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CINQUANT’ANNI DI FANTASCIENZA ITALIANA 1952-2002

Molti lo dimenticano, ma la fantascienza degli italiani è nata insieme alla fantascienza italiana. Poi si è persa per via. Non è un gioco di parole, se per fantascienza italiana s’intende l’identificazione di un genere letterario attraverso un termine specifico ed un luogo di aggregazione specifico. Come Hugo Gernsback creò nell’aprile 1926 un neologismo (scientifiction, che solo nel 1929 sarebbe diventato science fiction) da proporre con una rivista tutta speciale (Amazing Stories), così in Italia nel 1952 apparvero, in aprile Scienza Fantastica, diretto da Lionello Torossi, che traduceva il termine inglese appunto come nella sua testata, quindi il 10 ottobre il “bimensile” I romanzi di Urania e il 1° novembre il mensile Urania, dove Giorgio Monicelli proponeva “fanta-scienza” (inizialmente con il trattino che manteneva separati i due termini come nell’originale inglese). Per la chiusura dopo sette fascicoli all’inizio del ‘53 “scienza fantastica” non prese piede e s’impose “fantascienza” che resistette anche ad un’altra ipotesi di traduzione, “fantasie scientifiche” proposta da Armando Silvestri quando cinque anni dopo fondò Oltre il Cielo: la diffusione larga e capillare della testata mondadoriana aveva la meglio e faceva entrare il neologismo nel linguaggio comune.

Ora, proprio su Scienza Fantastica apparvero i primi racconti per così dire “specializzati”: sin dal n. 1 li scriveva lo stesso Torossi con lo pseudonimo di Massimo Zeno poi usato anche su Oltre il Cielo, mentre in seguito vennero pubblicate storie di lettori che avevano partecipato al concorso per disegni e narrativa bandito dalla rivista romana (Loris Bianchi, Ferdinando Stefanelli, Paolo Cervasi, Bruno Torani). Storie di autori italiani uscirono da subito anche su Urania, pur se con pseudonimo (ad esempio, Elisabeth Stern era Lina Gerelli sui fascicoli di settembre-ottobre 1953), mentre un vero autore italiano, anche se con nome esotico, fu Emilio Walesko che scrisse L’Atlantide svelata per I romanzi di Urania nel gennaio 1954.

All’inizio della fantascienza pubblicata nel nostro Paese, dunque, non sembra che vi fossero assoluti pregiudizi nei confronti degli scrittori italiani che si cimentavano con un “genere” letterario come la “fantascienza” che all’inizio degli anni Cinquanta sembrava essere d’importazione, mentre al contrario era stato ben presente (anche se ovviamente non con quel nome) nella nostra narrativa popolare sin dall’inizio del secolo quando il settimanale La Lettura bandiva un concorso per un “racconto fantastico”, e poi soprattutto  negli anni Venti e Trenta quando appariva in gran quantità sulle pagine del settimanale Il Giornale Illustrato dei Viaggi e del mensile Il romanzo d’avventura editi dalla Sonzogno. Del resto la stessa Mondadori di nostri autori ne aveva ospitati moltissimi prima del 1940 in collane di avventura, esotiche, rosa o poliziesche, col loro nome o con pseudonimo, e avrebbe continuato a farlo in modo esplicito nei “gialli” ancora per un po’ negli anni Cinquanta. La loro progressiva scomparsa reste dunque un mistero editoriale.

Tra Scienza Fantastica e I romanzi di Urania, cioè fra aprile e ottobre 1952, uscì ad agosto un’altra testata, il quindicinale Mondi Nuovi delle Edizioni Diana di Roma, una vera e propria “rivista” con racconti, articoli, recensioni cinematografiche, rubrica della posta, che durò giusto sei numeri fino al 15 ottobre: sulle sue pagine apparivano storie di fantascienza spaziale con nomi stranieri ed esotici come Allan McCarren, E. Grafson, Ebel de Monserrat, Edgar P. Allan, I.G.A. Wanny. ma anche Angelo R. Mazzarese, illustrati spesso con disegni di Guido Buzzelli. Alcune di queste singolari firme e quella del disegnatore (che in seguito diventerà notissimo) si ritroveranno tre anni dopo su Mondi Astrali, un’altra “rivista” a cura di Eggardo Beltrametti: pubblicata nel gennaio 1955 per quattro numeri da un editore di fumetti, Gioggi di Roma. La formula adottata e le firme di autori e disegnatore fanno pensare ad un collegamento diretto fra le due iniziative. I racconti erano un po’ ingenui e di maniera, indirizzati a un pubblico giovanile, come i precedenti influenzati dai film e dai fumetti di fantascienza che allora si vedevano e leggevano. Gli autori erano tutti giovani giornalisti che sbarcavano il lunario come potevano: i loro nomi ce li indicò il curatore molti anni fa senza però collegarli ai rispettivi pseudonimi, sicché per questo si va per supposizioni: si trattava di Gianfranco Finaldi (forse Luis Van Phil), Enrico de Boccard (probabilmente E. Grafson, Ebel de Monserrat), Vanni Angeli (quasi sicuramente I.G.A. Wanny) e Ugo Franzolin (l’unico di cui si sa che scriveva come Ugo Morea). Gli altri pseudonimi erano oltre Edgar P. Allan (forse lo stesso Eggardo Beltrametti), Dan Sibeja, Franz Marius Kanasta, Dan Leni, Jack Bolton, B. M. Stefanius, Erwin Stuk, ma anche Vittoria Badura e Massimo Liorni.

