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UNA ANTIUTOPIA INDIVIDUALISTA

“Tutto ciò che non è permesso dalla legge è proibito.”

                                        Anthem (1938)

“Ciò che non è pensato da tutti gli uomini non può essere vero.”

                                           Anthem (1938)                            

                                      “Sono, dunque penso.”

                                       Atlas Shrugged (1957)      

1.    Utopia e Antiutopia: un tentativo di sistematizzazione

 

Che cos’è un’utopia? È la descrizione del migliore dei mondi possibili, risposta critica in positivo a quelli che l’autore ritiene essere i mali, i difetti, le storture politico-sociali, morali e spirituali del proprio tempo. In tal modo si descrive una “città ideale2 o “Stato perfetto” e si propone “il modello cui bisogna guardare per sanare le ingiustizie e le incongruenze”[1] della società in cui si vive: per Tommaso Moro, che scrisse appunto il suo Utopia nel 1516, la società inglese sotto Enrico VIII.

Quali sono le caratteristiche-base dell’utopia? In genere si tratta di società in cui vige la democrazia totale e assoluta, una uniformità completa, l’assenza non solo di guerre e di contrasti interni ma anche di sentimenti e passioni in quanto considerati irrazionali, una razionalità ed un razionalismo che riguardano anche la religione, una scienza che di solito la sostituisce, uno scientismo che confina con il materialismo, una programmazione della vita ossessiva anche a livello privato, un controllo dell’eros e del sesso, la comunione di tutti i beni di tipo collettivista, lo Stato padrone di ogni cosa e organizzatore di ogni cosa.

Quale lo scopo dell’utopia? Lo scopo è di tenere sotto sorveglianza e controllo tutti i comportamenti personali e collettivi che possono ingenerare conflitti, divisioni, contrasti, e quindi far sorgere quel “male” che l’autore dell’utopia vede nel proprio tempo e si ripromette di criticare, proponendo soluzioni per lui valide. per lo stesso motivo si eliminano quelle strutture e funzioni politiche, economiche e sociali che, agli occhi dell’autore producono il “male2 che vuol combattere.

Che cosa è l’antiutopia o distopia[2]? È la descrizione del peggiore dei mondi possibili, risposta critica in negativo alle utopie in via di realizzarsi o già realizzate, quindi sia sul piano ideale che pratico.

Quali sono le caratteristiche-base dell’antiutopia? Sono le stesse dell’utopia, ma rovesciate nelle intenzioni del suo autore. Se per l’utopista sono un bene, per l’antiutopista sono un male. L’antiutopia, infatti, nasce non appena divengono realtà i sogni degli utopisti: ad esempio, appena inizia l’era industrializzata che avrebbe dovuto affrancare l’umanità dal peso del lavoro ecco che Emile Souvestre pubblica Le monde tel qu’il sera (1845-6), satira grottesca e crudele dei guasti del macchinismo forzato; e non appena si installa una utopia politica che segue i dettami di quella teorizzata per secoli (collettivismo dei beni, eguaglianza per tutti, razionalizzazione della vita e dei sentimenti, abolizione della religione, dominio della scienza ecc.), vale a dire la rivoluzione bolscevica del 1917 seguita dalla “dittatura dei Soviet”, ecco che nasce immediatamente una antiutopia: My di Eugenij Zamyatin, scritta nel 1920, pubblicata in inglese nel 1924 e solo nel1991 in Russia.

Quale lo scopo dell’antiutopia? Gli autori portano alle estreme conseguenze i mali che vedono intorno a loro, ma questa volta si tratta dei mali o teorizzati da ideologie filosofico-politiche e quindi in nuce, o più spesso quelli finalmente realizzati di una utopia calata nella Storia. L’antiutopia è quindi un grido di allarme, una messa in guardia, un avviso che i suoi autori lanciano ai propri contemporanei, sia in forma satirica che in forma drammatica.

Tutte le opere che descrivono una società del futuro nel bene o nel male possono essere definite utopie o antiutopie? No. Il discrimine sono le intenzioni dell’autore: egli deve presentare le sue società esplicitamente come “modelli ideali”, come “società esemplari” sia positive cui aspirare e da realizzare (le utopie), sia negative da evitare ed alle quali sottrarsi (le antiutopie). Tutte le altre opere sono qualcosa di diverso: ad esempio, possono essere i cosiddetti romanzi “viatori” (cioè la descrizioni di vari tipi di civiltà attraverso le avventure di un personaggio mediante cui satireggiare il proprio tempo: esempio tipico i Gulliver’s Travel[3] di Swift del 1726), oppure opere di fantascienza o di fantapolitica (quando ambientate in un futuro lontano o compresente al nostro), o ucronie (quando lo spostamento non è nello spazio ma nel tempo ipotetico, rispondendo alla domanda “e se?”), oppure semplici storie d’avventura.

Ma per alcune opere, ad esempio The Iron Heel di Jack London (1907)[4], Swastica Night di Murray Constantine (pseudonimo di Katharine Burdekin, 1937)[5], o ancora l’Jcosameron[6] di Giacomo Casanova (1788), The Coming Race[7] di Edward Bulwer-Lytton (1871) o Heliopolis[8] di Ernst Jünger (1949), solo per citarne alcune note, inquadrarle non è facile: anche se in genere le si definisce superficialmente utopie o antiutopie, le loro caratteristiche sono o non sono esattamente le stesse? In realtà, non lo sono affatto nel senso che in precedenza si è descritto, e per capire di cosa si tratti bisogna sempre rispondere alla domanda: da che punto di vista si pone l’autore? cosa intende proporre o criticare? è dalla parte dei valori dell’utopia o dell’antiutopia quando ha scritto la sua opera?

Si può quindi dire questo: London si pone dal punto di vista dei lavoratori e dei sindacati e critica una società americana a venire dove il potere è controllato dal “Tallone di Ferro” l’organizzazione del padronato, mentre la Burdekin descrive un mondo futuro dominato dal nazismo: quindi i due autori avallano e difendono i valori dell’utopia, e di conseguenza la loro sarà una utopia negativa, in quanto non descrive una società progressista ma con accenti critici una società reazionaria. Opposta invece la posizione degli altri autori citati: Casanova, descrivendo la società dei Megamicri “abitanti aborigeni del Procosmo all’interno del nostro globo”, la descrive stile ancien régime deridendo i principi riformisti, democratici e repubblicani; Bulwer-Lytton parla una civiltà aristocratica di uomini e donne alati, anch’essa sotterranea, che dispone del vril che dà a tutti il “potere supremo”; Jünger infine descrive una società che si basa su principi tradizionali, gerarchica, elitaria, “militare”. Qual è la loro prospettiva? Il loro fondamento è l’opposto di quello utopico, i valori che vengono esaltati e su cui si basano le culture descritte sono agli antipodi di quelli utopici, anzi sono proprio quelli che le utopie criticano e combattono: queste opere quindi non possono essere considerate. né definite, utopiche nel senso classico, ma - opponendosi a queste ultime - sono delle vere antiutopie. Ma c’è un particolare: esse non descrivono un mondo in negativo, un mondo peggiore, un mondo da evitare, ma descrivono un mondo che gli autori auspicano, proprio come nelle utopie, una società vagheggiata (contemporanea ma nascosta, o futura) di cui mettono in risalto i pregi: quindi antiutopie sì, ma positive.

