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Introduzione alla progettata antologia personale di Asciuti

La storia si ripete, dunque, ancora un volta. Se l’Italia non fosse l’Italia, se la narrativa di science fiction, fantasy, horror avesse un posto non dico come quello dei Paesi anglosassoni, ma anche solo della Francia e della Germania, i nostri autori non segnerebbero il passo, non dovrebbero fare anni e anni di anticamera, non sarebbero conosciuti solo dalla stretta cerchia degli “specialisti”, magari non dubiterebbero anche delle loro capacità, sarebbero sollecitati a far sempre meglio da una critica non prevenuta che, mancando delle limitazioni e dei preconcetti dei semplici fan, li spronerebbe ad approfondire il proprio lavoro. Allora - soltanto per fare pochi clamorosi esempi - un Gianluigi Zuddas non sarebbe restato per lunghissimo tempo una specie di iceberg (come lo definii una volta) di cui si vedeva esclusivamente la punta di una produzione tutta chiusa nei cassetti, e per vivere non sarebbe ora costretto a far il traduttore a tempo pieno, invece che lo scrittore vero e proprio; un Lorenzo Iacobellis, autore di rara potenza e originalità, non scriverebbe racconti memorabili col contagocce, magari su richiesta per questa o quella iniziativa, sviluppando idee appuntate nel corso degli anni; un Maurizio Viano non avrebbe abbandonato in pratica il campo; un Claudio Asciuti verrebbe agevolmente riconosciuto come l’unico rappresentante di una intelligente New Wave italiana, in pratica l’unico ad aver assorbito in modo autonomo la lezione di Dick e Ballard, di certi Silverberg e Zelazny, per fonderla con la sua cospicua (anche se complessa, anzi complicata) personalità.


Non è facile seguire l’attività più che decennale di Asciuti, diciamo fra il 1976 e il 1988, poiché la relativamente scarsa narrativa pubblicata non ne indica tutte le possibilità, essendo i suoi racconti migliori, forse perché più lunghi, rimasti inediti. Inoltre, il succedersi quasi frenetico di esperienze personali su vari piani (da quello artistico a quello politico-ideologico, a quello sentimentale) ha profondamente influito sulla sua narrativa, modificandola man mano fino a giungere ai risultati ultimi, che però - com’è naturale - non si possono considerare definitivi.


Con questa antologia, che copre appunto l’arco di tempo indicato, ho cercato con la collaborazione dello stesso autore di fornire un panorama, certo parziale ma significativo, di questo iter con una serie di storie che stanno a indicare i momenti più interessanti della sua poliedrica attività. Quello di Claudio Asciuti è senza dubbio un work in progress: “lavori in corso” non si concluderanno mai, nel senso che non avranno mai una meta prestabilita dove mettere un punto fermo, anche se è sempre possibile effettuare un bilancio di quanto fatto. Non la si prenda come una sopravvalutazione: il problema è che la narrativa di Asciuti è impregnata, più che in ogni altro scrittore non-mimetico italiano, di riferimenti autobiografici e questo, da un punto di vista critico non lo si può ignorare.


Ciò che mi colpì immediatamente fu proprio questo: l’intensità emotiva delle trame; la capacità di stravolgere fantasticamente (e di smitizzare) il quotidiano; uno stile sempre all’altezza del testo. E sin dalle prime sue storie in cui mi sono imbattuto, quelle inviate al Premio Tolkien all’inizio degli Anni Ottanta. In precedenza, infatti, non avevo avuto occasione di leggere nulla e l’unico contatto diretto ed informale era stato verso la metà degli Anni Sessanta quando propose alla Fanucci una antologia di fantascienza “musicale” con particolare riferimento alla produzione d’avanguardia: gli risposi, firmando anonimamente, che poteva essere anche più preciso in merito ma con scarse possibilità di successo data quella che era allora la linea della casa editrice. In seguito, lo scrittore genovese si piazzò due volte tra i finalisti del Premio Tolkien e lo vinse nel 1984. Lo conobbi di persona a Montepulciano nel 1986, quando già avevamo avuto scambi epistolari per una iniziativa che, pur se conclusa, al momento in cui scrivo resta ancora inedita.


