“Tutto ciò che non è
permesso dalla legge è proibito.”
Anthem
(1938)
“Ciò che non è
pensato da tutti gli uomini non può essere vero.”
Anthem (1938)
“Sono,
dunque penso.”
Atlas
Shrugged (1957)
1.
Utopia e Antiutopia: un tentativo di
sistematizzazione
Che cos’è un’utopia? È la descrizione del migliore
dei mondi possibili, risposta critica in positivo a quelli che l’autore ritiene
essere i mali, i difetti, le storture politico-sociali, morali e spirituali del
proprio tempo. In tal modo si descrive una “città ideale2 o “Stato perfetto” e
si propone “il modello cui bisogna guardare per sanare le ingiustizie e le
incongruenze”[1] della
società in cui si vive: per Tommaso Moro, che scrisse appunto il suo Utopia nel 1516, la società inglese
sotto Enrico VIII.
Quali sono le caratteristiche-base dell’utopia? In
genere si tratta di società in cui vige la democrazia totale e assoluta, una
uniformità completa, l’assenza non solo di guerre e di contrasti interni ma
anche di sentimenti e passioni in quanto considerati irrazionali, una
razionalità ed un razionalismo che riguardano anche la religione, una scienza
che di solito la sostituisce, uno scientismo che confina con il materialismo,
una programmazione della vita ossessiva anche a livello privato, un controllo
dell’eros e del sesso, la comunione di tutti i beni di tipo collettivista, lo
Stato padrone di ogni cosa e organizzatore di ogni cosa.
Quale lo scopo dell’utopia? Lo scopo è di tenere
sotto sorveglianza e controllo tutti i comportamenti personali e collettivi che
possono ingenerare conflitti, divisioni, contrasti, e quindi far sorgere quel
“male” che l’autore dell’utopia vede nel proprio tempo e si ripromette di
criticare, proponendo soluzioni per lui valide. per lo stesso motivo si
eliminano quelle strutture e funzioni politiche, economiche e sociali che, agli
occhi dell’autore producono il “male2 che vuol combattere.
Che cosa è l’antiutopia o distopia[2]?
È la descrizione del peggiore dei mondi possibili, risposta critica in negativo
alle utopie in via di realizzarsi o già realizzate, quindi sia sul piano ideale
che pratico.
Quali sono le caratteristiche-base dell’antiutopia?
Sono le stesse dell’utopia, ma rovesciate nelle intenzioni del suo autore. Se
per l’utopista sono un bene, per l’antiutopista sono un male. L’antiutopia,
infatti, nasce non appena divengono realtà i sogni degli utopisti: ad esempio,
appena inizia l’era industrializzata che avrebbe dovuto affrancare l’umanità
dal peso del lavoro ecco che Emile Souvestre pubblica Le monde tel qu’il sera (1845-6), satira grottesca e crudele dei
guasti del macchinismo forzato; e non appena si installa una utopia politica
che segue i dettami di quella teorizzata per secoli (collettivismo dei beni,
eguaglianza per tutti, razionalizzazione della vita e dei sentimenti,
abolizione della religione, dominio della scienza ecc.), vale a dire la
rivoluzione bolscevica del 1917 seguita dalla “dittatura dei Soviet”, ecco che
nasce immediatamente una antiutopia: My
di Eugenij Zamyatin, scritta nel 1920, pubblicata in inglese nel 1924 e solo
nel1991 in Russia.
Quale lo scopo dell’antiutopia? Gli autori portano
alle estreme conseguenze i mali che vedono intorno a loro, ma questa volta si
tratta dei mali o teorizzati da ideologie filosofico-politiche e quindi in nuce, o più spesso quelli finalmente
realizzati di una utopia calata nella Storia. L’antiutopia è quindi un grido di
allarme, una messa in guardia, un avviso che i suoi autori lanciano ai propri
contemporanei, sia in forma satirica che in forma drammatica.
Tutte le opere che descrivono una società del
futuro nel bene o nel male possono essere definite utopie o antiutopie? No. Il
discrimine sono le intenzioni dell’autore: egli deve
presentare le sue società esplicitamente come “modelli ideali”, come “società
esemplari” sia positive cui aspirare e da realizzare (le utopie), sia negative
da evitare ed alle quali sottrarsi (le antiutopie). Tutte le altre opere sono
qualcosa di diverso: ad esempio, possono essere i cosiddetti romanzi “viatori”
(cioè la descrizioni di vari tipi di civiltà attraverso le avventure di un personaggio
mediante cui satireggiare il proprio tempo: esempio tipico i Gulliver’s Travel[3]
di Swift del 1726), oppure opere di fantascienza o di fantapolitica (quando
ambientate in un futuro lontano o compresente al nostro), o ucronie (quando lo
spostamento non è nello spazio ma nel tempo ipotetico, rispondendo alla domanda
“e se?”), oppure semplici storie d’avventura.
Ma per alcune opere, ad esempio The Iron Heel di Jack London (1907)[4],
Swastica Night di Murray Constantine
(pseudonimo di Katharine Burdekin, 1937)[5],
o ancora l’Jcosameron[6]
di Giacomo Casanova (1788), The
Coming Race[7] di
Edward Bulwer-Lytton (1871) o Heliopolis[8]
di Ernst Jünger (1949), solo per citarne alcune note, inquadrarle non è
facile: anche se in genere le si definisce superficialmente utopie o
antiutopie, le loro caratteristiche sono o non sono esattamente le stesse? In
realtà, non lo sono affatto nel senso che in precedenza si è descritto, e per
capire di cosa si tratti bisogna sempre rispondere alla domanda: da che punto di vista si pone l’autore? cosa
intende proporre o criticare? è dalla parte dei valori dell’utopia o
dell’antiutopia quando ha scritto la sua opera?
Si può quindi dire questo: London si pone dal punto
di vista dei lavoratori e dei sindacati e critica una società americana a
venire dove il potere è controllato dal “Tallone di Ferro” l’organizzazione del
padronato, mentre la Burdekin descrive un mondo futuro dominato dal nazismo:
quindi i due autori avallano e difendono i valori dell’utopia, e di conseguenza
la loro sarà una utopia negativa, in
quanto non descrive una società progressista ma con accenti critici una società
reazionaria. Opposta invece la
posizione degli altri autori citati: Casanova, descrivendo la società dei
Megamicri “abitanti aborigeni del Procosmo all’interno del nostro globo”, la
descrive stile ancien régime
deridendo i principi riformisti, democratici e repubblicani; Bulwer-Lytton
parla una civiltà aristocratica di uomini e donne alati, anch’essa sotterranea,
che dispone del vril che dà a tutti
il “potere supremo”; Jünger infine descrive una società che si basa su principi
tradizionali, gerarchica, elitaria, “militare”. Qual è la loro prospettiva? Il
loro fondamento è l’opposto di quello utopico, i valori che vengono esaltati e
su cui si basano le culture descritte sono agli antipodi di quelli utopici,
anzi sono proprio quelli che le utopie criticano e combattono: queste opere
quindi non possono essere considerate. né definite, utopiche nel senso
classico, ma - opponendosi a queste ultime - sono delle vere antiutopie. Ma c’è
un particolare: esse non descrivono un mondo in negativo, un mondo peggiore, un
mondo da evitare, ma descrivono un mondo che gli autori auspicano, proprio come
nelle utopie, una società vagheggiata (contemporanea ma nascosta, o futura) di
cui mettono in risalto i pregi: quindi antiutopie sì, ma positive.