Possiamo sintetizzare così: secondo Adriano Tilgher l’utopia “basta rovesciarla per avere il contorno della realtà di cui è la negazione”[9], ma cosa succede se rovesciamo l’antiutopia? Poiché essa è una critica della utopia e non della realtà, se la rovesciamo negativamente non otteniamo affatto di tornare alla “realtà”, ma agli errori e alle illusioni che sono alla base di ogni utopia pura: parte dai suoi stessi presupposti per arrivare alle sue estreme conseguenze negative, la sua ottica essendo critica e distruttiva. Se invece la rovesciamo positivamente con essa si costruisce un “modello di società” che ha basi valoriali opposte, intenti contrari a quelli dell’utopia classica, la sua ottica essendo positiva e costruttiva, cioè indicare uno “Stato perfetto” imperniato su ideali esattamente contrari a quelli dell’utopia per eccellenza[10].

Anche all’antiutopia si può adattare la definizione che Tilgher diede dell’utopia: “protesta a rivolta contro il reale”[11], ma con scopi e intenti opposti. Gli antiutopisti protestano e si ribellano contro un “reale” in cui vedono i germi, le avvisaglie e già le prime  realizzazioni dell’utopia.

Il lettore vorrà perdonarci questa premessa forse troppo lunga e didascalica, ma negli ultimi tempi di fronte a ricorrenze varie di scrittori o delle loro opere, magari per l’occasione trattati in articoli o in premesse alle loro ristampe, si sono lette interpretazioni e definizioni abbastanza scontate o contraddittorie fra loro. Era il caso di effettuare una piccola messa a punto, riprendendo una nostra classificazione che risale ad un po’ di anni fa, esattamente nel saggio che accompagnava Il castigo della democrazia di Daniel Halévy (Volpe, 1971), e che abbiamo sempre applicato con un certo successo esegetico. Forse potrà sembrare un po’ troppo tassonomica: non pretende di essere esaustiva, perché le varianti personali possono risultare innumerevoli, ma almeno cerca di fare un minimo di ordine in questo genere di opere filosofico-letterarie.

 

2. La “visione del mondo” di Ayn Rand

 

Poste queste premesse, chiediamoci: dove si colloca Anthem di Ayn Rand? La risposta sembra evidente: fra le antiutopie negative perché porta al parossismo le premesse della rivoluzione bolscevica del 1917, cioè il tentativo di creare uno Stato su basi utopiche classiche - soprattutto quelle dell’utopia illuminista settecentesca e socialisteggiante dell’Ottocento, pur criticate dal filosofo di Treviri - applicando le teorie di Marx rivisitate da Lenin. Non tutti sono d’accordo, però, a limitarla a questa sola denuncia, ma tale era l’esatta intenzione dell’autrice.

Alyssa Rosenbaum (1905-1982) nasce a San Pietroburgo da una famiglia benestante di origini ebraiche, nel 1924 si laurea in storia all’università della sua città ma, nel pieno dei rivolgimenti bolscevichi, riesce a trovare lavoro solo come guida turistica. Nel 1926 parte con un passaporto turistico per gli Stati Uniti approfittando dell’invito di lontani parenti, e qui decide di fermarsi per farsi una nuova vita, muta nome in quello di Ayn Rand, comincia a lavorare in varie forme nel mondo hollywoodiano e nel 1929 sposa l’attore Frank O’Connor, nel 1931 ottiene la cittadinanza americana. La sua passione è scrivere, ma deve perfezionare l’inglese: nel 1934 rappresenta a Hollywood la sua commedia Woman on Trial (poi intitolata Night of January 16th), nel 1933 conclude il primo romanzo We the Living[12], che pubblica però solo nel 1936, il più breve Anthem[13] che qui si traduce scritto nel 1937 esce nel 1938: in entrambi si riflette in modi assai diversi la tragedia della dittatura comunista nella Russia in cui era nata; finalmente il successo giunge con The Fountainhead[14] del 1943 da cui fu tratto nel 1949 il film omonimo di King Vidor con Gary Cooper, quindi dopo dieci anni di lavoro appare nel 1957 Atlas Shrugged[15], un romanzo di mille pagine summa di quella che è ormai la sua filosofia.

Da questo momento Ayn Rand considera concluso il lavoro puramente letterario e intraprende quello filosofico-saggistico, le cui premesse erano nei due suoi primi romanzi e che aveva cominciato a delinearsi esplicitamente con The Fountainhead. Qui erano apparsi con evidenza gli ideali individualistici della scrittrice che aveva inziato a contornarsi all’inizio degli anni Cinquanta di giovani devoti attratti dalla sua forte personalità e interessati alle sue idee. Le premesse di questa nuova fase della sua vita intellettuale è For New Intellectual del 1961, una antologia proprio dei brani teorico-filosofici delle opere narrative, dal 1962 inizia a pubblicare un mensile di informazioni, The Objectivist Newsletter, che con vari nomi uscirà fino al 1976. Escono quindi altri cinque volumi che in genere riuniscono suoi articoli: The Virtue of Selfishness[16] (1964), Capitalism (1967), The Romantic Manifesto (1969), The New Left (1971) e Introduction to Objectivist Epistemology (1979). Tiene innumerevoli conferenze per tutti gli Stati Uniti, suscitando polemiche esterne ed interne con varie scissioni di suoi seguaci, ma anche perla sua turbinosa vita sentimentale con tanto di “amanti ufficiali”. Il marito muore nel 1979, la Rand tiene l’ultima conferenza nel 1981 e muore a causa di problemi cardiovascolari l’anno seguente. L’Ayn Rand Institute ha continuato a raccogliere i suoi scritti in volume pubblicandone almeno sette.

La scrittrice-filosofa ha definito il suo pensiero con nome di “Oggettivismo”, una sorta di “liberalismo integrale”[17] che si basa sull’assioma realismo-razionalismo di tipo aristotelico, una sorta di “realismo ontologico”[18]. L’etica dell’Oggettivismo ha come riferimento standard la vita umana: al centro di questa etica vi è l’ “egoismo razionale”, inteso, come spiega la Rand nel suo primo libro The Virtue of Selfishness, positivamente nel senso di “cura del proprio interesse”. Di conseguenza, essendo i fenomeni sociali visti in un’ottica individualistica, la migliore forma possibile di società sarà il capitalismo di tipo americano, cioè quello fondato sui diritti individuali che promuovono lo sviluppo; viceversa l’etica altruistica non potrà che essere favorevole allo statalismo ed al collettivismo. Lo Stato per Ayn Rand dovrebbe essere ridotto solo a poche funzioni: la difesa dell’incolumità dei cittadini e dei loro diritti all’interno con polizia e giustizia e all’esterno con l’esercito.

In sintesi, questa la filosofia della Rand che si definiva una radical for capitalism e che oggi viene compresa fra gli odierni libertari americani, i libertarians. Questa “visione del mondo”, ovviamente, non è nata all’improvviso ma si è formata negli anni: è quindi evidente che se ne trovino tracce esplicite, anche se non perfezionate, nelle sue prima opere, tra cui questo Anthem.

 

3. “Anthem” e le altre antiutopie

 

Il breve romanzo descrive nella sostanza il risveglio dell’ individualità prima fisica, poi intellettuale e infine psicologica ed esistenziale del protagonista in un mondo di collettivismo esasperato, cioè nel mondo del “socialismo reale” diremmo oggi, nel mondo della dittatura del proletariato e dei Soviet in cui l’autrice visse da bambina e da giovane intellettuale, fra il 1917 e il 1926. Una società terribile, ma non impossibile, se si pensa a cosa riuscì a fare Pol Pot in Cambogia quando, in soli tre anni di regime dei khmer rossi (1976-1979), adottando sistemi non diversi da quelli descritti nella società immaginata dalla Rand, eliminò almeno due milioni di persone, quasi un quarto della popolazione.

