CINQUANT’ANNI DI FANTASCIENZA ITALIANA 1952-2002
Molti lo dimenticano, ma la fantascienza degli
italiani è nata insieme alla
fantascienza italiana. Poi si è persa per via. Non è un gioco di parole, se per
fantascienza italiana s’intende l’identificazione di un genere letterario
attraverso un termine specifico ed un luogo di aggregazione specifico. Come
Hugo Gernsback creò nell’aprile 1926 un neologismo (scientifiction, che solo nel 1929 sarebbe diventato science fiction) da proporre con una
rivista tutta speciale (Amazing Stories),
così in Italia nel 1952 apparvero, in aprile Scienza Fantastica, diretto da Lionello Torossi, che traduceva il
termine inglese appunto come nella sua testata, quindi il 10 ottobre il
“bimensile” I romanzi di Urania e il
1° novembre il mensile Urania, dove
Giorgio Monicelli proponeva “fanta-scienza” (inizialmente con il trattino che
manteneva separati i due termini come nell’originale inglese). Per la chiusura
dopo sette fascicoli all’inizio del ‘53 “scienza fantastica” non prese piede e
s’impose “fantascienza” che resistette anche ad un’altra ipotesi di traduzione,
“fantasie scientifiche” proposta da Armando Silvestri quando cinque anni dopo
fondò Oltre il Cielo: la diffusione
larga e capillare della testata mondadoriana aveva la meglio e faceva entrare
il neologismo nel linguaggio comune.
Ora, proprio su Scienza
Fantastica apparvero i primi racconti per così dire “specializzati”: sin
dal n. 1 li scriveva lo stesso Torossi con lo pseudonimo di Massimo Zeno poi
usato anche su Oltre il Cielo, mentre
in seguito vennero pubblicate storie di lettori che avevano partecipato al
concorso per disegni e narrativa bandito dalla rivista romana (Loris Bianchi,
Ferdinando Stefanelli, Paolo Cervasi, Bruno Torani). Storie di autori italiani
uscirono da subito anche su Urania,
pur se con pseudonimo (ad esempio, Elisabeth Stern era Lina Gerelli sui
fascicoli di settembre-ottobre 1953), mentre un vero autore italiano, anche se
con nome esotico, fu Emilio Walesko che scrisse L’Atlantide svelata per I romanzi
di Urania nel gennaio 1954.
All’inizio della fantascienza pubblicata nel nostro
Paese, dunque, non sembra che vi fossero assoluti pregiudizi nei confronti
degli scrittori italiani che si cimentavano con un “genere” letterario come la
“fantascienza” che all’inizio degli anni Cinquanta sembrava essere
d’importazione, mentre al contrario era stato ben presente (anche se ovviamente
non con quel nome) nella nostra narrativa popolare sin dall’inizio del secolo
quando il settimanale La Lettura
bandiva un concorso per un “racconto fantastico”, e poi soprattutto negli anni Venti e Trenta quando appariva in
gran quantità sulle pagine del settimanale Il
Giornale Illustrato dei Viaggi e del mensile Il romanzo d’avventura editi dalla Sonzogno. Del resto la stessa Mondadori
di nostri autori ne aveva ospitati moltissimi prima del 1940 in collane di
avventura, esotiche, rosa o poliziesche, col loro nome o con pseudonimo, e
avrebbe continuato a farlo in modo esplicito nei “gialli” ancora per un po’
negli anni Cinquanta. La loro progressiva scomparsa reste dunque un mistero
editoriale.
Tra Scienza
Fantastica e I romanzi di Urania,
cioè fra aprile e ottobre 1952, uscì ad agosto un’altra testata, il
quindicinale Mondi Nuovi delle
Edizioni Diana di Roma, una vera e propria “rivista” con racconti, articoli,
recensioni cinematografiche, rubrica della posta, che durò giusto sei numeri
fino al 15 ottobre: sulle sue pagine apparivano storie di fantascienza spaziale
con nomi stranieri ed esotici come Allan McCarren, E. Grafson, Ebel de
Monserrat, Edgar P. Allan, I.G.A. Wanny. ma anche Angelo R. Mazzarese,
illustrati spesso con disegni di Guido Buzzelli. Alcune di queste singolari
firme e quella del disegnatore (che in seguito diventerà notissimo) si
ritroveranno tre anni dopo su Mondi
Astrali, un’altra “rivista” a cura di Eggardo Beltrametti: pubblicata nel
gennaio 1955 per quattro numeri da un editore di fumetti, Gioggi di Roma. La
formula adottata e le firme di autori e disegnatore fanno pensare ad un
collegamento diretto fra le due iniziative. I racconti erano un po’ ingenui e
di maniera, indirizzati a un pubblico giovanile, come i precedenti influenzati
dai film e dai fumetti di fantascienza che allora si vedevano e leggevano. Gli
autori erano tutti giovani giornalisti che sbarcavano il lunario come potevano:
i loro nomi ce li indicò il curatore molti anni fa senza però collegarli ai
rispettivi pseudonimi, sicché per questo si va per supposizioni: si trattava di
Gianfranco Finaldi (forse Luis Van Phil), Enrico de Boccard (probabilmente E.
