandosi su una analisi che in tutti affonda le radici nel
mito e nel simbolo.
Un libro questo che curatore, editore ed autori
dedicano a John Ronald Reuel Tolkien nel trentesimo della sua partenza verso i
lidi di Occidente e nel cinquantenario della pubblicazione del suo capolavoro
immortale. Sì, immortale.
Gianfranco de Turris