Eguaglianza 7-2521, il personaggio principale della storia, nasce “diverso” e per questo aprioristicamente viene considerato “malvagio”: diverso già esteriormente (è alto un metro e ottanta), ma soprattutto interiormente: è curioso, vuole sapere, non si accontenta di quel che gli si dice. La società in cui vive, nata con la Grande Rinascita seguita ad una terribile guerra, è in realtà una società decaduta: l’ultima invenzione risale a cento anni prima ed è, nientemeno, che la candela. La Grande Verità è iscritta a chiare lettere. “Tutti gli uomini sono una cosa sola, non c’è volontà accetto la volontà di tutti gli uomini insieme”; vige un livellamento verso il basso (“è male essere superiori ai nostri fratelli”) e tutti coloro i quali mostrano un minimo di interessi e curiosità anche di tipo artistico sono immediatamente cancellati, rimossi e confinati nei mestieri più umili e frustranti. In questa società “è proibito non essere felici” , ma in realtà “la paura vaga per la Città, una paura senza nome, senza forma”. E altrimenti non potrebbe essere in quella che in realtà e una Grande Caserma.

Il controllo esercitato dai vari Consigli (non diversi dai Soviet) che culminano col Consiglio Mondiale degli Studiosi, attua un controllo ferreo sulla vita collettiva e individuale sin dalla nascita, spesso grazie alla manipolazione del linguaggio. Il concetto base è “Non ci sono uomini ma solo il grande NOI”, talché esiste una Parola Indicibile che il protagonista scoprirà soltanto alla fine, sia per autoconsapevolezza sia per aver finalmente trovato i libri del lontano passato. I nomi e i numeri che vengono assegnati ai nuovi nati sono esemplificativi: Internazionale, Fraternità, Unione, Solidarietà, Libertà, e fra gli studiosi: Collettivo, Umanità, Democrazia, Alleanza, Armonia. A ben vedere, le parole d’ordine del comunismo di ieri e di oggi, elevate a fini politici ed etici assoluti e universali, nel cui nome tutto si può e si deve fare, anche contro la volontà altrui, anche compiendo azioni esecrabili perché da esse giustificate.

L’annullamento della personalità e della individualità inizia proprio da qui: un vocabolo generico ed un numero al posto del nome proprio. Ma pian piano Eguaglianza 7-2521, partendo dalle sue caratteristiche interiori che lo fanno sentire “diverso” e che cerca di reprimere a tutti i costi condizionato dal clima in cui vive, prende coscienza di sé: elemento scatenante è l’incontro con Libertà 5-3000, una ragazza bionda. E qual è la prima cosa che Eguaglianza fa? Per identificare l’oggetto del suo interesse lo “nomina”: lo chiama con un vero nome, Aurea, che così la qualifica e la distingue da tutte le altre. Quasi come in una operazione magica, dando un nome, conoscendo il nome, ci si appropria dell’oggetto. Da qui inizia il cammino di Eguaglianza verso il completo “risveglio”.

Questi due elementi - l’annullamento della personalità attraverso l’annullamento del nome, e la riscoperta dei sentimenti (dell’amore) che portano alla rivolta del protagonista - sono tipici delle antiutopie. Prima di Anthem in lingua inglese di veramente importanti ne erano apparse due: My[19] (che vuoi dire proprio “Noi”) di Eugenij Zamjatin che era nota per le traduzioni in inglese (1924), ceco (1927) e francese (1929), data la proibizione di stampa in Unione Sovietica (a parte le copie circolanti presso gli esuli: la prima edizione in russo apparve a New York nel 1952) cosa che avvenne subito dopo la caduta dell’URSS nel 1991[20]; e Brave New World[21] di Aldous Huxley del 1932, ed è quasi impossibile che Ayn Rand non le abbia conosciute e lette, traendovi spunti e ispirazioni poi rifusi e rimodellati nel suo piccolo capolavoro. Il primo romanzo descrive il mondo del Benefattore nel secolo XXXVI dell’Era Matematica, tutto è sotto il controllo dei Guardiani, tutto è regolato nei minimi particolari anche le “notti d’amore”: il protagonista D-503 comincia a rendersi conto di quel che avviene proprio quando inopinatamente si “innamora” di I-330. Nel secondo l’azione di svolge nell’anno secondo di N. F. (Nostro Ford o Nostro Freud) quando sin dalla nascita i bambini sono destinati ad entrare in una precisa classe a seconda delle esigenze della società, una bevanda (il “soma”) serve a ottundere ogni facoltà, il sesso è controllato, ma il caso vuole che non tutto funzioni in Bernard Marx che si ritrova “diverso”, non vuole essere felice per obbligo e fa cose impreviste, riscopre i sentimenti.

Lo stesso schema si riprodurrà in linea di massima in due altri grandi antiutopie successive, di certo influenzate da Zamjatin, Huxley e Rand, ma con intenti diversi: più politici quelli di George Orwell in 1984[22] (1949), più culturali quelli di Ray Bradbury in Fahrenheit 451[23] (1953). Ad essi si potrebbe aggiungere una utopia agghiacciante come Limbo[24] (1952) di Bernard Wolfe in cui il livellamento egalitario raggiunge anche la mutilazione fisica.

Dopo la scoperta dell’attrazione sentimentale e fisica, il secondo elemento scatenante per la riscoperta dell’individualità e per la ribellione definitiva contro il collettivismo, giunge per Eguaglianza con il rendersi conto della propria originalità intellettuale, della possibilità di saper effettuare una scoperta e addirittura una invenzione senza l’aiuto di alcun “fratello”. La scoperta dell’elettricità, l’invenzione della lampadina. E in un mondo che vive praticamente al buio, la luce è ovviamente anche un elemento simbolico: l’allontanamento non solo delle tenebre fisiche, ma anche delle tenebre mentali. Novello Prometeo - e così sarà il nome che alla fine deciderà di assumere - Eguaglianza 7-2521 grida ai santoni del Consiglio Mondiale degli Studiosi: “Noi vi diamo il potere del cielo! Noi vi diamo la chiave della Terra! Portiamo agli uomini una nuova luce!”. Inutilmente, perché “ciò che non è pensato da tutti gli uomini non può essere vero”, tanto più che “la corruzione si trova nella solitudine”, ed Eguaglianza proprio nella solitudine, da solo, era giunto alle sue conclusioni.

La fuga del protagonista nella Foresta Inesplorata ai confini della Città, capovolge quel che esse di solito simboleggiano: civiltà contro barbarie. Ma la foresta è anche il simbolo dell’inconscio (basti pensare a Dante) e penetrando finalmente in essa Eguaglianza giunge alla scoperta finale di corpo e possibilità interiori: si riappropria letteralmente della propria identità vedendo riflesso per la prima volta nell’acqua il volto, prova la soddisfazione di procurarsi da solo il cibo, scopre l’amore fisico con Aurea (che lo ha seguito nascostamente) perché essa è “sola e unica”.

La filosofia di vita e i programmi per il futuro del protagonista nelle ultime pagine del romanzo[25], espongono in nuce la filosofia individualistica di Ayn Rand che sarà ampiamente motivata nei due successivi romanzi, The Fountainhead e il futuribile Atlas Shrugged, che descrive gli Stati Uniti in mano ad un governo socialista, ma soprattutto nella sua saggistica teoretica.