Il 1957 fu un anno importante. A gennaio apparve il mensile di romanzi Galassia pubblicato a Udine e diretto da L. R. Johannis, scrittore e pittore futurista, nonché primo italiano ad aver avuto un “contatto” con gli alieni sull’altopiano di Asiago nel 1947. Pubblicò cinque soli romanzi, ma tre di essi erano italiani (due dello stesso Johannis ed uno della Gerelli) anche se con pseudonimo, inoltre racconti italiani in appendice: quasi tutti scritti sempre da Johannis con vari pseudonimi, ma tra quelle firme troviamo quella del giovane lettore Sandro Sandrelli che in seguito diventerà uno dei nomi più importanti della fantascienza italiana degli anni Sessanta e Settanta.

Nel giugno 1957 uscì in edicola la collana mensile I romanzi del Cosmo che già nell’aprile 1958 ospitò un testo italiano proprio di L. R. Johannis, Lacrime della Luna, e moltissimi altri ne pubblicò in seguito, soprattutto di uno dei suoi curatori Marco Paini (Ulisse Westmore), e poi dei prolifici Gianfranco Briatore (John Bree, Norman Shave), Roberta Rambelli (Robert Rainbell, John Rainbell) e Luigi Naviglio (Louis Navire, Lewis Flash) ma sempre con pseudonimo, cosa che spesso non avveniva per i racconti in appendice. Il fatto era che quello di Johannis - Luigi Rapuzzi Johannis - era un nome vero ma allo stesso tempo suonava come “straniero”, e quindi ben si adattava alla tendenza che andava imponendosi, e che avrebbe condizionato gli umori ed i gusti dei lettori, almeno sino agli anni Novanta: l’idea che fossero più gradite opere a firma estera, soprattutto inglese, ma anche francese. Infatti, nel cinque anni dal 1952 al 1957 I romanzi di Urania (che proprio nel 1957 si chiameranno semplicemente Urania) avevano anch’essi pubblicato opere di italiani privilegiando Johannis (che si firmava anche N. H. Laurentix): l’ultimo testo di autore esplicitamente italiano fu L’astro lebbroso  nel marzo 1955 a firma di Franco Enna (Francesco Cannarozzo), uno scrittore peraltro assai noto nel campo dei gialli. Si dovranno aspettare trentacinque anni, cioè la nascita del Premio Urania nel 1990 per trovare nuovamente una chiara firma nazionale sulla copertina della collana (Gli universi di Moras di Vittorio Catani). Comunque, romanzi italiani apparvero ogni tanto almeno sino alla morte del curatore della collana, Giorgio Monicelli, nel 1961, sia con nomi veri ma che sembravano stranieri (Samy Fayad), sia con il solito pseudonimo (Audie Barr era il giornalista Adriano Baracco, Esther Scott ancora Lina Gerelli, Julian Berry era Eugenio Gastaldi; l’ultimo, pubblicato immediatamente prima l’arrivo di Carlo Fruttero, fu Gli infiniti ritorni di Marren Bagels, cioè Maria De Barba, nel dicembre 1961). Scomparvero anche in questa forma al passaggio di Urania nelle mani prima di Carlo Fruttero (gennaio 1962) e poi anche di Franco Lucentini (giugno 1964).