Possiamo sintetizzare così: secondo Adriano Tilgher
l’utopia “basta rovesciarla per avere il contorno della realtà di cui è la
negazione”[9],
ma cosa succede se rovesciamo l’antiutopia? Poiché essa è una critica della
utopia e non della realtà, se la rovesciamo negativamente
non otteniamo affatto di tornare alla “realtà”, ma agli errori e alle illusioni
che sono alla base di ogni utopia pura: parte dai suoi stessi presupposti per
arrivare alle sue estreme conseguenze negative, la sua ottica essendo critica e
distruttiva. Se invece la rovesciamo positivamente
con essa si costruisce un “modello di società” che ha basi valoriali opposte,
intenti contrari a quelli dell’utopia classica, la sua ottica essendo positiva
e costruttiva, cioè indicare uno “Stato perfetto” imperniato su ideali
esattamente contrari a quelli dell’utopia per eccellenza[10].
Anche all’antiutopia si può adattare la definizione
che Tilgher diede dell’utopia: “protesta a rivolta contro il reale”[11],
ma con scopi e intenti opposti. Gli antiutopisti protestano e si ribellano
contro un “reale” in cui vedono i germi, le avvisaglie e già le prime realizzazioni dell’utopia.
Il lettore vorrà perdonarci questa premessa forse
troppo lunga e didascalica, ma negli ultimi tempi di fronte a ricorrenze varie
di scrittori o delle loro opere, magari per l’occasione trattati in articoli o
in premesse alle loro ristampe, si sono lette interpretazioni e definizioni
abbastanza scontate o contraddittorie fra loro. Era il caso di effettuare una
piccola messa a punto, riprendendo una nostra classificazione che risale ad un
po’ di anni fa, esattamente nel saggio che accompagnava Il castigo della democrazia di Daniel Halévy (Volpe, 1971), e che
abbiamo sempre applicato con un certo successo esegetico. Forse potrà sembrare
un po’ troppo tassonomica: non pretende di essere esaustiva, perché le varianti
personali possono risultare innumerevoli, ma almeno cerca di fare un minimo di
ordine in questo genere di opere filosofico-letterarie.
2. La “visione del mondo” di Ayn Rand
Poste queste premesse, chiediamoci: dove si colloca
Anthem di Ayn Rand? La risposta
sembra evidente: fra le antiutopie negative
perché porta al parossismo le premesse della rivoluzione bolscevica del 1917,
cioè il tentativo di creare uno Stato su basi utopiche classiche - soprattutto
quelle dell’utopia illuminista settecentesca e socialisteggiante
dell’Ottocento, pur criticate dal filosofo di Treviri - applicando le teorie di
Marx rivisitate da Lenin. Non tutti sono d’accordo, però, a limitarla a questa
sola denuncia, ma tale era l’esatta intenzione dell’autrice.
Alyssa Rosenbaum (1905-1982) nasce a San
Pietroburgo da una famiglia benestante di origini ebraiche, nel 1924 si laurea
in storia all’università della sua città ma, nel pieno dei rivolgimenti
bolscevichi, riesce a trovare lavoro solo come guida turistica. Nel 1926 parte
con un passaporto turistico per gli Stati Uniti approfittando dell’invito di
lontani parenti, e qui decide di fermarsi per farsi una nuova vita, muta nome
in quello di Ayn Rand, comincia a lavorare in varie forme nel mondo
hollywoodiano e nel 1929 sposa l’attore Frank O’Connor, nel 1931 ottiene la
cittadinanza americana. La sua passione è scrivere, ma deve perfezionare l’inglese:
nel 1934 rappresenta a Hollywood la sua commedia Woman on Trial (poi intitolata Night
of January 16th), nel 1933 conclude il primo romanzo We the Living[12], che pubblica però solo nel 1936, il più
breve Anthem[13]
che qui si traduce scritto nel 1937 esce nel 1938: in entrambi si riflette in
modi assai diversi la tragedia della dittatura comunista nella Russia in cui
era nata; finalmente il successo giunge con The
Fountainhead[14] del
1943 da cui fu tratto nel 1949 il film omonimo di King Vidor con Gary Cooper,
quindi dopo dieci anni di lavoro appare nel 1957 Atlas Shrugged[15],
un romanzo di mille pagine summa di
quella che è ormai la sua filosofia.
Da questo momento Ayn Rand considera concluso il
lavoro puramente letterario e intraprende quello filosofico-saggistico, le cui
premesse erano nei due suoi primi romanzi e che aveva cominciato a delinearsi
esplicitamente con The Fountainhead.
Qui erano apparsi con evidenza gli ideali individualistici della scrittrice che
aveva inziato a contornarsi all’inizio degli anni Cinquanta di giovani devoti
attratti dalla sua forte personalità e interessati alle sue idee. Le premesse
di questa nuova fase della sua vita intellettuale è For New Intellectual del 1961, una antologia proprio dei brani
teorico-filosofici delle opere narrative, dal 1962 inizia a pubblicare un
mensile di informazioni, The Objectivist
Newsletter, che con vari nomi uscirà fino al 1976. Escono quindi altri
cinque volumi che in genere riuniscono suoi articoli: The Virtue of Selfishness[16]
(1964), Capitalism (1967), The Romantic Manifesto (1969), The New Left (1971) e Introduction to Objectivist Epistemology (1979).
Tiene innumerevoli conferenze per tutti gli Stati Uniti, suscitando polemiche
esterne ed interne con varie scissioni di suoi seguaci, ma anche perla sua
turbinosa vita sentimentale con tanto di “amanti ufficiali”. Il marito muore
nel 1979, la Rand tiene l’ultima conferenza nel 1981 e muore a causa di
problemi cardiovascolari l’anno seguente. L’Ayn Rand Institute ha continuato a
raccogliere i suoi scritti in volume pubblicandone almeno sette.
La scrittrice-filosofa ha definito il suo pensiero
con nome di “Oggettivismo”, una sorta di “liberalismo integrale”[17]
che si basa sull’assioma realismo-razionalismo di tipo aristotelico, una sorta
di “realismo ontologico”[18].
L’etica dell’Oggettivismo ha come riferimento standard la vita umana: al centro
di questa etica vi è l’ “egoismo razionale”, inteso, come spiega la Rand nel
suo primo libro The Virtue of Selfishness,
positivamente nel senso di “cura del proprio interesse”. Di conseguenza,
essendo i fenomeni sociali visti in un’ottica individualistica, la migliore
forma possibile di società sarà il capitalismo di tipo americano, cioè quello
fondato sui diritti individuali che promuovono lo sviluppo; viceversa l’etica
altruistica non potrà che essere favorevole allo statalismo ed al
collettivismo. Lo Stato per Ayn Rand dovrebbe essere ridotto solo a poche
funzioni: la difesa dell’incolumità dei cittadini e dei loro diritti
all’interno con polizia e giustizia e all’esterno con l’esercito.
In sintesi, questa la filosofia della Rand che si
definiva una radical for capitalism e
che oggi viene compresa fra gli odierni libertari americani, i libertarians. Questa “visione del
mondo”, ovviamente, non è nata all’improvviso ma si è formata negli anni: è
quindi evidente che se ne trovino tracce esplicite, anche se non perfezionate,
nelle sue prima opere, tra cui questo Anthem.
3.