Grafson, Ebel de Monserrat), Vanni Angeli (quasi sicuramente I.G.A. Wanny) e
Ugo Franzolin (l’unico di cui si sa che scriveva come Ugo Morea). Gli altri
pseudonimi erano oltre Edgar P. Allan (forse lo stesso Eggardo Beltrametti),
Dan Sibeja, Franz Marius Kanasta, Dan Leni, Jack Bolton, B. M. Stefanius, Erwin
Stuk, ma anche Vittoria Badura e Massimo Liorni.
Il 1957 fu un anno importante. A gennaio apparve il
mensile di romanzi Galassia
pubblicato a Udine e diretto da L. R. Johannis, scrittore e pittore futurista,
nonché primo italiano ad aver avuto un “contatto” con gli alieni sull’altopiano
di Asiago nel 1947. Pubblicò cinque soli romanzi, ma tre di essi erano italiani
(due dello stesso Johannis ed uno della Gerelli) anche se con pseudonimo,
inoltre racconti italiani in appendice: quasi tutti scritti sempre da Johannis
con vari pseudonimi, ma tra quelle firme troviamo quella del giovane lettore
Sandro Sandrelli che in seguito diventerà uno dei nomi più importanti della
fantascienza italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Nel giugno 1957 uscì in edicola la collana mensile I romanzi del Cosmo che già nell’aprile
1958 ospitò un testo italiano proprio di L. R. Johannis, Lacrime della Luna, e moltissimi altri ne pubblicò in seguito,
soprattutto di uno dei suoi curatori Marco Paini (Ulisse Westmore), e poi dei
prolifici Gianfranco Briatore (John Bree, Norman Shave), Roberta Rambelli
(Robert Rainbell, John Rainbell) e Luigi Naviglio (Louis Navire, Lewis Flash)
ma sempre con pseudonimo, cosa che spesso non avveniva per i racconti in
appendice. Il fatto era che quello di Johannis - Luigi Rapuzzi Johannis - era
un nome vero ma allo stesso tempo suonava come “straniero”, e quindi ben si
adattava alla tendenza che andava imponendosi, e che avrebbe condizionato gli umori
ed i gusti dei lettori, almeno sino agli anni Novanta: l’idea che fossero più
gradite opere a firma estera, soprattutto inglese, ma anche francese. Infatti,
nel cinque anni dal 1952 al 1957 I
romanzi di Urania (che proprio nel 1957 si chiameranno semplicemente Urania) avevano anch’essi pubblicato
opere di italiani privilegiando Johannis (che si firmava anche N. H.
Laurentix): l’ultimo testo di autore esplicitamente italiano fu L’astro lebbroso nel marzo 1955 a firma di Franco Enna
(Francesco Cannarozzo), uno scrittore peraltro assai noto nel campo dei gialli.
Si dovranno aspettare trentacinque anni, cioè la nascita del Premio Urania nel
1990 per trovare nuovamente una chiara firma nazionale sulla copertina della
collana (Gli universi di Moras di
Vittorio Catani). Comunque, romanzi italiani apparvero ogni tanto almeno sino
alla morte del curatore della collana, Giorgio Monicelli, nel 1961, sia con
nomi veri ma che sembravano stranieri (Samy Fayad), sia con il solito
pseudonimo (Audie Barr era il giornalista Adriano Baracco, Esther Scott ancora
Lina Gerelli, Julian Berry era Eugenio Gastaldi; l’ultimo, pubblicato
immediatamente prima l’arrivo di Carlo Fruttero, fu Gli infiniti ritorni di Marren Bagels, cioè Maria De Barba, nel
dicembre 1961). Scomparvero anche in questa forma al passaggio di Urania nelle mani prima di Carlo
Fruttero (gennaio 1962) e poi anche di Franco Lucentini (giugno 1964).
Poiché Urania
è sempre stata il punto focale della fantascienza in Italia, la decisione di
ospitare raramente autori italiani nascondendoli come tali, e poi di non
pubblicarli affatto, ha inciso in modo determinante sulle sorti della
fantascienza scritta da nostri autori, come ho avuto occasione di sottolineare
moltissime volte. Una decisione sostanzialmente incomprensibile, fonte forse di
un intrecciarsi di considerazioni economiche e di pregiudizi (gli italiani
incapaci di reggere la concorrenza italiana sul piano della narrativa “di
genere”, poliziesco e fantascienza), soprattutto se si considera
l’atteggiamento diametralmente opposto che la Mondadori aveva avuto tra le due
guerre nel rapporto narrativa popolare-autori italiani, come si è accennato. Se
Urania si fosse comportata come la
francese Fleuve Noir che in quegli stessi anni pubblicava collane come Anticipation, Angoisse e la poliziesca Serie Noir, oggi avremmo una letteratura
“di genere” consolidata e un parco autori ampio, rodato e con un certo ricambio
di nomi. Invece, cinquant’anni dopo, all’inizio del XXI secolo, ci dibattiamo
ancora nei problemi che tutti conoscono di quantità e soprattutto di qualità.