Lessi altre sue cose e mi sembrò che ci fosse materiale sufficiente per un’antologia personale di alto livello. Fra telefonate, lettere, qualche chiacchierata diretta (a Roma, a Courmayeur, a San Marino) e l’esame di un numero incalcolabile di dattiloscritti, l’idea è andata in porto, convincendomi sempre più di come fossero inscindibili personaggio e scrittore, vita privata e vita narrata, problemi interiori e necessità vitale di raccontare. Non so, non conoscendolo come altri a fondo e da vicino a sufficienza, quanto in tutto ciò vi sia di spontaneo o artificioso, di sincero o di gigionesco: in realtà, un simile fattore per me conta veramente poco, perché non devo giudicare l’aspetto privato ma la qualità letteraria. Se poi il primo influenza positivamente la seconda, tanto meglio. È questo il motivo che mi ha indotto ad insistere per almeno tre anni inducendolo a sottopormi molto del suo materiale inedito fra cui scegliere e alla fine impostare, così com’era l’antologia. Qualcuno, ripeto potrà considerare tutto ciò eccessivo rispetto ad un autore noto spesso più per il suo atteggiamento “provocatorio” e “folkloristico”, che per le sue storie pubblicate in non grande quantità. Non io, però. Nel senso che ho sempre fatto quel che credevo dovesse essere fatto, ho sempre fatto quello in cui ho creduto, indipendentemente da quanto avrei potuto in teoria raccogliere in seguito (anche dimenticanza e irriconoscenza, come è accaduto in più di un caso). Da anni credo nelle qualità di Claudio Asciuti scrittore e per questo mi è sembrato giusto metter su questo libro, così come in tutto il corso della mia attività nell’ambito della fantascienza e del fantastico ho messo in luce criticamente ed ho pubblicato tutti quegli scrittori e disegnatori e saggisti nelle cui qualità ho creduto e che mi sembrava giusto far uscire dall’ombra del puro dilettantismo, senza certo mettere in conto il loro atteggiamento futuro…


Data la sua complessità (ed elementarità assieme) la narrativa di Claudio Asciuti si presenta ad una analisi-esposizione in più direzioni, ma seguendo sostanzialmente un elemento costante: la presenza in tutte le sue opere di una dualità o coppia di valori coordinati o in opposizione tra loro complementari o escludentisi a vicenda: vita/arte, realtà/finzione, storia/mito, sacro/profano, Cosmos/Caos, ordine/disordine/ eros/thanatos, Io/Altri, Luce/Ombra, Paradiso/Inferno, Tempo/Eternità, terra/universo, vita/morte, morte/resurrezione.


In questo groviglio di dicotomie il protagonista (che parla sempre in prima persona e che agevolmente, anzi automaticamente, il lettore identifica con l’autore) cerca di orientarsi, di trovare il “filo di Arianna”, di districarsi e, alla fine, “uscir a rivedere le stelle”. Nel caso di Asciuti il “filo di Arianna” è una specie di processo d’individuazione che diventa sempre più evidente man mano che si giunge alle storie più recenti, complesse e lunghe. C’è una fuga di fronte a sé stesso, di fronte all’Ombra, alla Morte; c’è una ricerca all’interno di sé, delle forze (=valori, magari anche “negativi”) cui attingere per non soccombere, o anche in forma di sentimenti e di un “credere in sé stesso” forgiato grazie all’intervento di una donna; c’è il combattimento (reale e/o

simbolico) e il prevalere di una specie di nietzschiana “volontà di potenza”. Lo schema è in genere questo, con rare varianti comunque inserite in una struttura similare.