“Anthem” e le altre antiutopie
Il breve romanzo descrive nella sostanza il
risveglio dell’ individualità prima fisica, poi intellettuale e infine
psicologica ed esistenziale del protagonista in un mondo di collettivismo
esasperato, cioè nel mondo del “socialismo reale” diremmo oggi, nel mondo della
dittatura del proletariato e dei Soviet in cui l’autrice visse da bambina e da
giovane intellettuale, fra il 1917 e il 1926. Una società terribile, ma non
impossibile, se si pensa a cosa riuscì a fare Pol Pot in Cambogia quando, in
soli tre anni di regime dei khmer rossi (1976-1979), adottando sistemi non diversi
da quelli descritti nella società immaginata dalla Rand, eliminò almeno due
milioni di persone, quasi un quarto della popolazione.
Eguaglianza 7-2521, il personaggio principale della
storia, nasce “diverso” e per questo aprioristicamente viene considerato
“malvagio”: diverso già esteriormente (è alto un metro e ottanta), ma
soprattutto interiormente: è curioso, vuole sapere, non si accontenta di quel
che gli si dice. La società in cui vive, nata con la Grande Rinascita seguita
ad una terribile guerra, è in realtà una società decaduta: l’ultima invenzione
risale a cento anni prima ed è, nientemeno, che la candela. La Grande Verità è
iscritta a chiare lettere. “Tutti gli uomini sono una cosa sola, non c’è
volontà accetto la volontà di tutti gli uomini insieme”; vige un livellamento
verso il basso (“è male essere superiori ai nostri fratelli”) e tutti coloro i
quali mostrano un minimo di interessi e curiosità anche di tipo artistico sono
immediatamente cancellati, rimossi e confinati nei mestieri più umili e
frustranti. In questa società “è proibito non essere felici” , ma in realtà “la
paura vaga per la Città, una paura senza nome, senza forma”. E altrimenti non
potrebbe essere in quella che in realtà e una Grande Caserma.
Il controllo esercitato dai vari Consigli (non
diversi dai Soviet) che culminano col Consiglio Mondiale degli Studiosi, attua
un controllo ferreo sulla vita collettiva e individuale sin dalla nascita,
spesso grazie alla manipolazione del linguaggio. Il concetto base è “Non ci
sono uomini ma solo il grande NOI”, talché esiste una Parola Indicibile che il
protagonista scoprirà soltanto alla fine, sia per autoconsapevolezza sia per
aver finalmente trovato i libri del lontano passato. I nomi e i numeri che
vengono assegnati ai nuovi nati sono esemplificativi: Internazionale,
Fraternità, Unione, Solidarietà, Libertà, e fra gli studiosi: Collettivo,
Umanità, Democrazia, Alleanza, Armonia. A ben vedere, le parole d’ordine del
comunismo di ieri e di oggi, elevate a fini politici ed etici assoluti e universali,
nel cui nome tutto si può e si deve fare, anche contro la volontà altrui, anche
compiendo azioni esecrabili perché da esse giustificate.
L’annullamento della personalità e della
individualità inizia proprio da qui: un vocabolo generico ed un numero al posto
del nome proprio. Ma pian piano Eguaglianza 7-2521, partendo dalle sue
caratteristiche interiori che lo fanno sentire “diverso” e che cerca di
reprimere a tutti i costi condizionato dal clima in cui vive, prende coscienza
di sé: elemento scatenante è l’incontro con Libertà 5-3000, una ragazza bionda.
E qual è la prima cosa che Eguaglianza fa? Per identificare l’oggetto del suo
interesse lo “nomina”: lo chiama con un vero nome, Aurea, che così la qualifica
e la distingue da tutte le altre. Quasi come in una operazione magica, dando un
nome, conoscendo il nome, ci si appropria dell’oggetto. Da qui inizia il
cammino di Eguaglianza verso il completo “risveglio”.
Questi due elementi - l’annullamento della
personalità attraverso l’annullamento del nome, e la riscoperta dei sentimenti
(dell’amore) che portano alla rivolta del protagonista - sono tipici delle
antiutopie. Prima di Anthem in lingua
inglese di veramente importanti ne erano apparse due: My[19] (che
vuoi dire proprio “Noi”) di Eugenij Zamjatin che era nota per le traduzioni in
inglese (1924), ceco (1927) e francese (1929), data la proibizione di stampa in
Unione Sovietica (a parte le copie circolanti presso gli esuli: la prima
edizione in russo apparve a New York nel 1952) cosa che avvenne subito dopo la
caduta dell’URSS nel 1991[20];
e Brave New World[21]
di Aldous Huxley del 1932, ed è quasi impossibile che Ayn Rand non le abbia
conosciute e lette, traendovi spunti e ispirazioni poi rifusi e rimodellati nel
suo piccolo capolavoro. Il primo romanzo descrive il mondo del Benefattore nel
secolo XXXVI dell’Era Matematica, tutto è sotto il controllo dei Guardiani,
tutto è regolato nei minimi particolari anche le “notti d’amore”: il
protagonista D-503 comincia a rendersi conto di quel che avviene proprio quando
inopinatamente si “innamora” di I-330. Nel secondo l’azione di svolge nell’anno
secondo di N. F. (Nostro Ford o Nostro Freud) quando sin dalla nascita i
bambini sono destinati ad entrare in una precisa classe a seconda delle
esigenze della società, una bevanda (il “soma”) serve a ottundere ogni facoltà,
il sesso è controllato, ma il caso vuole che non tutto funzioni in Bernard Marx
che si ritrova “diverso”, non vuole essere felice per obbligo e fa cose
impreviste, riscopre i sentimenti.
Lo stesso schema si riprodurrà in linea di massima
in due altri grandi antiutopie successive, di certo influenzate da Zamjatin,
Huxley e Rand, ma con intenti diversi: più politici quelli di George Orwell in 1984[22]
(1949), più culturali quelli di Ray Bradbury in Fahrenheit 451[23]
(1953). Ad essi si potrebbe aggiungere una utopia agghiacciante come Limbo[24]
(1952) di Bernard Wolfe in cui il livellamento egalitario raggiunge anche
la mutilazione fisica.
Dopo la scoperta dell’attrazione sentimentale e
fisica, il secondo elemento scatenante per la riscoperta dell’individualità e
per la ribellione definitiva contro il collettivismo, giunge per Eguaglianza
con il rendersi conto della propria originalità intellettuale, della
possibilità di saper effettuare una scoperta e addirittura una invenzione senza
l’aiuto di alcun “fratello”. La scoperta dell’elettricità, l’invenzione della
lampadina. E in un mondo che vive praticamente al buio, la luce è ovviamente
anche un elemento simbolico: l’allontanamento non solo delle tenebre fisiche,
ma anche delle tenebre mentali. Novello Prometeo - e così sarà il nome che alla
fine deciderà di assumere - Eguaglianza 7-2521 grida ai santoni del Consiglio
Mondiale degli Studiosi: “Noi vi diamo il potere del cielo! Noi vi diamo la
chiave della Terra! Portiamo agli uomini una nuova luce!”. Inutilmente, perché
“ciò che non è pensato da tutti gli uomini non può essere vero”, tanto più che
“la corruzione si trova nella solitudine”, ed Eguaglianza proprio nella
solitudine, da solo, era giunto alle sue conclusioni.
La fuga del protagonista nella Foresta Inesplorata
ai confini della Città, capovolge quel che esse di solito simboleggiano:
civiltà contro barbarie. Ma la foresta è anche il simbolo dell’inconscio (basti
pensare a Dante) e penetrando finalmente in essa Eguaglianza giunge alla
scoperta finale di corpo e possibilità interiori: si riappropria letteralmente
della propria identità vedendo riflesso per la prima volta nell’acqua il volto,
prova la soddisfazione di procurarsi da solo il cibo, scopre l’amore fisico con
Aurea (che lo ha seguito nascostamente) perché essa è “sola e unica”.