Nel settembre 1957, a ridosso del lancio del primo
satellite artificiale, lo Sputnik
russo a ottobre, apparve una rivista romana formato tabloid, che si occupava di scienza, di missilistica ma anche di
fantascienza: Oltre il Cielo, ideata
da Cesare Falessi e Armando Silvestri, ideale prosecuzione di una precedente
rivista aeronautica (Cielo, 1953-4).
Una testata importantissima nei dieci anni in cui uscì per la narrativa scritta
da italiani. Infatti, mentre imperavano gli pseudonimi su Urania e Cosmo i racconti
italiani che apparvero su Oltre il Cielo
e che pian piano sostituirono completamente quelli stranieri, di solito non lo
avevano. In conclusione, in 155 numeri (148 sino al febbraio 1967, altri sei numeri nel 1969-1970 ed un numero isolato nel 1975), la rivista pubblicò dodici romanzi a puntate e circa
475 racconti di un centinaio di autori diversi: sulle sue pagine si sono così
formate almeno due generazioni di lettori, scrittori e critici che in alcuni
casi hanno continuato la loro attività altrove, giungendo anche in posti
significativi nell’ambito della fantascienza pubblicata nel nostro Paese
(direttori di riviste o collane, ad esempio). Basti ricordare, soprattutto
Renato Pestriniero, Sandro Sandrelli (di recente scomparso), Massimo Lo Jacono
e Lino Aldani; poi Piero Prosperi, Gian Luigi Staffilano, Antonio Bellomi,
Adalberto Cersosimo, Ugo Malaguti, il compianto Franco Fossati, Vittorio
Curtoni.
Durante gli anni Sessanta vi fu così un
interessantissimo fermento di autori, in cui si mescolavano i ventenni ed i
quarantenni, che rivendicavano non solo la firma italiana, ma anche un modo di
intendere la fantascienza tutto italiano, in contrapposizione all’esterofilia
di Urania e all’imposizione di
pseudonimi di Cosmo: a parte Oltre il Cielo, le nuove testate Galaxy nata nel 1958 e Galassia nata nel 1961, iniziarono a ospitare in appendice
storie di nostri scrittori, quindi - quasi in concomitanza con l’esordio del
Festival del film di fantascienza di Trieste -
nel 1962 Sandro Sandrelli diede vita a Interplanet, una antologie semestrale (in totale sette volumi)
dedicata alla fantascienza italiana con l’intento di dimostrarne il valore e
l’originalità; quindi nel maggio 1963 uscì a Roma il bimestrale Futuro (otto numeri) diretto da Lino
Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola, anch’esso con l’intento di
promuovere e sostenere una nostra specifica fantascienza: la formula e gli
intenti erano però troppo in anticipo sui tempi. Tra gli autori che esordirono
sulle sue pagine corre l’obbligo di ricordare il bravissimo e sfortunato
Riccardo Leveghi scomparso ad appena 44 anni.
Tutte queste iniziative erano mosse da una critica,
diretta e indiretta, soprattutto nei confronti di Fruttero e Lucentini che con
la rubrica “Il marziano in cattedra” (poi “FS italiana”), tra il 1962 e il
1964, e poi fino al 1966, avevano adottato un atteggiamento “paternalistico” e
minimizzante nei confronti della narrativa italiana “di genere”. Stesso
tentativo filo-italiano assunse Gamma,
che uscì fra il 1965 e il 1968, adottando un formato pocket ma inizialmente con struttura di rivista e non di collana di
romanzi: ma la sua proposta di una visione seria e impegnata della
fantascienza, contro quella disimpegnata e popolare di Urania, non trovò molto spazio anche per una serie di ostilità
incrociate, sia di tipo personale sia ideologiche, che dividevano i fautori di
una fantascienza nazionale. Intenzionato a fare della fantascienza “seria”
ancorché “popolare” era uno degli ex direttori di Galassia e scrittore lui stesso, Ugo Malaguti, che nel 1967 fondò
la Libra Editrice e pubblicò il bimestrale Nova
SF (ed una collana di romanzi, Gli
Slan) venduti però solo in abbonamento, sulle cui pagine appariva qualche
autore italiano: il tentativo di sbarcare in libreria ed edicola fu superiore
alla sue forze e portò alla chiusura della casa editrice non prima però di aver
varato la collana Narratori italiani di
fantascienza (1980) in cui apparvero due volumi: uno di Gianluigi Zuddas e
Luigi Cozzi, e la ristampa del romanzo di Franco Enna apparso su Urania.