Eguaglianza, che era stato chiamato Invitto dalla ragazza dai capelli biondi, si dà ora il nome di Prometeo, e alla sua donna muta il nome da Aurea in Gea: la Terra Madre della futura umanità fatta da uomini, uomini liberi e perciò veri, veri perché liberi. Detta il suo motto: “Tre parole sacre: Io lo voglio!”. Stabilisce la sua legge: “Un uomo ha dei diritti che né dio né re né altri uomini possono portargli via, non importa quale sia il loro numero, perché il suo è il diritto dell’uomo, e non c’è sulla Terra alcun diritto superiore a questo diritto”, e quindi “la scelta della mia volontà è l’unica legge che io debbo rispettare”. Determina la sua missione: “L’uomo andrà avanti. L’uomo, non gli uomini”. E, infine, decide che la parola “Noi” non deve essere posta al primo posto come avveniva nella Città - che ormai egli definisce “maledetta”, “dei dannati”, “degli schiavi” - “altrimenti diventa un mostro, la radice di tutti i mali della Terra”: di conseguenza bandisce “l’adorazione della parola ‘Noi’”.

Come è stato giustamente notato[26], Anthem si distingue per almeno due aspetti da altri romanzi antiutopici: la tecnologia in una società collettivizzata non porta benessere bensì una regressione quasi pre-industriale; il finale non è pessimistico, ma ottimistico.

In entrambi al fondo c’è la filosofia radicalmente individualista dell’autrice: nel primo, essa ritiene che “la tecnologia sia un effetto e non una causa dello stato di avanzamento di una civiltà; la tecnica, lungi dall’essere un fattore autonomo di ‘progresso’, dipende a sua volta dalla libertà e dallo sviluppo dell’individualità”[27], di conseguenza un sistema collettivistico, per sua intrinseca natura, non potrebbe mai produrre i livelli scientifico-tecnologici descritti, ad esempio, da Zamjatin e Orwell. Una tesi solo in parte giusta, perché nella realtà si è visto come l’Unione Sovietica, concentrando tutti i suoi sforzi finanziari nell’industria pesante, nell’industria bellica e in quella aerospaziale, sia riuscita a raggiungere risultati scientifici e tecnologici notevoli, magari alla lunga distanza effimeri ma notevoli, a discapito del tenore di vita della popolazione. Nel secondo caso, la ribellione dell’individuo al sistema che lo opprime non fallisce come in My, 1984 e potremmo aggiungere Blokken e Limbo, ma al contrario riesce, e pone in prospettiva una rinascita della civiltà tutta su basi più umane, anticipando su questo punto Fahrenheit 451 in cui al pessimismo assoluto si contrappone la finale visione di una società diversa grazie al coraggio di pochi uomini-libro, pur se Bradbury auspica l’olocausto purificatore di un mondo, che in nome del livellamento in basso dell’essere umano e della sua standardizzazione, ha deciso di porre al bando la cultura.

 

4. Il senso e lo scopo di “Anthem”

 

Nella pagina finale della sua storia immaginaria ma non impossibile, Ayn Rand parla di quegli uomini che nell’oscuramento generale dell’anima e della ragione, rifiutarono il “noi”, il collettivismo e la massificazione: “Che agonia deve essere stata la loro davanti a ciò che vedevano avvicinarsi e che non potevano fermare! Forse gridarono per protesta e per avvertimento”. Ed è esattamente questo lo scopo e la funzione dell’antiutopia: si scrive appunto “per protesta e per avvertimento”. Gli antiutopisti vedono (e vivono) gli errori del loro tempo, che nascono dalle illusioni utopiche, e mettono in guardia da essi esasperandone le caratteristiche.

Nella introduzione alla seconda edizione rivista del romanzo (1946), l’autrice fa un’osservazione di estremo interesse e attualità: “Alcuni mi hanno detto che sono stata ingiusta nei confronti degli ideali del collettivismo; questo non era, hanno detto, quel che il collettivismo proclama o si propone; i collettivisti non intendono né sostengono cose del genere; nessuno le sostiene”. Le stesse, identiche giustificazioni di coloro i quali, allorché cose che pur si sapevano furono sistematizzate da alcuni storici francesi ex comunisti ne Il Libro nero del comunismo (Mondadori, 1999) dove si stimava in circa cento milioni i morti causati dal tentativo di mettere in pratica le teorie di Marx, affermarono che in fondo tutto era stato fatto “a fin di bene”, “per una buona causa”... Non rendendosi conto che in tal modo non assolvevano un bel nulla, anzi aggravavano le colpe dei comunisti: se si imprigiona, tortura e uccide per fare il bene di tutti, di “noi” appunto, si è parecchio più colpevoli di coloro i quali imprigionano, torturano ed uccidono per un personale tornaconto o pura malvagità.

Nel 1937, quando Anthem venne scritto, il comunismo sovietico veniva considerato - rispetto a fascismo e nazismo - come un regime “umano” e “umanitario” il cui scopo era far trionfare la libertà e l’amicizia dei popoli, il bene e la giustizia interne, contro gli sfruttatori e gli imperialisti per la pace e la democrazia, al punto da affascinare l’intellighenzia delle nazioni occidentali sino a spingerla a difendere quasi aprioristicamente i regimi di sinistra[28]. La posizione degli intellettuali progressisti, soprattutto americani e inglesi, è nota nei confronti non solo dell’URSS stalinista, ma anche dei governi del Fronte Popolare sia in Spagna che in Francia. Erano gli anni che la Rand definisce “il decennio rosso”, quando, come ricorda Alessandro Laganà, “a causa del suo ormai noto anticomunismo vengono precluse alla scrittrice tutte le possibilità di successo e quasi di sopravvivenza”[29], sino a costringerla a pubblicare Anthem con un editore londinese, Cassell. Questo - è bene ricordarlo - negli Stati Uniti, quelli del New Deal rooseveltiano!

Il filocomunismo politico e intellettuale del mondo anglofono era soprattutto in funzione antifascista (e in seguito antinazista) e si manifestò massicciamente a partire dagli interventi italiani nella guerra d’Etiopia (1935) e nella guerra di Spagna (1936), dato che sino ad allora la situazione era ben diversa, come provano le dichiarazioni pubbliche di uomini politici importanti (Churchill in primis) e l’atteggiamento della stampa.

Nel 1937 Ayn Rand conosceva benissimo, per esperienza vissuta il comunismo che si era realizzato in Russia, e contro quello esplicitamente scrisse, come si evince anche dalla sua introduzione sopra citata. Sono le sue caratteristiche intrinseche che vengono condannate nel romanzo portandole all’ossessione. Non ci possono essere dubbi su questo. Può essere inteso il suo romanzo contro il totalitarismo in generale? Forse lo si può considerare tale ex post, perché le sue intenzioni erano ben precise: il bersaglio era il collettivismo sovietico, l’annullamento della personalità individuale che esso presupponeva.

In realtà, questo stesso ragionamento è stato fatto per altre due opere: la prima è un breve testo antiutopico, Blokken[30] (1931) di Ferdinand Bordewijk in precedenza citato, la cui conoscenza però, essendo stato scritto in olandese e mai tradotto in altra lingua, rimase confinate ai Paesi Bassi. Il mondo descritto dell’opera, è sicuramente una critica al comunismo sovietico: la sua somiglianza in alcuni punti con Anthem è sorprendente, ma con tutta evidenza il tipo di società che si costruiva in URSS negli anni Trenta sollecitava negli scrittori immagini assai simili: ad esempio: “Lo Stato negava tutti i valori individuali, in primo luogo i valori dell’individuo. L’individuo interessava lo Stato per una cosa soltanto: la sua pericolosità per lo Stato. Allora lo Stato vedeva in lui un uomo. L’uomo era per lo Stato nient’altro che un nemico. L’ufficio del popolo stava ora elaborando un sistema per togliere all’uomo la sua ultima traccia di personalità, nome e cognome, da sostituire con tre lettere e un numero”[31]. C’è chi ne ha voluto fare un generico manifesto antitotalitario, ma l’anno di pubblicazione e vari riferimenti della trama (le bandiere rosse durante le sfilate, tanto per citarne uno) non lasciano dubbi. Interpretarlo così oggi è un’altra questione.