La filosofia di vita e i programmi per il futuro
del protagonista nelle ultime pagine del romanzo[25],
espongono in nuce la filosofia
individualistica di Ayn Rand che sarà ampiamente motivata nei due successivi
romanzi, The Fountainhead e il
futuribile Atlas Shrugged, che
descrive gli Stati Uniti in mano ad un governo socialista, ma soprattutto nella
sua saggistica teoretica.
Eguaglianza, che era stato chiamato Invitto dalla
ragazza dai capelli biondi, si dà ora il nome di Prometeo, e alla sua donna
muta il nome da Aurea in Gea: la Terra Madre della futura umanità fatta da
uomini, uomini liberi e perciò veri, veri perché liberi. Detta il suo motto:
“Tre parole sacre: Io lo voglio!”. Stabilisce la sua legge: “Un uomo ha dei
diritti che né dio né re né altri uomini possono portargli via, non importa
quale sia il loro numero, perché il suo è il diritto dell’uomo, e non c’è sulla
Terra alcun diritto superiore a questo diritto”, e quindi “la scelta della mia
volontà è l’unica legge che io debbo rispettare”. Determina la sua missione:
“L’uomo andrà avanti. L’uomo, non gli uomini”. E, infine, decide che la parola
“Noi” non deve essere posta al primo posto come avveniva nella Città - che
ormai egli definisce “maledetta”, “dei dannati”, “degli schiavi” - “altrimenti
diventa un mostro, la radice di tutti i mali della Terra”: di conseguenza
bandisce “l’adorazione della parola ‘Noi’”.
Come è stato giustamente notato[26],
Anthem si distingue per almeno due
aspetti da altri romanzi antiutopici: la tecnologia in una società
collettivizzata non porta benessere bensì una regressione quasi
pre-industriale; il finale non è pessimistico, ma ottimistico.
In entrambi al fondo c’è la filosofia radicalmente
individualista dell’autrice: nel primo, essa ritiene che “la tecnologia sia un
effetto e non una causa dello stato di avanzamento di una civiltà; la tecnica,
lungi dall’essere un fattore autonomo di ‘progresso’, dipende a sua volta dalla
libertà e dallo sviluppo dell’individualità”[27],
di conseguenza un sistema collettivistico, per sua intrinseca natura, non
potrebbe mai produrre i livelli scientifico-tecnologici descritti, ad esempio,
da Zamjatin e Orwell. Una tesi solo in parte giusta, perché nella realtà si è
visto come l’Unione Sovietica, concentrando tutti i suoi sforzi finanziari
nell’industria pesante, nell’industria bellica e in quella aerospaziale, sia
riuscita a raggiungere risultati scientifici e tecnologici notevoli, magari
alla lunga distanza effimeri ma notevoli, a discapito del tenore di vita della
popolazione. Nel secondo caso, la ribellione dell’individuo al sistema che lo
opprime non fallisce come in My, 1984 e potremmo aggiungere Blokken e Limbo, ma al contrario riesce, e pone in prospettiva una rinascita
della civiltà tutta su basi più umane, anticipando su questo punto Fahrenheit 451 in cui al pessimismo
assoluto si contrappone la finale visione di una società diversa grazie al
coraggio di pochi uomini-libro, pur se Bradbury auspica l’olocausto purificatore
di un mondo, che in nome del livellamento in basso dell’essere umano e della
sua standardizzazione, ha deciso di porre al bando la cultura.
4. Il
senso e lo scopo di “Anthem”
Nella pagina finale della sua storia immaginaria ma
non impossibile, Ayn Rand parla di quegli uomini che nell’oscuramento generale
dell’anima e della ragione, rifiutarono il “noi”, il collettivismo e la
massificazione: “Che agonia deve essere stata la loro davanti a ciò che
vedevano avvicinarsi e che non potevano fermare! Forse gridarono per protesta e
per avvertimento”. Ed è esattamente questo lo scopo e la funzione
dell’antiutopia: si scrive appunto “per protesta e per avvertimento”. Gli
antiutopisti vedono (e vivono) gli errori del loro tempo, che nascono dalle
illusioni utopiche, e mettono in guardia da essi esasperandone le
caratteristiche.
Nella introduzione alla seconda edizione rivista
del romanzo (1946), l’autrice fa un’osservazione di estremo interesse e
attualità: “Alcuni mi hanno detto che sono stata ingiusta nei confronti degli
ideali del collettivismo; questo non era, hanno detto, quel che il
collettivismo proclama o si propone; i collettivisti non intendono né
sostengono cose del genere; nessuno le sostiene”. Le stesse, identiche
giustificazioni di coloro i quali, allorché cose che pur si sapevano furono
sistematizzate da alcuni storici francesi ex comunisti ne Il Libro nero del comunismo (Mondadori, 1999) dove si stimava in
circa cento milioni i morti causati dal tentativo di mettere in pratica le
teorie di Marx, affermarono che in fondo tutto era stato fatto “a fin di bene”,
“per una buona causa”... Non rendendosi conto che in tal modo non assolvevano
un bel nulla, anzi aggravavano le
colpe dei comunisti: se si imprigiona, tortura e uccide per fare il bene di tutti,
di “noi” appunto, si è parecchio più colpevoli di coloro i quali imprigionano,
torturano ed uccidono per un personale tornaconto o pura malvagità.
Nel 1937, quando Anthem venne scritto, il comunismo sovietico veniva considerato -
rispetto a fascismo e nazismo - come un regime “umano” e “umanitario” il cui
scopo era far trionfare la libertà e l’amicizia dei popoli, il bene e la
giustizia interne, contro gli sfruttatori e gli imperialisti per la pace e la
democrazia, al punto da affascinare l’intellighenzia delle nazioni occidentali
sino a spingerla a difendere quasi aprioristicamente i regimi di sinistra[28].
La posizione degli intellettuali progressisti, soprattutto americani e inglesi,
è nota nei confronti non solo dell’URSS stalinista, ma anche dei governi del
Fronte Popolare sia in Spagna che in Francia. Erano gli anni che la Rand
definisce “il decennio rosso”, quando, come ricorda Alessandro Laganà, “a causa
del suo ormai noto anticomunismo vengono precluse alla scrittrice tutte le
possibilità di successo e quasi di sopravvivenza”[29],
sino a costringerla a pubblicare Anthem
con un editore londinese, Cassell. Questo - è bene ricordarlo - negli Stati Uniti, quelli del New Deal rooseveltiano!
Il filocomunismo politico e intellettuale del mondo
anglofono era soprattutto in funzione antifascista (e in seguito antinazista) e
si manifestò massicciamente a partire dagli interventi italiani nella guerra
d’Etiopia (1935) e nella guerra di Spagna (1936), dato che sino ad allora la
situazione era ben diversa, come provano le dichiarazioni pubbliche di uomini
politici importanti (Churchill in primis)
e l’atteggiamento della stampa.
Nel 1937 Ayn Rand conosceva benissimo, per
esperienza vissuta il comunismo che si era realizzato in Russia, e contro
quello esplicitamente scrisse, come si evince anche dalla sua introduzione
sopra citata. Sono le sue caratteristiche intrinseche che vengono condannate
nel romanzo portandole all’ossessione. Non ci possono essere dubbi su questo.
Può essere inteso il suo romanzo contro il totalitarismo in generale? Forse lo
si può considerare tale ex post,
perché le sue intenzioni erano ben precise: il bersaglio era il collettivismo
sovietico, l’annullamento della personalità individuale che esso presupponeva.