Poiché Urania è sempre stata il punto focale della fantascienza in Italia, la decisione di ospitare raramente autori italiani nascondendoli come tali, e poi di non pubblicarli affatto, ha inciso in modo determinante sulle sorti della fantascienza scritta da nostri autori, come ho avuto occasione di sottolineare moltissime volte. Una decisione sostanzialmente incomprensibile, fonte forse di un intrecciarsi di considerazioni economiche e di pregiudizi (gli italiani incapaci di reggere la concorrenza italiana sul piano della narrativa “di genere”, poliziesco e fantascienza), soprattutto se si considera l’atteggiamento diametralmente opposto che la Mondadori aveva avuto tra le due guerre nel rapporto narrativa popolare-autori italiani, come si è accennato. Se Urania si fosse comportata come la francese Fleuve Noir che in quegli stessi anni pubblicava collane come Anticipation, Angoisse e la poliziesca Serie Noir, oggi avremmo una letteratura “di genere” consolidata e un parco autori ampio, rodato e con un certo ricambio di nomi. Invece, cinquant’anni dopo, all’inizio del XXI secolo, ci dibattiamo ancora nei problemi che tutti conoscono di quantità e soprattutto di qualità.

Nel settembre 1957, a ridosso del lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik russo a ottobre, apparve una rivista romana formato tabloid, che si occupava di scienza, di missilistica ma anche di fantascienza: Oltre il Cielo, ideata da Cesare Falessi e Armando Silvestri, ideale prosecuzione di una precedente rivista aeronautica (Cielo, 1953-4). Una testata importantissima nei dieci anni in cui uscì per la narrativa scritta da italiani. Infatti, mentre imperavano gli pseudonimi su Urania e Cosmo i racconti italiani che apparvero su Oltre il Cielo e che pian piano sostituirono completamente quelli stranieri, di solito non lo avevano. In conclusione, in 155 numeri (148 sino al febbraio 1967, altri sei numeri nel 1969-1970 ed un numero isolato nel 1975), la rivista pubblicò dodici romanzi a puntate e circa 475 racconti di un centinaio di autori diversi: sulle sue pagine si sono così formate almeno due generazioni di lettori, scrittori e critici che in alcuni casi hanno continuato la loro attività altrove, giungendo anche in posti significativi nell’ambito della fantascienza pubblicata nel nostro Paese (direttori di riviste o collane, ad esempio). Basti ricordare, soprattutto Renato Pestriniero, Sandro Sandrelli (di recente scomparso), Massimo Lo Jacono e Lino Aldani; poi Piero Prosperi, Gian Luigi Staffilano, Antonio Bellomi, Adalberto Cersosimo, Ugo Malaguti, il compianto Franco Fossati, Vittorio Curtoni.

Durante gli anni Sessanta vi fu così un interessantissimo fermento di autori, in cui si mescolavano i ventenni ed i quarantenni, che rivendicavano non solo la firma italiana, ma anche un modo di intendere la fantascienza tutto italiano, in contrapposizione all’esterofilia di Urania e all’imposizione di pseudonimi di Cosmo: a parte Oltre il Cielo, le nuove testate Galaxy nata nel 1958 e Galassia nata nel 1961, iniziarono a ospitare in appendice storie di nostri scrittori, quindi - quasi in concomitanza con l’esordio del Festival del film di fantascienza di Trieste -  nel 1962 Sandro Sandrelli diede vita a Interplanet, una antologie semestrale (in totale sette volumi) dedicata alla fantascienza italiana con l’intento di dimostrarne il valore e l’originalità; quindi nel maggio 1963 uscì a Roma il bimestrale Futuro (otto numeri) diretto da Lino Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola, anch’esso con l’intento di promuovere e sostenere una nostra specifica fantascienza: la formula e gli intenti erano però troppo in anticipo sui tempi. Tra gli autori che esordirono sulle sue pagine corre l’obbligo di ricordare il bravissimo e sfortunato Riccardo Leveghi scomparso ad appena 44 anni.

Tutte queste iniziative erano mosse da una critica, diretta e indiretta, soprattutto nei confronti di Fruttero e Lucentini che con la rubrica “Il marziano in cattedra” (poi “FS italiana”), tra il 1962 e il 1964, e poi fino al 1966, avevano adottato un atteggiamento “paternalistico” e minimizzante nei confronti della narrativa italiana “di genere”. Stesso tentativo filo-italiano assunse Gamma, che uscì fra il 1965 e il 1968, adottando un formato pocket ma inizialmente con struttura di rivista e non di collana di romanzi: ma la sua proposta di una visione seria e impegnata della fantascienza, contro quella disimpegnata e popolare di Urania, non trovò molto spazio anche per una serie di ostilità incrociate, sia di tipo personale sia ideologiche, che dividevano i fautori di una fantascienza nazionale. Intenzionato a fare della fantascienza “seria” ancorché “popolare” era uno degli ex direttori di Galassia e scrittore lui stesso, Ugo Malaguti, che nel 1967 fondò la Libra Editrice e pubblicò il bimestrale Nova SF (ed una collana di romanzi, Gli Slan) venduti però solo in abbonamento, sulle cui pagine appariva qualche autore italiano: il tentativo di sbarcare in libreria ed edicola fu superiore alla sue forze e portò alla chiusura della casa editrice non prima però di aver varato la collana Narratori italiani di fantascienza (1980) in cui apparvero due volumi: uno di Gianluigi Zuddas e Luigi Cozzi, e la ristampa del romanzo di Franco Enna apparso su Urania.