Comunque, nonostante le moltissime polemiche anche
virulente che s’intrecciarono fra il 1961 e il 1968 sulle pagine delle varie
testate fin qui citate, in alcune occasioni anche con sfondo politico, si poté
dimostrare almeno che scrittori italiani di fantascienza esistevano, sapevano
scrivere, avevavo idee, ed erano autonomi rispetto alla narrativa
angloamericana. Ma una crisi di lettori e di editori con la chiusura di quasi
tutte le pubblicazioni, produsse nella seconda metà degli anni Sessanta uno dei
momenti più bassi della nostra fantascienza, considerando anche che proprio in
quel periodo si era formato il primo ambiente amatoriale italiano (il
cosiddetto fandom, soprattutto sulla
base di alcuni club di lettori animati da Futuro)
che, oltre a legami personali, produsse una serie di pubblicazioni autoprodotte
(al ciclostile, o addirittura a macchina da scrivere, le cosiddette o i
cosiddetti fanzines) su cui si
esercitarono, anche qui spesso e volentieri polemicamente, molti giovani
scrittori con articoli, recensioni, racconti.
Per tutta la prima metà degli anni Settanta la
fantascienza degli italiani sembrò quasi non esistere. L’editoria di
fantascienza si era risollevata con l’ingresso della casa editrice Nord di
Milano che per prima pubblicò collane di libri rilegati di science fiction e di fantasy
acquistabili anche nelle librerie, e non collane brossurate da edicola come era
avvenuto sino ad allora. Il che produsse un vasto fenomeno di imitazione da cui
però gli scrittori italiani erano tagliati fuori, nonostante che a dirigere
queste collane fossero stati spesso chiamati gli ex fan degli anni Sessanta (ad esempio, Riccardo Valla, Sandro
Pergameno e Vittorio Curtoni). A pubblicare romanzi italiani con il loro nome
restava il mensile Galassia che
ospitò le opere dei curatori che via via ai alternarono (Roberta Rambelli, Ugo
Malaguti, Vittorio Curtoni, Gianni Montanari) e di altri (Pierfrancesco
Prosperi, Mauro Antonio Miglieruolo, Vittorio Catani, Gianluigi Zuddas, Livio
Horrakh), nonché tre antologie di racconti a tema (1970-2).
Parallelamente, intanto, nacque un “secondo fandom”, quello dei giovani che avevano
cominciato a leggere fantascienza in quel periodo: anche qui una serie di fanzines ospitava articoli e racconti di
firme che poi avrebbero fatto strada negli anni Ottanta (ad esempio,
Piergiorgio Nicolazzini e Giuseppe Lippi).
Un singolare sviluppo del fenomeno si ebbe con la trasformazione di una
pubblicazione amatoriale in vero rivista professionale: nel 1978-1980 uscì Verso le Stelle, poi Star, curata da Luigi Naviglio, che
pubblicò praticamente solo racconti italiani, sia ripresi dalla versione fanzine sia inediti.
La possibilità comunque di sviluppare
un’interpretazione critica del fenomeno fantascientifico, visto non solo come
narrativa popolare d’intrattenimento, ovvero all’opposto solo come narrativa
ideologicamente “impegnata”, ma con un suo serio retroterra culturale, venne
effettuato dal sottoscritto e da Sebastiano Fusco nei saggi introduttivi e
nelle appendici critiche delle collane all’epoca curate per la Fanucci di Roma
(Futuro, Ortizzonti, Enciclopedia della
Fantascienza), almeno finché rimase questa impostazione, nel decennio
1972-1981. Le collane non ospitarono narrativa italiana per decisione esplicita
dell’editore, se non qualche storia in appendice ai volumi della Enciclopedia della Fantascienza, ma
almeno offrirono spazio a giovani e meno giovani critici di talento (Claudio De
Nardi, Teo Mora, Piergiorgio Nicolazzini, Sandro Pergameno, Alex Voglino) che
fecero poi buon uso di quei loro esordi su pubblicazioni professionali. Non è
stato il sottoscritto ad averlo detto: di certo, però, quel centinaio di saggi,
e l’approfondimento teorico e culturale sulle origini del fantastico, con
numerosi riferimenti bibliografici, sono serviti a qualcosa ed hanno dato i
loro frutti alla lunga distanza.