In realtà, questo stesso ragionamento è stato fatto
per altre due opere: la prima è un breve testo antiutopico, Blokken[30]
(1931) di Ferdinand Bordewijk in precedenza citato, la cui conoscenza però,
essendo stato scritto in olandese e mai tradotto in altra lingua, rimase
confinate ai Paesi Bassi. Il mondo descritto dell’opera, è sicuramente una
critica al comunismo sovietico: la sua somiglianza in alcuni punti con Anthem è sorprendente, ma con tutta
evidenza il tipo di società che si costruiva in URSS negli anni Trenta
sollecitava negli scrittori immagini assai simili: ad esempio: “Lo Stato negava
tutti i valori individuali, in primo luogo i valori dell’individuo. L’individuo
interessava lo Stato per una cosa soltanto: la sua pericolosità per lo Stato.
Allora lo Stato vedeva in lui un uomo. L’uomo era per lo Stato nient’altro che
un nemico. L’ufficio del popolo stava ora elaborando un sistema per togliere
all’uomo la sua ultima traccia di personalità, nome e cognome, da sostituire
con tre lettere e un numero”[31].
C’è chi ne ha voluto fare un generico manifesto antitotalitario, ma l’anno di
pubblicazione e vari riferimenti della trama (le bandiere rosse durante le
sfilate, tanto per citarne uno) non lasciano dubbi. Interpretarlo così oggi è
un’altra questione.
La seconda opera che si è voluta generalizzare è
assai più importante e significativa: 1984.
Ma anche qui le intenzioni di George Orwell erano palesi: lo dimostrano mille
indizi nel romanzo stesso (le fattezze del Grande Fratello, i nomi di alcuni
personaggi, le funzioni del Ministero della Verità, la filosofia che sottende
il mondo di Oceania ecc.), la situazione in cui Orwell scrisse la sua opera
(l’asservimento dell’Est europeo da parte dell’Unione Sovietica, il fatto che
il nazionalsocialismo fosse stato sconfitto e i suoi capi impiccati a Norimberga
nel 1946 e quindi non costituissero più alcun pericolo), e le sue idee
personali di ex trotzkista (la recente scoperta della lista di scrittori e
giornalisti definiti “criptocomunisti” da lui compilata nel 1949, anno di
uscita di 1984, per il servizio di
controspionaggio del Foreign Office
britannico, e che tanto scandalo ha sollevato negli ambienti culturali
progressisti)[32].
Antinazista convinto, Orwell però non aveva come centro del suo bersaglio una
dittatura ormai rasa al suolo, ma quella viva e vegeta che era stata alleata di
Stati Uniti e Gran Bretagna e che adesso si stava estendendo nel mondo grazie
anche alla complicità delle “quinte colonne” intellettuali.
5. I
romanzi di Ayn Rand nell’Italia del Ventennio
Per tornare ad Anthem,
che si trattasse di un romanzo anticomunista era quindi il minimo che potessero
intendere i primi traduttori italiani che presentarono nel nostro Paese il
romanzo nello stesso anno della sua apparizione a Londra: scrivono Giuseppina
Ripamonti Perego e Maria Zotti (già curatrici di We the Alive) che quello descritto dalla Rand è “un mondo di esseri
annientati nella volontà, nel pensiero, piegati da una vita meccanizzata ad
ogni rinuncia del corpo e dello spirito, il mondo che l’Autrice immagina creato
dal comunismo, quando questo orrendo ordine di leggi, che solo un’aberrazione
umana può aver voluto, avrà imperato per anni, per decenni, per secoli sulla
sua patria dilaniata”[33].
Nessuna riserva hanno le traduttrici circa la trama del romanzo, mettendo in
risalto come nella società in esso descritta venga “annullata ogni umanità e
l’uomo non sarà più che un numero”[34]:
dove il proprio destino viene deciso dal Consiglio delle Vocazioni “senza tener
calcolo delle aspirazioni, delle tendenze, delle possibilità di ogni singolo individuo,
forse anzi volutamente in aperto contrasto con esse”[35];
dove “ogni individualità è scomparsa e l’uomo non è più che un atomo perduto
nell’inflessibile compagine”[36];
dove “nessuna libertà è più concessa alla mente umana”[37].
Insomma, concludono, si tratta di “un’opera di grande indiscussa forza che
ancora una volta deve additare al mondo il pauroso tremendo pericolo di cui la
sferza del bolscevismo lo minaccia: la distruzione di ogni civiltà,
l’annullamento di ogni umanità”[38].
Insomma, esattamente quel che la scrittrice si
proponeva di dire. Ora - lo si è già accennato - di certo col senno di poi i
critici di oggi possono affermare di Anthem,
così come di Blokken, di 1984 e magari di altre antiutopie, che
possono ritenersi anche una critica
di tutte le dittature, delle
dittature di ogni colore, pure di quelle fascista e nazista. Possono
senz’altro: la critica è fatta proprio per analizzare e speculare sulle opere
letterarie; ma si tratta senza ombra di dubbio di un’interpretazione di comodo,
di un adeguamento alla contemporaneità, di un indebito allargamento delle
intenzioni originarie degli autori che, al momento in cui scrissero le loro
opere, tenevano presenti l’URSS e la dittatura comunista, nelle loro
incarnazioni leninista e stalinista (magari soltanto per una questione di date
e di conoscenza oggettiva dei fatti politici).
Non si trattò, quindi, di un “equivoco” in cui
incorse la censura del Ministero della Cultura Popolare: il romanzo della Rand
era inequivocabilmente antibolscevico, e non c’era alcun motivo per impedirne
la traduzione o per adattarla con vari accorgimenti. Non si può, nel caso di Anthem, fare un parallelo con un romanzo
italiano apparso in quello stesso anno, il 1938, e di cui pochi oggi ci si
ricorda: L’uomo è forte di Corrado
Alvaro, una “anticipazione orwelliana” dai toni kafkiani come è stato definito[39],
la storia di un uomo ed una donna che vivono sotto una incombente cappa di
paura in un Paese dominato da un regime occhiuto, oppressivo, che li spia e li
coinvolge in uno spietato ingranaggio politico-sociale. Il tutto è però
indefinito: il “revisore” leggendo le bozze chiese la modifica del titolo
originale che era Paura sul mondo, la
soppressione di una ventina di pagine che alla fine si ridussero ad una ventina
di righe, come ricorda l’autore che nel dopoguerra le definì “senza importanza”[40]
e in seguito nemmeno ripristinò. Più significativo il fatto che venne pretesa
una chiara “avvertenza” in cui si doveva precisare che l’idea del romanzo era
nata all’autore “durante un suo soggiorno nell’URSS, alcuni anni fa”[41].
Non era una invenzione incongruente, peraltro, dato che Corrado Alvaro era
andato in URSS per conto de La Stampa
ed aveva raccolto i suoi articoli in I
maestri del diluvio (Mondadori, 1935), e di nuovo si era occupato dell’argomento
per Omnibus di Leo Longanesi nel
1937. Poteva insospettire, qui sì, che non si fosse specificato in quale Paese
vigesse un regime tanto oppressivo e occhiuto, e quindi per il censore
occorreva che non sorgessero dubbi: “La carica di una denuncia non localizzata,
ma proprio per questo più generale e facilmente trasferibile anche ad una situazione come quella
italiana, rendevano necessaria qualche cautela”[42].