La seconda opera che si è voluta generalizzare è assai più importante e significativa: 1984. Ma anche qui le intenzioni di George Orwell erano palesi: lo dimostrano mille indizi nel romanzo stesso (le fattezze del Grande Fratello, i nomi di alcuni personaggi, le funzioni del Ministero della Verità, la filosofia che sottende il mondo di Oceania ecc.), la situazione in cui Orwell scrisse la sua opera (l’asservimento dell’Est europeo da parte dell’Unione Sovietica, il fatto che il nazionalsocialismo fosse stato sconfitto e i suoi capi impiccati a Norimberga nel 1946 e quindi non costituissero più alcun pericolo), e le sue idee personali di ex trotzkista (la recente scoperta della lista di scrittori e giornalisti definiti “criptocomunisti” da lui compilata nel 1949, anno di uscita di 1984, per il servizio di controspionaggio del Foreign Office britannico, e che tanto scandalo ha sollevato negli ambienti culturali progressisti)[32]. Antinazista convinto, Orwell però non aveva come centro del suo bersaglio una dittatura ormai rasa al suolo, ma quella viva e vegeta che era stata alleata di Stati Uniti e Gran Bretagna e che adesso si stava estendendo nel mondo grazie anche alla complicità delle “quinte colonne” intellettuali.

 

5. I romanzi di Ayn Rand nell’Italia del Ventennio

 

Per tornare ad Anthem, che si trattasse di un romanzo anticomunista era quindi il minimo che potessero intendere i primi traduttori italiani che presentarono nel nostro Paese il romanzo nello stesso anno della sua apparizione a Londra: scrivono Giuseppina Ripamonti Perego e Maria Zotti (già curatrici di We the Alive) che quello descritto dalla Rand è “un mondo di esseri annientati nella volontà, nel pensiero, piegati da una vita meccanizzata ad ogni rinuncia del corpo e dello spirito, il mondo che l’Autrice immagina creato dal comunismo, quando questo orrendo ordine di leggi, che solo un’aberrazione umana può aver voluto, avrà imperato per anni, per decenni, per secoli sulla sua patria dilaniata”[33]. Nessuna riserva hanno le traduttrici circa la trama del romanzo, mettendo in risalto come nella società in esso descritta venga “annullata ogni umanità e l’uomo non sarà più che un numero”[34]: dove il proprio destino viene deciso dal Consiglio delle Vocazioni “senza tener calcolo delle aspirazioni, delle tendenze, delle possibilità di ogni singolo individuo, forse anzi volutamente in aperto contrasto con esse”[35]; dove “ogni individualità è scomparsa e l’uomo non è più che un atomo perduto nell’inflessibile compagine”[36]; dove “nessuna libertà è più concessa alla mente umana”[37]. Insomma, concludono, si tratta di “un’opera di grande indiscussa forza che ancora una volta deve additare al mondo il pauroso tremendo pericolo di cui la sferza del bolscevismo lo minaccia: la distruzione di ogni civiltà, l’annullamento di ogni umanità”[38].

Insomma, esattamente quel che la scrittrice si proponeva di dire. Ora - lo si è già accennato - di certo col senno di poi i critici di oggi possono affermare di Anthem, così come di Blokken, di 1984 e magari di altre antiutopie, che possono ritenersi anche una critica di tutte le dittature, delle dittature di ogni colore, pure di quelle fascista e nazista. Possono senz’altro: la critica è fatta proprio per analizzare e speculare sulle opere letterarie; ma si tratta senza ombra di dubbio di un’interpretazione di comodo, di un adeguamento alla contemporaneità, di un indebito allargamento delle intenzioni originarie degli autori che, al momento in cui scrissero le loro opere, tenevano presenti l’URSS e la dittatura comunista, nelle loro incarnazioni leninista e stalinista (magari soltanto per una questione di date e di conoscenza oggettiva dei fatti politici).

Non si trattò, quindi, di un “equivoco” in cui incorse la censura del Ministero della Cultura Popolare: il romanzo della Rand era inequivocabilmente antibolscevico, e non c’era alcun motivo per impedirne la traduzione o per adattarla con vari accorgimenti. Non si può, nel caso di Anthem, fare un parallelo con un romanzo italiano apparso in quello stesso anno, il 1938, e di cui pochi oggi ci si ricorda: L’uomo è forte di Corrado Alvaro, una “anticipazione orwelliana” dai toni kafkiani come è stato definito[39], la storia di un uomo ed una donna che vivono sotto una incombente cappa di paura in un Paese dominato da un regime occhiuto, oppressivo, che li spia e li coinvolge in uno spietato ingranaggio politico-sociale. Il tutto è però indefinito: il “revisore” leggendo le bozze chiese la modifica del titolo originale che era Paura sul mondo, la soppressione di una ventina di pagine che alla fine si ridussero ad una ventina di righe, come ricorda l’autore che nel dopoguerra le definì “senza importanza”[40] e in seguito nemmeno ripristinò. Più significativo il fatto che venne pretesa una chiara “avvertenza” in cui si doveva precisare che l’idea del romanzo era nata all’autore “durante un suo soggiorno nell’URSS, alcuni anni fa”[41]. Non era una invenzione incongruente, peraltro, dato che Corrado Alvaro era andato in URSS per conto de La Stampa ed aveva raccolto i suoi articoli in I maestri del diluvio (Mondadori, 1935), e di nuovo si era occupato dell’argomento per Omnibus di Leo Longanesi nel 1937. Poteva insospettire, qui sì, che non si fosse specificato in quale Paese vigesse un regime tanto oppressivo e occhiuto, e quindi per il censore occorreva che non sorgessero dubbi: “La carica di una denuncia non localizzata, ma proprio per questo più generale e facilmente trasferibile anche ad una situazione come quella italiana, rendevano necessaria qualche cautela”[42]. Dubbi che per Anthem non potevano sussistere. Paradosso un po’ grottesco, un romanzo che aveva destato sospetti come L’uomo è forte riceveva nel 1940 il premio per la classe letteratura dall’Accademia d’Italia, la più fascista delle istituzioni culturali del Paese, creata proprio per contrapporsi all’Accademia dei Lincei. In tal caso forse l’aggettivo “equivoco” starebbe al posto giusto. Veramente un singolare regime quello mussoliniano...

 

 

6. Digressione su “Noi vivi” di Goffredo Alessandrini

 

L’atteggiamento d’incomprensione sul significato da dare alle opere di Ayn Rand da parte del fascismo, o meglio dei suoi addetti alla censura, si rivelerebbe anche con il film in due parti che il regista Goffredo Alessandrini trasse, su sceneggiatura di Anton Giulio Majano, Orio Vergani e proprio Corrado Alvaro, da Noi vivi, e cioè Noi vivi-Addio Kira! con Alida Valli, Rossano Brazzi e Fosco Giachetti, presentato alla Mostra cinematografica di Venezia nel 1942 ottenendo un enorme successo di critica con l’assegnazione della Coppa Volpi, e di pubblico quando andò in programmazione nel novembre (o settembre secondo altri) 1942. Un ottimo film prodotto in accordo con la casa editrice italiana del romanzo, ma senza ovviamente che l’autrice ne potesse saper nulla (si era in guerra con gli Stati Uniti). La pellicola venne recuperata anni dopo dagli avvocati della Rand, restaurata e sottotitolata in inglese con la supervisione della stessa autrice.