Comunque, nonostante le moltissime polemiche anche virulente che s’intrecciarono fra il 1961 e il 1968 sulle pagine delle varie testate fin qui citate, in alcune occasioni anche con sfondo politico, si poté dimostrare almeno che scrittori italiani di fantascienza esistevano, sapevano scrivere, avevavo idee, ed erano autonomi rispetto alla narrativa angloamericana. Ma una crisi di lettori e di editori con la chiusura di quasi tutte le pubblicazioni, produsse nella seconda metà degli anni Sessanta uno dei momenti più bassi della nostra fantascienza, considerando anche che proprio in quel periodo si era formato il primo ambiente amatoriale italiano (il cosiddetto fandom, soprattutto sulla base di alcuni club di lettori animati da Futuro) che, oltre a legami personali, produsse una serie di pubblicazioni autoprodotte (al ciclostile, o addirittura a macchina da scrivere, le cosiddette o i cosiddetti fanzines) su cui si esercitarono, anche qui spesso e volentieri polemicamente, molti giovani scrittori con articoli, recensioni, racconti.

Per tutta la prima metà degli anni Settanta la fantascienza degli italiani sembrò quasi non esistere. L’editoria di fantascienza si era risollevata con l’ingresso della casa editrice Nord di Milano che per prima pubblicò collane di libri rilegati di science fiction e di fantasy acquistabili anche nelle librerie, e non collane brossurate da edicola come era avvenuto sino ad allora. Il che produsse un vasto fenomeno di imitazione da cui però gli scrittori italiani erano tagliati fuori, nonostante che a dirigere queste collane fossero stati spesso chiamati gli ex fan degli anni Sessanta (ad esempio, Riccardo Valla, Sandro Pergameno e Vittorio Curtoni). A pubblicare romanzi italiani con il loro nome restava il mensile Galassia che ospitò le opere dei curatori che via via ai alternarono (Roberta Rambelli, Ugo Malaguti, Vittorio Curtoni, Gianni Montanari) e di altri (Pierfrancesco Prosperi, Mauro Antonio Miglieruolo, Vittorio Catani, Gianluigi Zuddas, Livio Horrakh), nonché tre antologie di racconti a tema (1970-2). 

Parallelamente, intanto, nacque un “secondo fandom”, quello dei giovani che avevano cominciato a leggere fantascienza in quel periodo: anche qui una serie di fanzines ospitava articoli e racconti di firme che poi avrebbero fatto strada negli anni Ottanta (ad esempio, Piergiorgio Nicolazzini e Giuseppe Lippi).  Un singolare sviluppo del fenomeno si ebbe con la trasformazione di una pubblicazione amatoriale in vero rivista professionale: nel 1978-1980 uscì Verso le Stelle, poi Star, curata da Luigi Naviglio, che pubblicò praticamente solo racconti italiani, sia ripresi dalla versione fanzine sia inediti.

La possibilità comunque di sviluppare un’interpretazione critica del fenomeno fantascientifico, visto non solo come narrativa popolare d’intrattenimento, ovvero all’opposto solo come narrativa ideologicamente “impegnata”, ma con un suo serio retroterra culturale, venne effettuato dal sottoscritto e da Sebastiano Fusco nei saggi introduttivi e nelle appendici critiche delle collane all’epoca curate per la Fanucci di Roma (Futuro, Ortizzonti, Enciclopedia della Fantascienza), almeno finché rimase questa impostazione, nel decennio 1972-1981. Le collane non ospitarono narrativa italiana per decisione esplicita dell’editore, se non qualche storia in appendice ai volumi della Enciclopedia della Fantascienza, ma almeno offrirono spazio a giovani e meno giovani critici di talento (Claudio De Nardi, Teo Mora, Piergiorgio Nicolazzini, Sandro Pergameno, Alex Voglino) che fecero poi buon uso di quei loro esordi su pubblicazioni professionali. Non è stato il sottoscritto ad averlo detto: di certo, però, quel centinaio di saggi, e l’approfondimento teorico e culturale sulle origini del fantastico, con numerosi riferimenti bibliografici, sono serviti a qualcosa ed hanno dato i loro frutti alla lunga distanza.