La narrativa italiana trovò finalmente un nuovo
spazio stabile, seppur ridotto ad un’unica storia a fascicolo, con l’uscita in
edicola di Robot, l’unica vera
rivista di fantascienza con tutti i crismi apparsa nel nostro Paese: la diresse
inizialmente Vittorio Curtoni tra il 1976 e il 1978 (trenta fascicoli), quindi
vi fu la trasformazione in semplice antologia di racconti stranieri sino al
1979 (altri dieci fascicoli). Purtroppo l’essersi incartata in polemiche non
solo letterarie ma apertamente ideologico-politiche non gli giovò, ma di certo
ha lasciato una traccia ed ha caratterizzato un periodo come nel decennio
precedente Oltre il Cielo. Diversi
racconti italiani (in alcuni casi ristampe) vennero pubblicati anche nelle
appendici delle varie collane popolari promosse da Antonio Bellomi nella
seconda metà degli anni Settanta (Altair,
Gemini,
Spazio 2000) e che durarono sino ai primi anni Ottanta (Perry Rhodan).
Una seconda crisi di produzione colpì, per troppo
affollamento e scarsa qualità, l’editoria fantascientifica alla fine degli anni
Settanta. Era giunto il momento della fantasy
e della heroic fantasy che, sull’onda
dell’ininterrotto successo de Il Signore
degli Anelli di Tolkien (tradotto nel 1970) e della scoperta editoriale di
questo genere letterario, iniziò a dilagare all’inizio degli anni Ottanta. Una
particolare iniziativa diede un certo impulso alla produzione italiana: la
nascita del Premio Tolkien, promosso dall’editore Solfanelli di Chieti, nel
1979-1980. Nel corso di tredici edizioni, sino al 1992, vi parteciparono un
migliaio di autori diversi con circa 1300 fra racconti, romanzi brevi e
romanzi: ne derivarono due serie di antologie, purtroppo interrotte senza aver
potuto pubblicare tutti i finalisti dei concorsi annuali, Le Ali della Fantasia e Immaginaria,
che fecero conoscere i meritevoli ad un più vasto pubblico. Si dimostrò che
ottima fantasy gli italiani la
sapevano scrivere, e si creò un circuito di grande interesse. Fino alla sua
chiusura nel 1995 la casa editrice Solfanelli fu quella che ha pubblicato più
opere (romanzi e raccolte di racconti) di fantascienza e fantastico italiano
contemporaneo, sia con novità (Renato Pestriniero, Anna Rinonapoli, Gustavo
Gasparini, Gianluigi Zuddas, Lino Aldani) che con interessanti “recuperi”
specialistici (Gianni Vicario, Virgilio Martini) e della nostra letteratura
dell’Ottocento e del Novecento (Luigi Capuana, Grazia Deledda, Gabriele
D’Annunzio, Ernesto Calandra, Luigi Pirandello, Luigi Antonelli, Domenico
Ciampoli).
La metà degli anni Ottanta vide la riapparizione
della rivista in abbonamento Nova SF
sotto una diversa sigla, la Perseo Libri, ancora di Ugo Malaguti, sulle cui
pagine sino ad oggi è sempre apparsa almeno una storia a firma italiana,
affiancata anche questa volta da una collana di volumi, Biblioteca di Nova SF, che ha ospitato le opere di tre italiani: Lino Aldani, Daniele Vecchi, oltre che lo
stesso Malaguti. Nel 1988 nasceva una seconda rivista formato libro, Futuro Europa, diretta da Aldani e
Malaguti: l’intento evidente, che risaliva ad una idea di venti anni prima, era
dimostrare l’esistenza e validità di una produzione del Vecchio Continente
rispetto a quella americana, e ovviamente tra i suoi autori ve ne sono stati
anche molti italiani. Narratori europei
di science fiction, collana uscita nel 1989, ne ha a sua volta ospitati
parecchi: oltre a tre antologie, anche romanzi di Franco Tamagni, Carmine
Villani, Giancarlo Castello, Paolo Brera, Pierfrancesco Prosperi, Mariano
Bizzarri, Mauro Scarpelli. Purtroppo, la vendita diretta non li ha resi molto
visibili “all’esterno”.
Esclusa per tre decenni da Urania, la testata più longeva e quasi il simbolo della
fantascienza del nostro Paese, la narrativa italiana aveva trovato un saltuario
sbocco nella forma del romanzo sulla collana rilegata Cosmo della Nord: nomi italiani (tra essi Luigi Menghini, Virgilio
Marafante, Daniela Piegai, Franco Forte, Riccardo Scagnoli), ma spesso sulla
scia dei moduli narrativi americani. Nel 1990 una piccola-grande svolta: sia
Mondadori che la Nord diedero vita a concorsi letterari, appunto il Premio
Urania e il Premio Cosmo, con pubblicazione del vincitore nelle rispettive
collane (tra essi Pierfrancesco Prosperi, Virgilio Marafante, Alessandro
Vietti, Nicoletta Vallorani, Claudio Asciuti, Franco Ricciardiello, Massimo
Mongai, Vittorio Curtoni, Francesco Grasso, Roberto Genovesi, Donato Altomare).