Ora, su questo film c’è un piccolo giallo, uno di quelli che pullulano inavvertiti all’interno della storia culturale minore, e di cui ci occupiamo soltanto perché altri in precedenza lo ha affrontato in collegamento con l’accoglienza delle idee di Ayn Rand in Italia durante quel periodo. Si tratta di questo: il film di Alessandrini “circolò poco” perché “Mussolini in persona dispose il ritiro dalle sale colpito dalla carica antitotalitaria della storia che sotto il mantello dell’anti-bolscevismo aveva tratto in inganno la censura”[43]. 

Quale la fonte di questa affermazione? L’unica cosa da fare era una consultazione sistematica delle opere sul cinema italiano e su quello del 1922-1943 in particolare, sia vere e proprie storie  sia dizionari. Non ho trovato la minima traccia di questo sequestro nemmeno su opere scritte da esperti noti non solo per la competenza ma anche per il loro netto ed esplicito antifascismo... [44]. Anche due biografie di Alida Valli (non pare ne esistano su Brazzi, Giachetti e nemmeno su Alessandrini) riportano un episodio che pur dovrebbe essere considerato importante[45]. Unico accenno si trova in un saggio specializzato sul rapporto fra cinematografia e fascismo, la dove si riferisce di un intervento di Guido Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni, presso il Minculpop “affinché il film venisse tolto dalla circolazione”, soprattutto perché “il personaggio più onesto e più umano - insomma, l’eroe positivo - è il commissario politico comunista”[46], ma non si dice esplicitamente che esso venne né sequestrato né tantomeno distrutto. Ho approfondito allora la ricerca su Internet e lì, dopo un certo girare a vuoto[47], ho trovato quella che sembrava essere la fonte principale dell’informazione in un sito dedicato alla filosofia randiana, in cui si aggiunge qualche altro particolare: “Lo stesso Mussolini, spinto anche dal governo tedesco, si mosse tuttavia per mettere al bando la pellicola e ordinare che il negativo fosse bruciato. Non poteva infatti sfuggire che la condanna così forte del comunismo in nome della sacralità dei diritti individuali che emergeva dal film era inevitabilmente una condanna di tutti i totalitarismi, compreso quello nazi-fascista”[48].

Ma a sua volta queste informazioni da dove derivavano se non se ne trova traccia esplicita e diffusa nei libri, almeno in quelli, e sono tra i più noti e importanti, dedicati al cinema durante il fascismo? Ulteriore ricerca su Internet, grazie anche all’interessamento di Nicola Iannello, ed eccoci all’origine di tutto, cioè il sito del Rossano Brazzi International Network e la lunga scheda dedicata a Noi vivi-Addio Kira (che la fonte originaria sia questa non ci sono dubbi, in quanto in entrambi i siti si cita erroneamente “premio Volpe” invece di Coppa Volpi): è Anton Giulio Majano che racconta come durante le riprese del film ci fosse un regolare controllo, con tanto di rapporto serale al Ministero della Cultura Popolare, sugli sviluppi della produzione; mentre è il responsabile della produzione (head of production) della Scalera Film, Massimo Ferrara, a raccontare di Mussolini, delle pressioni tedesche, del sequestro, della distruzione dei negativi e del salvataggio di uno di essi. Tutto ciò, cinque mesi dopo la “prima”, vale a dire, dunque, nel marzo-aprile 1943, quasi alla vigilia dal crollo del regime con la guerra alle porte d’Italia.

Che conclusioni trarre? Mi limito a dire che è perlomeno curioso che un fatto di tanto clamore, sequestro e distruzione di un film in odore di antifascismo (pur se si era in un momento cruciale della guerra e i controlli diventavano sempre più stretti) non sia stato ampiamente sfruttato da tanti critici cinematografici che hanno fatto dell’antifascismo una professione. Tanto più che, se non sbaglio, l’unico altro caso di una pellicola anch’essa sequestrata, condannata al rogo e di cui si salvò copia (tanto che oggi è in videocassetta), è stato nientepopodimenoché Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci (1972): questo bruciato per un presunto eccessivo e diretto erotismo, trent’anni prima quello per un presunto eccessivo e indiretto antifascismo! Un caso così non dovrebbe avere l’onore di un apposito capitolo nelle storie del cinema del/durante il fascismo?

 

7. Collettivismo, individualismo, fascismo

 

Perché, si chiederà il lettore, tanta insistenza e pignoleria sul film di Alessandrini che solo tangenzialmente tocca Anthem? È che sono stato mosso dalla convinzione secondo cui, a parte l’ottusità che ogni ligio censore di questo mondo possiede, accresciuta naturalmente durante il periodo bellico, sia il collettivismo denunciato dalla Rand, sia l’individualismo da lei esaltato, non potevano infastidire troppo in linea di principio il fascismo: questo, al di là dei luoghi comuni da troppo tempo rimasticati, ma senza voler certo ribaltare fatti storici consolidati.

Il regime non “collettivizzò” nulla, al massimo “espropriò” le terre nell’ambito della la “bonifica integrale”, e solo nel periodo della RSI emanò leggi per “socializzare” le aziende; inoltre durante il ventennio a dura critica vennero sottoposte le idee di Ugo Spirito circa un “corporativismo proprietario” che molti accusarono - appunto - di bolscevismo e collettivismo. La Rand definisce il collettivismo così: “Il collettivismo prevede che l’individuo non abbia diritti, che la sua vita appartenga al gruppo e che il gruppo possa sacrificarlo a piacere per i propri interessi. L’unico modo per implementare una simile dottrina è la forza bruta e lo statalismo è da sempre il corollario politico del collettivismo”[49]: il fascismo fu di certo “statalista” (sue istituzioni come l’IRI, l’INA e l’ENI, sono giunte sino ai giorni nostri), ma non collettivista come in genere s’intende, così come tutti gli Stati che, ad esempio, prevedono gli “espropri per pubblica utilità”...

Circa la questione dell’individualismo è il caso di rammentare come esso non fosse inviso al regime almeno in via di principio come risulta in vari libri[50]. Sotto l’aspetto puramente della teoria politica inutile ricordare l’elitismo di Pareto, Mosca e Michels che influenzarono il fascismo sin dalle origini; dal punto di vista esistenziale, l’insistere del fascismo sull’eroismo del singolo e sul sacrificio personale (un “superomismo” su cui si è ironizzato anche troppo); dal punto di vista filosofico l’attualismo di Gentile non prevedeva di certo l’annullamento totale dell’individuo nello “Stato etico” ma, come ben spiegato soprattutto in Genesi e struttura della società, una sorta di sintesi del suo pensiero (pubblicato postumo nel 1946), in esso si integrava ed esaltava: l’individuo per Gentile era un essere spirituale non paragonabile alla sua riduzione a semplice materia bruta come nella filosofia marxista e quindi nel comunismo. Certo, non bisogna dimenticare il famoso motto mussoliniano “Tutto nello Stato, tutto per lo Stato, niente contro lo Stato”, ma forse pochi rammentano che all’epoca il massimo teorico di un individualismo estremo e di un elitismo aristocratico, fu Julius Evola con Teoria dell’Individuo assoluto (Bocca, 1927) e Fenomenologia dell’Individuo assoluto (Bocca, 1930), che vedeva anche la magia come una “scienza dell’Io” e che condusse una lunga e inutile battaglia all’interno del fascismo proponendo di trasformare il “partito” in “ordine”, quindi contro lo “Stato etico” gentiliano considerato una specie di caserma, e contro l’intrusione del pubblico nel privato e nella sfera personale.