Perché l’esistenza di queste dualità contrapposte è tanto fortemente caratterizzata nello scrittore genovese? La risposta è semplice: perché, appunto, caratterizza la sua vita e la sua vita, trasfigurata fantasticamente o fantascientificamente, diciamo pure mitizzata, è tutta nelle sue storie, brevi e lunghe. Asciuti ha questa insolita e invidiabile capacità: di trascrivere, reinventandole irrealmente, le sue vicende personali, ricavando storie che sono anche vita. È stato scritto, ed anche Asciuti lo fa dire a un paio di suoi alter ego, che un autore scrive sempre la stessa storia: mai una affermazione è risultata tanto vera come per lui. E così si spiega anche il suo interesse e il suo amore per la vita come opera d’arte e per l’opera d’arte come riflesso della vita (il che è esplicitamente affrontato in due racconti simili e diversissimi fra loro: “Art Decat” e “Urut”) e quindi per quegli scrittori che hanno cercato di raggiungere con tutti i mezzi un simile scopo: da Marinetti a Wilde, da D’Annunzio ad Hemingway a Mishima. Per il loro modus vivendi, i loro atteggiamenti esistenziali, diciamo pure per il loro “estetismo”. E di conseguenza per il problema del rapporto fra pensiero e azione, teoria e prassi, e per tutte quelle ideologie che se lo sono posto, risolvendolo in un modo o nell’altro, dal marxismo al fascismo, dall’esistenzialismo al punk.


Tutti i personaggi di Asciuti inseguono o perseguono qualcosa, ne sono inseguiti o perseguitati, la cercano e la temono: fosse la Vita o la Morte, la Gloria o il Fallimento, l’Amore o il Sesso, l’Arte o il Potere, uno Status superiore o la Caduta definitiva. È in questo perenne combattimento, che di solito è prima esterno, poi interiore, infine contemporaneamente esteriore/interiore, che a mio parere sta molto del fascino di questo scrittore, quel sentirlo vicino a noi per i problemi che espone, pur se trasfigurati fantasticamente e anche abnormemente estremizzati. Perché i suoi protagonisti sono uomini e non marionette di carta, devono risolvere situazioni umane che si creano spesso da soli, le affrontano infine – nonostante tutti i loro complessi d’inferiorità, autocommiserazione e difetti – di persona, magari a mani nude, a suon di pugni, e spesso le risolvono conquistando quella fiducia in sé, quella “gloria” o anche “l’amata”, come antichi cavalieri erranti.


Oppure no, non vi riescono, e ricadono nei loro problemi irrisolti: ma pur sono apprezzabili perché hanno tentato, hanno messo alla prova sé stessi e sono caduti. E ricominceranno. La tentazione all’autodistruzione, il fascino dell’abisso (materiale, morale, spirituale) la “marcia di annientamento” (come la definisce lo stesso autore) sono sì assai spesso presenti nelle trame di Asciuti, ma alla fine di solito portano a una rigenerazione. La morte è intesa come nuova vita: la sfida dell’ambiente, delle circostanze, delle persone, ottiene sempre una risposta adeguata: i protagonisti delle sue storie non si tirano indietro di fronte a nulla e si gettano a capofitto in ogni faccenda, anche la più impossibile e disperata, proprio come moderni soldati di ventura Per questo ogni suo racconto, anche se sempre uguale è sempre diverso.


E se vogliamo intendere questa dualità a livello dell’ermetica coincidentia oppositorum, dobbiamo ricordare che – come insegna ogni tipo d' iniziazione – occorre giustapporre i contrari. Per vincere la morte e raggiungere una vita diversa, una più-che-vita, bisogna morire per quel che si è e rinascere in uno status diverso. È quello che cercano di fare i protagonisti delle storie di Asciuti, come si è visto.


Nelle sue vicende c’è dunque la Vita, con la “v” maiuscola, con le sue gioie e i suoi dolori, entusiasmi e sgomenti, assurdità e follie, C’è un riflesso, e come tale deformato, della vita vera: non sono storie costruite a tavolino, freddamente, da ragioniere del fantastico. Racconti e romanzi di Asciuti sono l’esorcizzazione letteraria di eventi reali, la trascrizione metamorfizzata di fatti veramente accaduti, o anche – a quanto pare – l’anticipazione di eventi che sarebbero accaduti. Questo lo distingue senza dubbio tra gli altri scrittori italiani e lo avvicina a Philip Dick e alle sue esperienze esistenziali (eros, alcool, droga, religione) più che alle tecniche stilistiche compositive.