Una presenza, dunque, regolare di opere italiane alla pari con quelle straniere.
Una rondine fa primavera: nel 1996 i romanzi italiani su Urania furono due e quattro dal 1997. Questa nuova apertura
avveniva proprio nel momento in cui la storica collana mondadoriana si
trasformava (non solo nel formato, ma anche esteticamente abbandonando lo
sfondo bianco ed il disegno inscritto in un cerchio) in pocket entrando nel fiume dei tascabili ed approdando (per troppo
poco tempo, però) in libreria. Scrittori italiani alla pari degli stranieri,
dunque, e grande diffusione, anche se non sono state mantenute tutte le
premesse iniziali. Infatti, spesso si è scelto di dare spazio ad altre opere
degli stessi vincitori del concorso, invece che a nuovi autori esordienti o
meno, mentre non ha trovato seguito l’idea di pubblicare almeno una volta all’anno
una antologia di racconti italiani, come le due apparse nel 1997 su Urania in occasione dei 45 anni della
collana (Tutti i denti del mostro sono
perfetti), o su Millemondi nel
1998 (Strani giorni), quasi a fare il “punto della situazione” della nostra
narrativa specializzata (sempre che, ovviamente, si fosse tenuto conto di tutti gli autori meritevoli e di tutte le tendenze presenti, e non si
fosse invece scelta la strada facile facile d’inserire firme note nell’ambiente
letterario, ma che nulla avevano a che fare con la fantascienza o il
fantastico. sol per dare uno pseudo lustro al volume o per far da specchietto
per le allodole).
Il Premio Urania ha messo in evidenza l’unico
autore di successo commerciale prodotto dalla fantascienza italiana nella sua
storia: Valerio Evangelisti. Ovviamente, la fantascienza “specializzata”,
quella sviluppatasi dalla riviste e dalle collane “di genere”, perché di autori
di successo al di fuori di essa, con esplicite tematiche di science fiction o fantasy, se ne possono citare almeno due di ottimo livello: Roberto
Vacca e Valerio Massimo Manfredi. Vincitore Evangelisti, dopo alcuni tentativi
andati a vuoto, del concorso del 1994 con Nicolas
Eymerich, inquisitore, il positivo riscontro di pubblico ha prodotto vari
seguiti di quel romanzo, comunque non il primo in ordine cronologico della
serie (in parte già scritti, in parte scritti ex novo), per un totale di altri otto, apparsi sia su Urania sia in volumi rilegati, poi
ristampati in versione tascabile nella collana. Un fatto nuovo e importante che
ha consentito alla fantascienza, anche se di un tipo un po’ particolare tanto
che c’è chi considera questa serie romanzi tra la fantasy e l’horror più
che di vera e propria science fiction,
di approdare in altre collane, come si è detto. Il successo (anche in Francia e
Spagna, cosa nuova per un nostro autore “di genere”, a parte Lino Aldani negli
anni Sessanta e Settanta) è dovuto all’applicazione di una antica tecnica del feuilleton, ma nuova per la fantascienza
italiana: creazione di un personaggio seriale, applicazione costante sempre
degli stessi schematismi narrativi, una scrittura popolare, e infine la
mescolanza di fantascienza-fantastico-orrore su uno sfondo storico (la Spagna
della Inquisizione, ma i salti temporali fra presente, passato e futuro sono
numerosi), il tutto di solito accompagnato da un pedagogismo ideologico e
qualche volta anche religioso e moralistico più o meno evidente, che in alcuni
casi però trasforma la sua opera esplicitamente “a tesi”. Il che potrebbe
essere una caratteristica come un’altra se l’autore non facesse diventare
l’ideologia una discriminante, come in modo drastico quanto abborracciato
avviene senza mezzi termini in un articolo pubblicato su Le Monde diplomatique dell’ottobre 2001: vi si attacca a testa
bassa un certo genere di science fiction e
di fantasy italiana accusata di fare
da supporto e piedistallo culturale al governo di centrodestra definito
“filofascista” se non “fascista” tout
court. Governo, come si sa, presieduto da Silvio Berlusconi il quale è
anche proprietario direttamente o indirettamente della Mondadori e della
Einaudi, le case editrici che pubblicano gli innumerevoli romanzi e racconti di
Evangelisti (la cui coerenza è stata di conseguenza spesso stigmatizzata - peraltro
senza alcuna reazione - da diversi suoi compagni di ideologia). Comunque, la
scelta di mescolare tutti questi “generi” non certo inedita (da tempo la usano
gli americani), ma calibrata e soprattutto ripetitiva, in modo da assuefare il
lettore, è alla fine risultata vincente. La fortuna di vendite dei suoi romanzi
ha poi permesso ad Evangelisti d’inserirsi nella scia delle trilogie
storico-avventuroso-fantastiche di grande successo (dai faraoni ad Alessandro,
da Napoleone a Carlo Magno) scrivendo nel 1999 Magus, la storia di Nostradamus in cui, come nella serie di
Eymerich (anch’esso un personaggio realmente esistito) si cerca di
razionalizzare magia e fantasia.