Dubbi che per Anthem non potevano
sussistere. Paradosso un po’ grottesco, un romanzo che aveva destato sospetti
come L’uomo è forte riceveva nel 1940
il premio per la classe letteratura dall’Accademia d’Italia, la più fascista
delle istituzioni culturali del Paese, creata proprio per contrapporsi
all’Accademia dei Lincei. In tal caso forse l’aggettivo “equivoco” starebbe al
posto giusto. Veramente un singolare regime quello mussoliniano...
6.
Digressione su “Noi vivi” di Goffredo Alessandrini
L’atteggiamento d’incomprensione sul significato da
dare alle opere di Ayn Rand da parte del fascismo, o meglio dei suoi addetti
alla censura, si rivelerebbe anche con il film in due parti che il regista
Goffredo Alessandrini trasse, su sceneggiatura di Anton Giulio Majano, Orio
Vergani e proprio Corrado Alvaro, da Noi vivi,
e cioè Noi vivi-Addio Kira! con Alida
Valli, Rossano Brazzi e Fosco Giachetti, presentato alla Mostra cinematografica
di Venezia nel 1942 ottenendo un enorme successo di critica con l’assegnazione
della Coppa Volpi, e di pubblico quando andò in programmazione nel novembre (o
settembre secondo altri) 1942. Un ottimo film prodotto in accordo con la casa
editrice italiana del romanzo, ma senza ovviamente che l’autrice ne potesse
saper nulla (si era in guerra con gli Stati Uniti). La pellicola venne
recuperata anni dopo dagli avvocati della Rand, restaurata e sottotitolata in
inglese con la supervisione della stessa autrice.
Ora, su questo film c’è un piccolo giallo, uno di
quelli che pullulano inavvertiti all’interno della storia culturale minore, e
di cui ci occupiamo soltanto perché altri in precedenza lo ha affrontato in
collegamento con l’accoglienza delle idee di Ayn Rand in Italia durante quel
periodo. Si tratta di questo: il film di Alessandrini “circolò poco” perché
“Mussolini in persona dispose il ritiro dalle sale colpito dalla carica
antitotalitaria della storia che sotto il mantello dell’anti-bolscevismo aveva
tratto in inganno la censura”[43].
Quale la fonte di questa affermazione? L’unica cosa
da fare era una consultazione sistematica delle opere sul cinema italiano e su
quello del 1922-1943 in particolare, sia vere e proprie storie sia dizionari. Non ho trovato la minima
traccia di questo sequestro nemmeno su opere scritte da esperti noti non solo
per la competenza ma anche per il loro netto ed esplicito antifascismo... [44].
Anche due biografie di Alida Valli (non pare ne esistano su Brazzi, Giachetti e
nemmeno su Alessandrini) riportano un episodio che pur dovrebbe essere
considerato importante[45].
Unico accenno si trova in un saggio specializzato sul rapporto fra
cinematografia e fascismo, la dove si riferisce di un intervento di Guido
Buffarini Guidi, sottosegretario agli Interni, presso il Minculpop “affinché il
film venisse tolto dalla circolazione”, soprattutto perché “il personaggio più
onesto e più umano - insomma, l’eroe positivo - è il commissario politico
comunista”[46], ma non si
dice esplicitamente che esso venne né sequestrato né tantomeno distrutto. Ho
approfondito allora la ricerca su Internet e lì, dopo un certo girare a vuoto[47],
ho trovato quella che sembrava essere la fonte principale dell’informazione in
un sito dedicato alla filosofia randiana, in cui si aggiunge qualche altro
particolare: “Lo stesso Mussolini, spinto anche dal governo tedesco, si mosse
tuttavia per mettere al bando la pellicola e ordinare che il negativo fosse
bruciato. Non poteva infatti sfuggire che la condanna così forte del comunismo
in nome della sacralità dei diritti individuali che emergeva dal film era
inevitabilmente una condanna di tutti i totalitarismi, compreso quello
nazi-fascista”[48].
Ma a sua volta queste informazioni da dove
derivavano se non se ne trova traccia esplicita e diffusa nei libri, almeno in
quelli, e sono tra i più noti e importanti, dedicati al cinema durante il
fascismo? Ulteriore ricerca su Internet, grazie anche all’interessamento di
Nicola Iannello, ed eccoci all’origine di tutto, cioè il sito del Rossano
Brazzi International Network e la lunga scheda dedicata a Noi vivi-Addio Kira (che la fonte originaria sia questa non ci sono
dubbi, in quanto in entrambi i siti si cita erroneamente “premio Volpe” invece
di Coppa Volpi): è Anton Giulio Majano che racconta come durante le riprese del
film ci fosse un regolare controllo, con tanto di rapporto serale al Ministero
della Cultura Popolare, sugli sviluppi della produzione; mentre è il
responsabile della produzione (head of
production) della Scalera Film, Massimo Ferrara, a raccontare di Mussolini,
delle pressioni tedesche, del sequestro, della distruzione dei negativi e del
salvataggio di uno di essi. Tutto ciò, cinque mesi dopo la “prima”, vale a
dire, dunque, nel marzo-aprile 1943, quasi alla vigilia dal crollo del regime
con la guerra alle porte d’Italia.
Che conclusioni trarre? Mi limito a dire che è
perlomeno curioso che un fatto di tanto clamore, sequestro e distruzione di un
film in odore di antifascismo (pur se si era in un momento cruciale della
guerra e i controlli diventavano sempre più stretti) non sia stato ampiamente
sfruttato da tanti critici cinematografici che hanno fatto dell’antifascismo
una professione. Tanto più che, se non sbaglio, l’unico altro caso di una
pellicola anch’essa sequestrata, condannata al rogo e di cui si salvò copia
(tanto che oggi è in videocassetta), è stato nientepopodimenoché Ultimo tango a Parigi di Bernardo
Bertolucci (1972): questo bruciato per un presunto eccessivo e diretto
erotismo, trent’anni prima quello per un presunto eccessivo e indiretto
antifascismo! Un caso così non dovrebbe avere l’onore di un apposito capitolo
nelle storie del cinema del/durante il fascismo?
7.
Collettivismo, individualismo, fascismo
Perché, si chiederà il lettore, tanta insistenza e
pignoleria sul film di Alessandrini che solo tangenzialmente tocca Anthem? È che sono stato mosso dalla
convinzione secondo cui, a parte l’ottusità che ogni ligio censore di questo
mondo possiede, accresciuta naturalmente durante il periodo bellico, sia il
collettivismo denunciato dalla Rand, sia l’individualismo da lei esaltato, non
potevano infastidire troppo in linea di principio il fascismo: questo, al di là
dei luoghi comuni da troppo tempo rimasticati, ma senza voler certo ribaltare
fatti storici consolidati.
Il regime non “collettivizzò” nulla, al massimo
“espropriò” le terre nell’ambito della la “bonifica integrale”, e solo nel
periodo della RSI emanò leggi per “socializzare” le aziende; inoltre durante il
ventennio a dura critica vennero sottoposte le idee di Ugo Spirito circa un
“corporativismo proprietario” che molti accusarono - appunto - di bolscevismo e
collettivismo. La Rand definisce il collettivismo così: “Il collettivismo
prevede che l’individuo non abbia diritti, che la sua vita appartenga al gruppo
e che il gruppo possa sacrificarlo a piacere per i propri interessi. L’unico
modo per implementare una simile dottrina è la forza bruta e lo statalismo è da sempre il corollario
politico del collettivismo”[49]:
il fascismo fu di certo “statalista” (sue istituzioni come l’IRI, l’INA e
l’ENI, sono giunte sino ai giorni nostri), ma non collettivista come in genere
s’intende, così come tutti gli Stati che, ad esempio, prevedono gli “espropri
per pubblica utilità”...