Cosa vuol dire questo? Che oltre ad un “fascismo di sinistra” socialisteggiante e quasi comunisteggiante (tanto che nel dopoguerra molti suoi esponenti confluirono nel PCI)[51], vi fu anche un “fascismo di destra” anticollettivista, antisocialista, individualista, elitario, aristocratico e (a differenza della Rand) anticapitalista e monarchico.

In conclusione: come detto, oggi si può sostenere la tesi che si vuole e criticare anche “l’equivoco su un’autrice antibolscevica e quindi non-antifascista”[52], ma lo si fa ex post, ampliando il campo della sua critica originaria. Che nel 1936 e nel 1938 fu inequivocabilmente antibolscevica, non solo come i romanzi dimostrano in modo esplicito e lei stessa conferma nella introduzione del 1946 sopra citata, ma come rivela anche la sua vita sino a quel momento (il riferimento al “decennio rosso” in USA a causa proprio del suo anticomunismo, di cui si è detto). Fino a quel momento - perché poi anche nel suo punto di vista può essere mutato il bersaglio della sua critica. Ma a noi, lo ripetiamo, interessa quello specifico di Anthem e, di riflesso, di We the Living, romanzi e non film altrui.

Paradosso dei paradossi, il pensiero della Rand che dovrebbe essere anticomunista ed antifascista, proprio per il suo individualismo esasperato venne accusato dai conservatori classici americani, quelli della National Review di William Buckley, di essere “un incubo fascista che evoca le camere a gas”[53]... Nel senso che, evidentemente, per la destra statunitense del tempo il fascismo e il nazismo avevano come loro stigma essenziale quel superomismo individualista assoluto, ancorché capitalista, con cui la scrittrice caratterizzava i protagonisti dei suoi romanzi.

 

8. “Anthem” oggi

 

Ora, il problema cui ci si trova di fronte ad opere di questo genere - sia di utopia, ma soprattutto di antiutopia - è la loro validità, ovviamente non tanto letteraria quanto di contenuto. Avevano ragione gli antiutopisti ad essere così allarmati? avevano esagerato a denunciare certe cose? erano stati troppo pessimisti? e, di conseguenza, la riproposta e la rilettura a tanta distanza di tempo ha un senso? è ancora efficace? può servire sempre a qualcosa?

La risposta è positiva, altrimenti non si sarebbe intrapresa questa nuova edizione e traduzione del romanzo. Ed è positiva per le stesse ragioni per cui la Rand concludeva la introduzione dell’aprile 1946 con queste parole: coloro i quali hanno sostenuto il collettivismo per “debolezza morale”, per non voler “prendere posizione”, per voler “amare la libertà”, cui non interessa conoscere il “contenuto delle idee” e che ritengono che “i fatti possono essere cancellati tenendo gli occhi chiusi”, tutti costoro che noi dopo oltre mezzo secolo possiamo definire non tanto “progressisti” quanto “buonisti” e “politicamente corretti”, ecco tutti costoro - dice la scrittrice - “pretendono quando si trovano in un mondo di rovine insanguinate e di campi di concentramento, di sfuggire alla responsabilità morale gemendo: ‘Ma io non intendevo questo!’”.

Anthem deve essere dunque ripresentato in quanto memento. Anche perché occorre ancora fare i conti con il “comunismo”. Certo, fra il 1989 e il 1991, dalla caduta del “muro di Berlino” all’ammainabandiera del vessillo con falce e martello dal pennone del Cremlino, sembrava che il “socialismo reale” (il comunismo realizzato) fosse crollato per il peso interno delle sue contraddizioni, per il collasso di un’economia assurda, imploso, distrutto non da una guerra come fu per i fascismi storici, bensì - come venne detto - dai supermercati. Non è stato esattamente così: non solo in diversi Paesi dell’Est europeo sono tornati al potere legale, con libere elezioni, i partiti comunisti anche se con altro nome, non solo esistono importanti nazioni ancora sotto regime esplicitamente comunista più o meno duro più o meno edulcorato (dalla Cina a Cuba, dalla Corea a molti Paesi africani), ma soprattutto dal punto di vista ideologico il marxismo, meglio la mentalità marxista, non è per nulla scomparsa. Da un lato si pubblicano libri che esprimono “nostalgia” per il comunismo-regime, dall’altro vi è ancora chi ritiene che un comunismo “rifondato” possa sempre essere la via migliore per un mondo migliore, dati i troppi errori che stanno commettendo la democrazia imperiale americana e l’imposizione obbligatoria e a brevissima scadenza, quasi immediata (invece che graduale, a piccoli passi a  lungo termine) di formule economiche in Stati non abituati, anche psicologicamente, ad esse. Anthem, quindi, ha sempre una sua ragione d’essere, non è affatto superato dagli eventi, dà modo ancora oggi di preoccuparsi.
                                   
Gianfranco de Turris
 
Roma, agosto 2003
 
Ringrazio gli amici Aldo Ferrari, Fabio Melelli, Claudio Quarantotto e Antonio Tentori per avermi aiutato nelle mie ricerche.

 

 



[1]Leone Bortone, L’utopia, Loescher, 1967, p. 6.

[2]Il termine “distopia” (ovviamente derivato dal greco, e che sta al pari di altre parole che negativizzano: dis-grazia, dis-abile, dis-eguaglianza ecc.) è un termine usato soprattutto dai saggisti anglofoni che si sono occupati di questo genere letterario: il primo ad averlo introdotto in italiano (come dystopia) è stato probabilmente Carlo Pagetti nel suo Il senso del futuro (Edizioni di Storia e Letteratura, 1970). Corretto linguisticamente e contenutisticamente, ad esso preferiamo però “antiutopia” da più tempo in uso e che sottolinea in modo maggiormente evidente la sua opposizione all’utopia. Sono stati proposti anche altri termini, ad esempio “controutopia (Maurilio Adriani, L’utopia, Studium, 1961). Spesso a livello giornalistico si trova anche un quasi ovvio “utopia negativa”, ma esso ingenera confusione, come si vedrà.

[3]Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Bur Rizzoli, 2001.

[4]Jack London, Il Tallone di Ferro, Nord, 2000.

[5]Katharine Burdekin, La notte della swastika, Editori Riuniti, 1993.

[6]Giacomo Casanova, Edoardo ed Elisabetta, Lerici, 1960 (edizione ridotta e modernizzata a cura di Giacinto Spagnoletti).

[7]Edward Bulwer-Lytton, La razza ventura, Arktos, 1980.

[8]Ernst Jünger, Heliopolis, Rusconi, 1972.

[9]Adriano Thilgher, Filosofia e Utopia, in Tempo nostro, Bardi, 1946, p. 8.

[10]Dati i caratteri abbastanza evidenti della antiutopia positiva, si sono tentate anche altre definizioni, come “utopia tradizionale”. “utopia reazionaria”, “utopia di destra”, convenendo però sulla loro insoddisfacenza (Claudio Quarantotto, Prefazione a Ghislain De Diesbach, Il Gran Murzuk, Edizioni del Borghese, 1971, p. XVI).