Qual è la situazione attuale della fantascienza
italiana all’inizio del Terzo Millennio, nel momento in cui si compie il mezzo
secolo della sua codificazione nel nostro Paese? Forse l’aggettivo più adatto è
ambigua. La situazione è ambigua per
una serie di motivi, che poi alla fine sono sempre gli stessi: gli autori e le
idee ci sono (perplessità rimangono sullo stile e l’organizzazione letteraria
dell’opera), mentre vi sono difficoltà nel vedere i risultati concreti, cioè
sono congenitamente carenti i media
per esprimerli (le eccezioni confermano la regola). Il perché sta in una crisi
endemica della nostra editoria “di genere” che coinvolge non soltanto la
fantascienza, ma anche giallo e spionaggio (ma non certo il rosa), perlomeno
per le loro specifiche collane o testate, a partire circa dalla metà degli anni
Novanta.
A livello specialistico, di “genere”, la situazione
non è brillante. Dopo l’abbandono della formula della raccolta di storie e il
ripiegamento sulle antologie di romanzi a tema e la traduzione di antologie
americane, su Millemondi si è chiusa
una prospettiva per i racconti italiani, così come su Urania stessa che nel corso degli anni Novanta qualcuno, ogni
tanto, ne aveva presentato in appendice: la loro regolarità avrebbe di certo
sollecitato i potenziali scrittori. Rimane solo lo spazio dei romanzi in
collana o extra collana, come la serie fantastica di Sergio Valzania, un
settore che di certo avrebbe anche altri autori validi, se si accorgesse di
loro la nuova collana Urania Fantasy.
Del resto, il ritorno sulle copertine nel 2001 allo sfondo bianco ed al disegno
nel cerchio dopo cinque anni, vuol dire che per Urania esiste una specie di crisi di identità che ha prodotto un
calo di vendite. A questa scelta si è accompagnato un diradarsi dei romanzi
italiani al di là del vincitore del Premio omonimo.
La Fanucci, dopo aver ospitato soprattutto romanzi
italiani di fantasy negli anni
Ottanta, ed un paio di esperimenti con singolari pseudonimi giapponesi negli
anni Novanta, ha varato nel 2000 un Premio Solaria per gli scrittori italiani
in cui si privilegia un certo sperimentalismo. Viceversa, un forte
potenziamento giunge dalla più antica e nota casa editrice specializzata, la
Nord, che ha dato impulso alla produzione nazionale nelle sue varie collane (Cosmo, Narrativa, ma soprattutto Fantacollana) con romanzi sia di science fiction, che di fantasy che di fantastoria o ucronia
(Errico Passaro, Angela Fassio, Gianluigi Zuddas, Adalberto Cersosimo, Paolo
Aresi, Alessandro Vietti, Marco Della Corte, Fabiana Redivo, Mario Farneti,
Francesco Puggioni, Mariangela Cerrino, Andrea D’Angelo, Rossella Romano): uno
sbocco quasi maggiore, comunque assai più vario quanto a tematiche, rispetto a
quello offerto da Urania, e che
potrebbe avere una sua efficacia emulativa in futuro. L’acquisto (2003) della
Nord da parte del gruppo che fa capo alla Longanesi potrebbe però rimettere in
discussione questa scelta editoriale, anche se dal punto di vista distributivo
e pubblicitario offre possibilità sinora insperate.
Ad aprile 2003 è riapparsa Robot, ma in vendita solo per abbonamento: quasi identico lo staff di venticinque anni fa e la
formula della rivista. Purtroppo, al di là di ogni giudizio qualitativo, la
circolazione ristretta non le permette di assolvere quella funzione che si
chiederebbe ad una vera e propria rivista da edicola o libreria, la cui
mancanza da sempre ha condizionato lo
sviluppo e la diffusione della fantascienza italiana e in Italia.
Che vi sia ancora un interessante retroterra di
potenziali autori, soprattutto delle giovani generazioni e in particolare
scrittrici, lo stanno a dimostrare l’alto numero di partecipanti ai concorsi
ancora attivi dedicati ai racconti inediti, sia a livello amatoriale (i Premi
Alien di fantascienza, Brown per la narrativa breve, e Lovecraft per il
fantastico, promossi da Franco Forte e Franco Clun), sia quelli professionali
collegati a manifestazioni come l’Italcon, l’Hobbiton e la Saga (in seguito
alla chiusura del Premio Courmayeur nel 2000, dopo oltre dieci anni di
attività, rimangono il Premio San Marino in occasione della convention organizzata nella Repubblica
del Titano, e il Premio Silmaril della Società Tolkieniana).