Da questo punto di vista, nelle ultime cose scritte da Asciuti un elemento maggiormente si evidenzia; la lotta con l’Ombra (cioè il lato oscuro del proprio Io, in senso solo parzialmente Junghiano e che invece ricorda le cosmogonie gnostiche e manichee), e il problema del trascorrere del Tempo con la Morte che bracca senza tregua il protagonista, Morte che si presenta sotto vari aspetti ma che in genere è del tutto antropomorfa, del tutto “umana”. Sembrerebbe di poter dire che l’angoscia esistenziale e culturale che provano i personaggi di Asciuti (loro attraverso lui, lui attraverso loro) sia giunta con una decina d’anni di anticipo su quanto di solito avviene biologicamente e antropologicamente: essi si pongono a trent’anni quei problemi che di solito si hanno a quaranta. Il bilancio della vita, i ricordi del passato, le occasioni perdute, gli smacchi, ciò che avrebbero voluto avere e non hanno, la ricerca infine di un qualcosa, materiale e simbolico, per bloccare lo scorrere del tempo, la vecchiaia e tornare così indietro, un Varco, una Porta, un Altro Regno… Si vede che hanno vissuto intensamente, troppo intensamente. Sotto questo aspetto lo scrittore genovese ha raggiunto il suo vertice con quel Signore della Morte, giunto terzo al Premio Tolkien 1986 per i romanzi brevi (ora nella antologia Immaginaria 2, Solfanelli 1989), che viene citato – racconto nel racconto – ne “Il Fiore Letale”, e che rappresenta un po’ la summa di tutti i suoi temi letterari inseriti in una complessa trama a più livelli.


Ma il più tipico è senza dubbio quello del mito, e del rito che lo rinnova. Esso si riscontra sin dai suoi racconti iniziali: qui il debito culturale va, oltre a quello fantascientifico di Roger Zelazny, a tutta una serie di studiosi contemporanei che se ne sono occupati in modo autonomo e originale, soprattutto Mircea Eliade e George Dumézil. Così nelle storie di Asciuti il mito si presenta sotto almeno tre aspetti: il mito-letteratura, topos della narrativa fantastica:

  1. Il mito che si collega a qualche religione terrestre ed extraterrestre si esprime in genere con una nuova e inaspettata epifania di una divinità caduta, dimenticata o ignorata. Il sacrum tremendum si manifesta tramite un essere umano divenuto avatar e pontifex, di solito all’inizio inconsapevole, di quel che sta avvenendo dentro e intorno a lui. Così accade per l’artista Leisthos in “Urut”, per lo scrittore in “Il Fiore Letale”, e per il docente in “Il miraggio di Zalmoxis” (finalista al Premio Tolkien 1983, e ora in Le Ali della Fantasia 4, Solfanelli 1985). Come fa a riattualizzarsi un mito o, per dirla in altre parole, come fa una divinità per essere richiamata tra i mortali e, magari, agire tramite essi? C’è un unico mezzo, identico sia nella religione che nella magia: il rito. Attraverso il rito, il mito si rinnova, il Sacro delle origini non perde la sua “sacralità”. Ed è ciò che avviene nelle tre storie citate con altrettanti tipi diversi di operazioni: il rito dell’eroe consente nel momento culmine dell’orgasmo, tramite un’improvvisa apertura mentale, al “dio derelitto” di “possedere” l’artista, il rito della danza (musica, gesti, passi) consente ad una divinità azteca, Xipe Totec, di manifestarsi e di aiutare nel momento della necessità e dell’azione il giovane scrittore spiantato, il rito della “cerca” permette alla divinità primordiale della Dacia pre-romana di manifestarsi nelle sembianza di un lupo all’attonito professore universitario, pencolante fra materialismo e spiritualismo. In un mondo desacralizzato come il nostro (o come quello futuro) ecco che gli dèi ritornano tra noi… Gli dèi, è stato giustamente detto, restano invisibili senza la nostra attitudine a recepirli