Circa la questione dell’individualismo è il caso di
rammentare come esso non fosse inviso al regime almeno in via di principio come
risulta in vari libri[50].
Sotto l’aspetto puramente della teoria politica inutile ricordare l’elitismo di
Pareto, Mosca e Michels che influenzarono il fascismo sin dalle origini; dal
punto di vista esistenziale, l’insistere del fascismo sull’eroismo del singolo
e sul sacrificio personale (un “superomismo” su cui si è ironizzato anche troppo);
dal punto di vista filosofico l’attualismo di Gentile non prevedeva di certo
l’annullamento totale dell’individuo nello “Stato etico” ma, come ben spiegato
soprattutto in Genesi e struttura della
società, una sorta di sintesi del suo pensiero (pubblicato postumo nel
1946), in esso si integrava ed esaltava: l’individuo per Gentile era un essere
spirituale non paragonabile alla sua riduzione a semplice materia bruta come
nella filosofia marxista e quindi nel comunismo. Certo, non bisogna dimenticare
il famoso motto mussoliniano “Tutto nello Stato, tutto per lo Stato, niente
contro lo Stato”, ma forse pochi rammentano che all’epoca il massimo teorico di
un individualismo estremo e di un elitismo aristocratico, fu Julius Evola con Teoria dell’Individuo assoluto (Bocca,
1927) e Fenomenologia dell’Individuo
assoluto (Bocca, 1930), che vedeva anche la magia come una “scienza
dell’Io” e che condusse una lunga e inutile battaglia all’interno del fascismo
proponendo di trasformare il “partito” in “ordine”, quindi contro lo “Stato
etico” gentiliano considerato una specie di caserma, e contro l’intrusione del
pubblico nel privato e nella sfera personale.
Cosa vuol dire questo? Che oltre ad un “fascismo di
sinistra” socialisteggiante e quasi comunisteggiante (tanto che nel dopoguerra
molti suoi esponenti confluirono nel PCI)[51],
vi fu anche un “fascismo di destra” anticollettivista, antisocialista,
individualista, elitario, aristocratico e (a differenza della Rand)
anticapitalista e monarchico.
In conclusione: come detto, oggi si può sostenere
la tesi che si vuole e criticare anche “l’equivoco su un’autrice antibolscevica
e quindi non-antifascista”[52],
ma lo si fa ex post, ampliando il
campo della sua critica originaria.
Che nel 1936 e nel 1938 fu inequivocabilmente antibolscevica, non solo come i
romanzi dimostrano in modo esplicito e lei stessa conferma nella introduzione
del 1946 sopra citata, ma come rivela anche la sua vita sino a quel momento (il
riferimento al “decennio rosso” in USA a causa proprio del suo anticomunismo,
di cui si è detto). Fino a quel momento - perché poi anche nel suo punto di
vista può essere mutato il bersaglio della sua critica. Ma a noi, lo ripetiamo,
interessa quello specifico di Anthem
e, di riflesso, di We the Living,
romanzi e non film altrui.
Paradosso dei paradossi, il pensiero della Rand che
dovrebbe essere anticomunista ed antifascista, proprio per il suo
individualismo esasperato venne accusato dai conservatori classici americani,
quelli della National Review di
William Buckley, di essere “un incubo fascista che evoca le camere a gas”[53]...
Nel senso che, evidentemente, per la destra statunitense del tempo il fascismo
e il nazismo avevano come loro stigma essenziale quel superomismo
individualista assoluto, ancorché capitalista, con cui la scrittrice
caratterizzava i protagonisti dei suoi romanzi.
8.
“Anthem” oggi
Ora, il problema cui ci si trova di fronte ad opere
di questo genere - sia di utopia, ma soprattutto di antiutopia - è la loro
validità, ovviamente non tanto letteraria quanto di contenuto. Avevano ragione
gli antiutopisti ad essere così allarmati? avevano esagerato a denunciare certe
cose? erano stati troppo pessimisti? e, di conseguenza, la riproposta e la
rilettura a tanta distanza di tempo ha un senso? è ancora efficace? può servire
sempre a qualcosa?
La risposta è positiva, altrimenti non si sarebbe
intrapresa questa nuova edizione e traduzione del romanzo. Ed è positiva per le
stesse ragioni per cui la Rand concludeva la introduzione dell’aprile 1946 con
queste parole: coloro i quali hanno sostenuto il collettivismo per “debolezza
morale”, per non voler “prendere posizione”, per voler “amare la libertà”, cui
non interessa conoscere il “contenuto delle idee” e che ritengono che “i fatti
possono essere cancellati tenendo gli occhi chiusi”, tutti costoro che noi dopo
oltre mezzo secolo possiamo definire non tanto “progressisti” quanto “buonisti”
e “politicamente corretti”, ecco tutti costoro - dice la scrittrice -
“pretendono quando si trovano in un mondo di rovine insanguinate e di campi di
concentramento, di sfuggire alla responsabilità morale gemendo: ‘Ma io non
intendevo questo!’”.
[1]Leone Bortone, L’utopia, Loescher, 1967, p. 6.
[2]Il termine “distopia” (ovviamente derivato dal greco, e che sta al pari di altre parole che negativizzano: dis-grazia, dis-abile, dis-eguaglianza ecc.) è un termine usato soprattutto dai saggisti anglofoni che si sono occupati di questo genere letterario: il primo ad averlo introdotto in italiano (come dystopia) è stato probabilmente Carlo Pagetti nel suo Il senso del futuro (Edizioni di Storia e Letteratura, 1970). Corretto linguisticamente e contenutisticamente, ad esso preferiamo però “antiutopia” da più tempo in uso e che sottolinea in modo maggiormente evidente la sua opposizione all’utopia. Sono stati proposti anche altri termini, ad esempio “controutopia (Maurilio Adriani, L’utopia, Studium, 1961). Spesso a livello giornalistico si trova anche un quasi ovvio “utopia negativa”, ma esso ingenera confusione, come si vedrà.
[3]Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Bur Rizzoli, 2001.
[4]Jack London, Il Tallone di Ferro, Nord, 2000.
[5]Katharine Burdekin, La notte della swastika, Editori Riuniti, 1993.
[6]Giacomo Casanova, Edoardo ed Elisabetta, Lerici, 1960 (edizione ridotta e modernizzata a cura di Giacinto Spagnoletti).
[7]Edward Bulwer-Lytton, La razza ventura, Arktos, 1980.
[8]Ernst Jünger, Heliopolis, Rusconi, 1972.
[9]Adriano Thilgher, Filosofia e Utopia, in Tempo nostro, Bardi, 1946, p. 8.
[10]Dati i caratteri abbastanza evidenti della antiutopia positiva, si sono tentate anche altre definizioni, come “utopia tradizionale”. “utopia reazionaria”, “utopia di destra”, convenendo però sulla loro insoddisfacenza (Claudio Quarantotto, Prefazione a Ghislain De Diesbach, Il Gran Murzuk, Edizioni del Borghese, 1971, p. XVI).
[11]Adriano Tilgher, Filosofia e Utopia cit., p. 9.
[12]Ayn Rand, Noi vivi, Baldini & Castoldi, 1937; Longanesi, 1990; TEA, 1992.
[13]Ayn Rand, La vita è nostra, Baldini & Castoldi, 1938; Inno, Alfa,1997.