[11]Adriano Tilgher, Filosofia e Utopia cit., p. 9.

[12]Ayn Rand, Noi vivi, Baldini & Castoldi, 1937; Longanesi, 1990; TEA, 1992.

[13]Ayn Rand, La vita è nostra, Baldini & Castoldi, 1938; Inno, Alfa,1997.

[14]Ayn Rand, La fonte meravigliosa, Baldini & Castoldi, 1947; Corbaccio, 1996.

[15]Ayn Rand, La rivolta di Atlante, Garzanti, 1958.

[16]Ayn Rand, la virtù dell’egoismo, Liberilibri, 1999.

[17]Cfr. Carlo Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Liberilibri, 2001.

[18]Cfr. Nicola Iannello, Radicali per il capitalismo. L’Oggettivismo di Ayn Rand, Introduzione a Ayn Rand, La virtù dell’egoismo, cit.

[19]Eugenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, 1990.

[20]E non nel 2003 come ha scritto Fabrizio Dragosei, Anche il Grande Fratello aveva un Padre, in Corriere della Sera, 12 agosto 2003, p. 35. Altre edizioni sono apparse nel 1996, 1997, 2000 e 2002 come risulta dal sito della Biblioteca Statale Russa consultabile anche in inglese (www.rgb.ru).

[21]Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo. Ritorno al Mondo Nuovo, Oscar Mondadori, 2000.

[22]George Orwell, 1984, Oscar Mondadori, 2001.

[23]Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Oscar Mondadori, 2000.

[24]Bernard Wolfe, Limbo, Nord, 2000.

[25]I capitoli XI e XII sono parzialmente diversi dal punto di vista formale, ma nella sostanza identici, nelle due edizioni 1937 e 1946 (cfr. La vita è nostra cit., pp. 117-134).

[26]Alessandro Laganà, Ayn Rand, in Ayn Rand, Inno, Alfa, 1997, p. 8; e Nicola Iannello, Ayn Rand, in Liberal, n. 18, giugno-luglio 2003, pp. 120-124.

[27]Nicola Iannello, Ayn Rand cit., p. 121.

[28]Cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male, Ideazione Editrice, 2000.

[29]Alessandro Laganà, Ayn Rand, in Ayn Rand, Inno cit., p. 3

[30]Ferdinand Bordewijk, Blocchi, Bompiani, 2002.

[31]Ferdinand Bordewijk, Blocchi cit., p. 35.

[32]La lista è stata pubblicata il 21 giugno 2003 da The Guardian insieme al seguente articolo tradotto in italiano: Timothy Garton Ash, George Orwell: così denunciò i sospetti comunisti, in La Repubblica, 22 giugno 2003, pp. 34-35. Vedi anche Richard Newbury, La lista segreta di Orwell, profeta della guerra al totalitarismo, in Corriere della Sera, 15 agosto 2003, p. 12.

[33]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 5.

[34]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 6.

[35]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 6.

[36]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 7.

[37]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 7.

[38]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 8.

[39]Nella quarta di copertina della edizione 1994 nei Tascabili Bompiani.

[40]Corrado Alvaro, Avvertenza, in L’uomo è forte, Bompiani, 1994, p. 6.

[41]Cit. in Michele Prisco, Prefazione a Corrado Alvaro, L’uomo è forte cit., p. I.

[42]Giuseppe Zaccaria, Corrado Alvaro-Valentino Bompiani: cronaca di una collaborazione, in Corrado Alvaro, L’uomo è forte cit., p. XV.

[43]Nicola Iannello, Il ritorno di Ayn Rand, in Enclave, n. 6, ottobre 1999, p. 39; e quasi con le stesse parole in Radicali per il capitalismo. L’Oggettivismo di Ayn Rand, in Ayn Rand, La virtù dell’egoismo cit., p. XXV.

[44]Le storie, anche autobiografiche, del cinema italiano fra le due guerre sono: Il cinema di Luigi Freddi (L’Arnia, 1949, 2 voll.), Cinema italiano (1903-1953) di Mario Gromo (Mondadori, 1954), Intellettuali cinema e propaganda tra le due guerre di G. P. Brunetta (Patron, 1972), Il cinema del ventennio nero di Claudio Carabba (Vallecchi, 1974), Ma l’amore no di Francesco Savio (Sonzogno, 1975), Cinema italiano sotto il fascismo a cura di Riccardo Redi (Marsilio, 1979), L’occhio del regime di Mino Argentieri (Vallecchi,1979), L’avventurosa storia del cinema italiano di Franca Faldini e Goffredo Fofi (Feltrinelli, 1979), Cent’anni di cinema italiano di G. P. Brunetta (Laterza, 1991), Breve storia del cinema italiano di Paolo Russo (Lindau, 2002), Un secolo di cinema italiano 1900-1999 di Enrico Giacovelli (Lindau, 2002). I dizionari e regesti consultati sono stati: Il cinema. Grande storia illustrata di Autori Vari (De Agostini, 1981, 2 voll.), Dizionario universale del cinema di Fernaldo Di Giammatteo (Editori Riuniti, 1985, 2 voll.), Dizionario del cinema italiano. I film 1930-1944 di Roberto Chiti e Enrico Lancia (Gremese, 1993), Dizionario del cinema italiano. I registi dal 1930 ai giorni nostri di Roberto Poppi (Gremese, 1993), Dizionario dei film a cura di Paolo Mereghetti (Baldini & Castoldi, 1993), Dizionario dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini (Zanichelli, 1998), Dizionario di tutti i film di Pino Farinotti (Mondadori, 1999). Si è esaminato anche il catalogo Il cinema del ventennio raccontato dai manifesti a cura di Lorenzo Ventavoli (Bolaffi, 2001). Per un eccesso di scrupolo si sono consultate anche le “veline” del Ministero della Cultura Popolare, ma anche qui senza trovare alcun riscontro: Ordini alla stampa di Claudio Matteini (Editrice Poligrafica Italiana, 1945) e soprattutto l’accuratissimo Le veline fasciste sul cinema di Sergio Raffaelli, in Bianco e Nero, n. 4, ottobre-dicembre 1997, pp. 15-63.

[45]Il romanzo di Alida Valli di Lorenzo Pellizzari e Claudio Valentinetti (Garzanti, 1995), Alida Valli di Ernesto G. Laura e Maurizio Porro (Gremese, 1996).

[46]Jean A. Gili, Stato fascista e cinematografia, Bulzoni, 1981, p. 98.

[47]Nulla ad esempio su Il cinema del ventennio fascista del professor Antonio Costa, parte del corso di storia del cinema italiano dell’Università di Bologna.

[48]Il sito è Libertà Oggettiva e la citazione è tratta da Il cinema di Ayn Rand di Marco Faraci.

[49]Cit. in Ayn Rand, Denaro e libertà, Leonardo Facco Editore, 2002, p. 30.

[50]Ci limitiamo a citarne un paio, all’inizio e alla conclusione del regime: Il fascismo nella vita italiana di Pietro Gorgolini (Paravia, 1929 e L’individuo nell’etica fascista di Oscar Di Giambernardino (Vallecchi, 1940).

[51]Cfr. Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 1998.

[52]Nicola Iannello, Il ritorno di Ayn Rand cit., p. 39.

[53]La frase, citata da Nicola Iannello (Radicali per il capitalismo cit., p. XX), si riferisce ad Atlas Shrugged recensito col significativo titolo di Big Sister is Watching You [la Grande Sorella ti sta sorvegliando] nella National Review del 28 dicembre 1957.

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