  2. È qui il caso di due animali immaginari (o, se vogliamo, mitici) e di uno reale. NeIl Liocorno deve morire” la spinta psichica di un’intera popolazione evoca ogni anno lo straordinario essere che deve venire affrontato e vinto, quasi si trattasse di un nuovo “rito di passaggio”. Ne “Il loro nome è legione” (finalista al Premio Tolkien 1982, e ora in Le Ali della Fantasia 3, Solfanelli 1984) si tratta invece del fantasioso drac, simbolo non di paura ma di amore, che emerge dalle acque con un canto inaudibile, quasi fosse una sirena mostruosa. In questi casi la leggenda si concretizza nel quotidiano e l’atmosfera fantastica che porta con sé permea l’intera storia che così resta in bilico tra reale e irreale, scontato e magico. L’animale reale è invece il gatto, nei cui confronti lo scrittore genovese ha una particolare simpatia e affezione (che anch’io condivido), non in contrasto a quanto pare con l’identica simpatia e affezione portata per il lupo, forse perché complementari: il domestico felino accompagna l’autore nelle vicissitudini giornaliere, mentre l’animale selvaggio è una specie di proiezione del suo inconscio. La mitizzazione del gatto avviene nelle storie di Asciuti conferendogli – si potrebbe dire – atteggiamenti e sentimenti “umani”, ponendolo accanto al protagonista (“Il Signore della Morte”), rendendolo quasi co-protagonista (Credi davvero che esistano ancora gli invisibili?”) o anche simbolo di una realtà perduta (Ante Lucem”).

  3. I miti letterari che più sembrano attirare Asciuti sono quelli del vampiro e del licantropo, in genere considerati da sempre “diversi”, due trasformazioni “mostruose” dell’uomo in qualcosa di “altro” e quindi di repellente, da respingere. Non così nello scrittore genovese in cui queste stesse valenze assumono un valore opposto, il vampiro, nella forma classica e nello schema noto della sua “caccia”. Già si presenta nel citato Il loro nome è legione” dove il contesto è, come si è detto realistico-fantastico. Quindi su uno sfondo realistico-fantascientifico, con il relativo contorno di spiegazioni pseudo razionali, è al centro di “Psicologo e Stregone” dove, ancora una volta, eventi personali sono trasfigurati e trasfusi nella narrazione che, in questo caso, ha un titolo che ben simbolicamente si attaglia a tutta la produzione letteraria e alla personalità di questo scrittore, sempre più sul crinale della scienza e della fantasia, del razionale e dell’irrazionale, della materia e dello spirito, e dove vengono elaborate interpretazioni non ortodosse dell’eros e dell’atto sessuale non solo sul piano fisico. Ritorna infine nel simbolico “Ante Lucem”, una storia a mio parere di rara intensità e suggestione, dove il rapporto morte/vita, uomo/donna, Notturni/Diurni, Realtà Vera/Realtà Falsa è inserito in un contesto contemporaneo, quasi a renderci vicino per la sua problematicità esistenziale un personaggio tipico della narrativa fantastica ormai da un secolo e più. Per il licantropo ecco invece un duplice sfondo: all’inizio, con “I rossi mari di Benetnasch” quasi una science-fantasy, un mondo extraterrestre, una mentalità aliena, un punto di vista non umano; quindi “Il Picco della Luna Spenta”: qui la vicenda è più tradizionale, ma non per questo meno originale, giacché si intrecciano due vicende d’amore e d’azione, ed un legame che va al di là della vita, almeno così come noi antropomorficamente la intendiamo.