Il fandom,
la sua terza ondata venuta alla luce nella seconda metà degli anni Ottanta, e
la quarta dieci anni dopo, languono, o meglio si sono sommersi nella Realtà
Virtuale. Oggi sono in pratica scomparse tutte le fanzines cartacee (forse le ultime sono Yorick e La Soglia),
mentre tutte le altre si sono rifugiate su Internet, seguendo Delos (1996). Il problema che ne sorge è
duplice: da un lato in questa nuova forma esse non raggiungono tutti i
precedenti lettori tradizionali (con buona approssimazione si può dire che nel
2003 solo il 30% dei fan accede a
Internet); da un altro lato, c’è che alla fin fine di tutto quel che si fa
resta poco o nulla: infatti, i siti Web
in genere (e quelli di fantascienza e affini seguono la statistica generale)
sono estremamente effimeri e per l’80% non durano in Rete più di un anno.
Questo non vuol dire altro che con la loro definitiva scomparsa, a meno che non
si siano scaricati e stampati, si perde tutta l’intera loro attività, anche
perché pochissimi archiviano il materiale prodotto in Rete che così è possibile
ancora consultare e stampare, come fosse una collezione di numeri arretrati di
una vera rivista (grave problema che riguarda, peraltro, tutto il mondo del Web). Decretata la morte della carta, la
carta si prende la sua bella rivincita: il virtuale è, per sua stessa
definizione lessicale, transeunte, destinato alla scomparsa e all’annullamento
della memoria. Di tantissimo lavoro può restare un niente, a meno che non si
corra urgentemente ai ripari.
Il fatto è che, come scrissi già nel 1997
suscitando risentite ma immotivate proteste, c’è una crisi di lettura quasi
irreversibile, specie nelle nuove generazioni: l’Italia è all’ultimo gradino
della classifica europea di chi acquista giornali e libri. Se ciò vale per la
lettura di per sé, vale ancora di più per la lettura “di genere”: se ne stanno
accorgendo proprio le collane specializzate per le quali sono addirittura corse
voci di chiusura (che Urania, come si
è già notato, nell’aprile 2001 abbia dovuto ritornare al cerchio su copertina
bianca, la dice lunga). La crisi nasce, come affermo da parecchio tempo, anche
dalla disseminazione della narrativa dell’Immaginario (science fiction, horror, fantasy) nell’editoria e nelle collane
generaliste, sia con autori “di genere” (Ballard e Dick, ad esempio, ma anche
diversi altri), sia con autori non “di genere” anche italiani che si sono
appropriati di temi, spunti, schemi narrativi, sfondi, atmosfere, tipologie di personaggi
caratteristici dei vari “generi” di nostro interesse. Di solito rifiutando
quasi con sdegno ogni e qualsiasi etichetta, ma di fatto esportando la
fantascienza, il fantastico e l’orrore al
di fuori delle collane specializzate e presso i lettori comuni. Il che è
sintomo, fra l’altro, della crisi di una certa narrativa banalmente
“realistica” o, come anche si dice, “mimetica”. Si pensi, ad esempio, ad autori
noti che di regola scrivono così, o che hanno inserito questi aspetti in alcuni
dei loro romanzi, ad esempio Carlo Sgorlon, Giuseppe Bonaviri, Paola Capriolo,
Stanislao Nievo, Roberto Pazzi, Sebastiano Vassalli, Giuseppe Pederiali, Marco
Lodoli, Eraldo Affinati, Valerio Massimo Manfredi, Nicolò Ammanniti, Giuseppe
O. Longo, Michele Mari, Roberto Bianchin; o si pensi al collettivo di autori
che si firmavano “Luther Blissett” e ora “Wu Ming”, o a esordienti che hanno
suscitato un certo interesse della critica come Giuseppe Genna, Giacomo Gardumi
e Tullio Avoledo.
É questa una situazione che ha lontane origini, più
che decennali, e che è stata aggravata dall’avvento dell’era computerizzata e
della Rete Mondiale. Si forma un circuito chiuso di lettori/non lettori, di
libro/virtualità, di lettura di genere/generalista, che prima o poi si dovrà
risolvere. Forse, sempre che gli editori lo ritengano economicamente
profittevole, le collane specializzate ritorneranno ad essere una specie di
“ghetto” per gli appassionati come un tempo; oppure i “generi” verranno
assorbiti perdendo in parte la loro identità diluendosi nella produzione
generalista. Non si può peraltro essere certi di nulla, muovendosi in questo
campo tutto troppo velocemente e con troppe imprevedibili varianti, per
azzardare previsioni. L’importante è che - dopo un cammino cinquantennale e
molti tabù finalmente caduti - nel prossimo riposizionamento editoriale gli
scrittori italiani meritevoli trovino un loro spazio non ristretto al pari
degli stranieri.
Gianfranco de Turris
Roma, aprile 2001-agosto 2003