[14]Ayn Rand, La fonte meravigliosa, Baldini & Castoldi, 1947; Corbaccio, 1996.
[15]Ayn Rand, La rivolta di Atlante, Garzanti, 1958.
[16]Ayn Rand, la virtù dell’egoismo, Liberilibri, 1999.
[17]Cfr. Carlo Lottieri, Il pensiero libertario contemporaneo, Liberilibri, 2001.
[18]Cfr. Nicola Iannello, Radicali per il capitalismo. L’Oggettivismo di Ayn Rand, Introduzione a Ayn Rand, La virtù dell’egoismo, cit.
[19]Eugenij Zamjatin, Noi, Feltrinelli, 1990.
[20]E non nel 2003 come ha scritto Fabrizio Dragosei, Anche il Grande Fratello aveva un Padre, in Corriere della Sera, 12 agosto 2003, p. 35. Altre edizioni sono apparse nel 1996, 1997, 2000 e 2002 come risulta dal sito della Biblioteca Statale Russa consultabile anche in inglese (www.rgb.ru).
[21]Aldous Huxley, Il Mondo Nuovo. Ritorno al Mondo Nuovo, Oscar Mondadori, 2000.
[22]George Orwell, 1984, Oscar Mondadori, 2001.
[23]Ray Bradbury, Fahrenheit 451, Oscar
Mondadori, 2000.
[24]Bernard Wolfe, Limbo, Nord, 2000.
[25]I capitoli XI e XII sono parzialmente diversi dal punto di vista formale, ma nella sostanza identici, nelle due edizioni 1937 e 1946 (cfr. La vita è nostra cit., pp. 117-134).
[26]Alessandro Laganà, Ayn Rand, in Ayn Rand, Inno, Alfa, 1997, p. 8; e Nicola Iannello, Ayn Rand, in Liberal, n. 18, giugno-luglio 2003, pp. 120-124.
[27]Nicola Iannello, Ayn Rand cit., p. 121.
[28]Cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male, Ideazione Editrice, 2000.
[29]Alessandro Laganà, Ayn Rand, in Ayn Rand, Inno cit., p. 3
[30]Ferdinand Bordewijk, Blocchi, Bompiani, 2002.
[31]Ferdinand Bordewijk, Blocchi cit., p. 35.
[32]La lista è stata pubblicata il 21 giugno 2003 da The Guardian insieme al seguente articolo tradotto in italiano: Timothy Garton Ash, George Orwell: così denunciò i sospetti comunisti, in La Repubblica, 22 giugno 2003, pp. 34-35. Vedi anche Richard Newbury, La lista segreta di Orwell, profeta della guerra al totalitarismo, in Corriere della Sera, 15 agosto 2003, p. 12.
[33]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 5.
[34]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 6.
[35]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 6.
[36]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 7.
[37]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 7.
[38]Ayn Rand, La vita è nostra cit., p. 8.
[39]Nella quarta di copertina della edizione 1994 nei Tascabili Bompiani.
[40]Corrado Alvaro, Avvertenza, in L’uomo è forte, Bompiani, 1994, p. 6.
[41]Cit. in Michele Prisco, Prefazione a Corrado Alvaro, L’uomo è forte cit., p. I.
[42]Giuseppe Zaccaria, Corrado Alvaro-Valentino Bompiani: cronaca di una collaborazione, in Corrado Alvaro, L’uomo è forte cit., p. XV.
[43]Nicola Iannello, Il ritorno di Ayn Rand, in Enclave, n. 6, ottobre 1999, p. 39; e quasi con le stesse parole in Radicali per il capitalismo. L’Oggettivismo di Ayn Rand, in Ayn Rand, La virtù dell’egoismo cit., p. XXV.
[44]Le storie, anche autobiografiche, del cinema italiano fra le due guerre sono: Il cinema di Luigi Freddi (L’Arnia, 1949, 2 voll.), Cinema italiano (1903-1953) di Mario Gromo (Mondadori, 1954), Intellettuali cinema e propaganda tra le due guerre di G. P. Brunetta (Patron, 1972), Il cinema del ventennio nero di Claudio Carabba (Vallecchi, 1974), Ma l’amore no di Francesco Savio (Sonzogno, 1975), Cinema italiano sotto il fascismo a cura di Riccardo Redi (Marsilio, 1979), L’occhio del regime di Mino Argentieri (Vallecchi,1979), L’avventurosa storia del cinema italiano di Franca Faldini e Goffredo Fofi (Feltrinelli, 1979), Cent’anni di cinema italiano di G. P. Brunetta (Laterza, 1991), Breve storia del cinema italiano di Paolo Russo (Lindau, 2002), Un secolo di cinema italiano 1900-1999 di Enrico Giacovelli (Lindau, 2002). I dizionari e regesti consultati sono stati: Il cinema. Grande storia illustrata di Autori Vari (De Agostini, 1981, 2 voll.), Dizionario universale del cinema di Fernaldo Di Giammatteo (Editori Riuniti, 1985, 2 voll.), Dizionario del cinema italiano. I film 1930-1944 di Roberto Chiti e Enrico Lancia (Gremese, 1993), Dizionario del cinema italiano. I registi dal 1930 ai giorni nostri di Roberto Poppi (Gremese, 1993), Dizionario dei film a cura di Paolo Mereghetti (Baldini & Castoldi, 1993), Dizionario dei film di Laura, Luisa e Morando Morandini (Zanichelli, 1998), Dizionario di tutti i film di Pino Farinotti (Mondadori, 1999). Si è esaminato anche il catalogo Il cinema del ventennio raccontato dai manifesti a cura di Lorenzo Ventavoli (Bolaffi, 2001). Per un eccesso di scrupolo si sono consultate anche le “veline” del Ministero della Cultura Popolare, ma anche qui senza trovare alcun riscontro: Ordini alla stampa di Claudio Matteini (Editrice Poligrafica Italiana, 1945) e soprattutto l’accuratissimo Le veline fasciste sul cinema di Sergio Raffaelli, in Bianco e Nero, n. 4, ottobre-dicembre 1997, pp. 15-63.
[45]Il romanzo di Alida Valli di Lorenzo Pellizzari e Claudio Valentinetti (Garzanti, 1995), Alida Valli di Ernesto G. Laura e Maurizio Porro (Gremese, 1996).
[46]Jean A. Gili, Stato fascista e cinematografia, Bulzoni, 1981, p. 98.
[47]Nulla ad esempio su Il cinema del ventennio fascista del professor Antonio Costa, parte del corso di storia del cinema italiano dell’Università di Bologna.
[48]Il sito è Libertà Oggettiva e la citazione è tratta da Il cinema di Ayn Rand di Marco Faraci.
[49]Cit. in Ayn Rand, Denaro e libertà, Leonardo Facco Editore, 2002, p. 30.
[50]Ci limitiamo a citarne un paio, all’inizio e alla conclusione del regime: Il fascismo nella vita italiana di Pietro Gorgolini (Paravia, 1929 e L’individuo nell’etica fascista di Oscar Di Giambernardino (Vallecchi, 1940).
[51]Cfr. Paolo Buchignani, Fascisti rossi, Mondadori, 1998.
[52]Nicola Iannello, Il ritorno di Ayn Rand cit., p. 39.
[53]La frase, citata da Nicola Iannello (Radicali per il capitalismo cit., p. XX), si riferisce ad Atlas Shrugged recensito col significativo titolo di Big Sister is Watching You [la Grande Sorella ti sta sorvegliando] nella National Review del 28 dicembre 1957.