Da tutto quanto detto deriva una conseguenza: tra gli autori italiani di fantasy e di science-fantasy, sia della precedente che della più giovane generazione, Claudio Asciuti è quello (forse l’unico) che ha saputo più fortemente impregnare le sue trame di mitologizzazioni e ritualizzazioni. Mito e rito sono una parte essenziale delle sue storie e, quel che mi pare più sorprendente, del loro aspetto di quotidianità: i suoi personaggi, come vien detto esplicitamente per il protagonista de “Nel Nome dei Tuoni” (nell’antologia Gli eredi di Cthulhu, Solfanelli 1989) mitizzano appunto il quotidiano, proprio come nessuno ora fa più e come invece era normale nell’antichità. E ciò non solo in generale, cioè di attribuire a cose e fatti e avvenimenti e persone un valore e una simbologia che attualmente non si riesce più a percepire perché è scomparso il senso del Sacro, ma proprio comportandosi di conseguenza, evocando alcune ritualità che, oltre a ritualizzare determinati miti, conferiscono un valore più profondo a certi atti oggi banalizzati, come la vestizione, il nutrirsi, il rapporto sessuale o anche lo scalare una montagna (atto di per sé iniziatico, come in “Intorno a lei, Magellano”, vincitore del premio Tolkien 1984, (ora in Le Ali della Fantasia 5, Solfanelli 1986) Il che non ha nulla a che vedere - è ovvio- con i ritualismi, le abitudini del quotidiano che ci costruiamo da soli, i nostri tic, le nostre superstizioni spicciole, e che vengono per questo studiati dagli psicanalisti.


Complessivamente, per tirare le fila della nostra analisi, i racconti di Claudio Asciuti qui riuniti potrebbero senza difficoltà essere definiti “crepuscolari”, ma non certo perché le sue tematiche siano simili a quelle di un Gozzano, quanto perché sono tutti o quasi immersi in un' atmosfera di questo tipo, intendendo genericamente il momento in bilico fra la scomparsa totale della luce (o la comparsa definitiva di essa) e le tenebre. Un momento grigio in cui nulla è ancora netto e c’è ancora il tempo per effettuare la scelta tra le molte dicotomie di fronte alle quali si dibattono i vari personaggi, fra la Notte e il Giorno, il Nero e il Bianco, il Buio e la Luce. “Che cosa c’è prima della luce?” chiede una ragazza che si chiama significativamente Ombra al protagonista dell’ultimo racconto di questa antologia. Storia anch’essa tanto emblematica di tutta la produzione decennale dello scrittore genovese che mi è sembrata adatta per dare il titolo a tutto il libro. In essa confluiscono le tematiche di spaesamento e spossessamento della realtà portate avanti da sempre, l’amore impossibile, la battaglia contro lo scorrere del tempo, il tutto inserito in un’atmosfera d’attesa, in un Limbo che non è né luce né Tenebra, un mondo crepuscolare che può essere – come si è detto – sia quello che precede la Notte sia quello che anticipa il Giorno. Occorre scegliere.


Per questo insieme di motivi e di caratteristiche, se occorresse ripeterlo, ritengo Claudio Asciuti uno degli autori più rappresentativi della narrativa non-mimetica italiana ed il più significativo della sua generazione. Non tutti sono di questo parere, lo so, ma so anche che il mio giudizio ha le sue motivazioni e non è l’umore di un momento: lo scrittore genovese, inoltre, è – per usare un termine di Ernst Junger che egli stesso cita – un “avventuriero spirituale”, un “anarca” posso aggiungere io anche qui con un vocabolo coniato dal grande romanziere tedesco, un “libertario” si potrebbe dire se questa parola non fosse oggi tanto inquinata politicamente, alla continua ricerca di un Varco, di una Porta, di un Ingresso sull’Altra Realtà, con tutti i suoi problemi esistenziali (e non sono pochi).


Insomma un uomo del nostro tempo con la tendenza personalissima ad estremizzare tutto.


Ed è per questo, oltre ad apprezzarlo come scrittore, che mi è anche simpatico.


Roma, luglio 1987- luglio 1989

Gianfranco de Turris



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