La narrativa italiana trovò finalmente un nuovo spazio stabile, seppur ridotto ad un’unica storia a fascicolo, con l’uscita in edicola di Robot, l’unica vera rivista di fantascienza con tutti i crismi apparsa nel nostro Paese: la diresse inizialmente Vittorio Curtoni tra il 1976 e il 1978 (trenta fascicoli), quindi vi fu la trasformazione in semplice antologia di racconti stranieri sino al 1979 (altri dieci fascicoli). Purtroppo l’essersi incartata in polemiche non solo letterarie ma apertamente ideologico-politiche non gli giovò, ma di certo ha lasciato una traccia ed ha caratterizzato un periodo come nel decennio precedente Oltre il Cielo. Diversi racconti italiani (in alcuni casi ristampe) vennero pubblicati anche nelle appendici delle varie collane popolari promosse da Antonio Bellomi nella seconda metà degli anni Settanta (Altair,  Gemini, Spazio 2000) e che durarono sino ai primi anni Ottanta (Perry Rhodan).

Una seconda crisi di produzione colpì, per troppo affollamento e scarsa qualità, l’editoria fantascientifica alla fine degli anni Settanta. Era giunto il momento della fantasy e della heroic fantasy che, sull’onda dell’ininterrotto successo de Il Signore degli Anelli di Tolkien (tradotto nel 1970) e della scoperta editoriale di questo genere letterario, iniziò a dilagare all’inizio degli anni Ottanta. Una particolare iniziativa diede un certo impulso alla produzione italiana: la nascita del Premio Tolkien, promosso dall’editore Solfanelli di Chieti, nel 1979-1980. Nel corso di tredici edizioni, sino al 1992, vi parteciparono un migliaio di autori diversi con circa 1300 fra racconti, romanzi brevi e romanzi: ne derivarono due serie di antologie, purtroppo interrotte senza aver potuto pubblicare tutti i finalisti dei concorsi annuali, Le Ali della Fantasia e Immaginaria, che fecero conoscere i meritevoli ad un più vasto pubblico. Si dimostrò che ottima fantasy gli italiani la sapevano scrivere, e si creò un circuito di grande interesse. Fino alla sua chiusura nel 1995 la casa editrice Solfanelli fu quella che ha pubblicato più opere (romanzi e raccolte di racconti) di fantascienza e fantastico italiano contemporaneo, sia con novità (Renato Pestriniero, Anna Rinonapoli, Gustavo Gasparini, Gianluigi Zuddas, Lino Aldani) che con interessanti “recuperi” specialistici (Gianni Vicario, Virgilio Martini) e della nostra letteratura dell’Ottocento e del Novecento (Luigi Capuana, Grazia Deledda, Gabriele D’Annunzio, Ernesto Calandra, Luigi Pirandello, Luigi Antonelli, Domenico Ciampoli).

La metà degli anni Ottanta vide la riapparizione della rivista in abbonamento Nova SF sotto una diversa sigla, la Perseo Libri, ancora di Ugo Malaguti, sulle cui pagine sino ad oggi è sempre apparsa almeno una storia a firma italiana, affiancata anche questa volta da una collana di volumi, Biblioteca di Nova SF, che ha ospitato le opere di tre italiani: Lino Aldani, Daniele Vecchi, oltre che lo stesso Malaguti. Nel 1988 nasceva una seconda rivista formato libro, Futuro Europa, diretta da Aldani e Malaguti: l’intento evidente, che risaliva ad una idea di venti anni prima, era dimostrare l’esistenza e validità di una produzione del Vecchio Continente rispetto a quella americana, e ovviamente tra i suoi autori ve ne sono stati anche molti italiani. Narratori europei di science fiction, collana uscita nel 1989, ne ha a sua volta ospitati parecchi: oltre a tre antologie, anche romanzi di Franco Tamagni, Carmine Villani, Giancarlo Castello, Paolo Brera, Pierfrancesco Prosperi, Mariano Bizzarri, Mauro Scarpelli. Purtroppo, la vendita diretta non li ha resi molto visibili “all’esterno”.

Esclusa per tre decenni da Urania, la testata più longeva e quasi il simbolo della fantascienza del nostro Paese, la narrativa italiana aveva trovato un saltuario sbocco nella forma del romanzo sulla collana rilegata Cosmo della Nord: nomi italiani (tra essi Luigi Menghini, Virgilio Marafante, Daniela Piegai, Franco Forte, Riccardo Scagnoli), ma spesso sulla scia dei moduli narrativi americani. Nel 1990 una piccola-grande svolta: sia Mondadori che la Nord diedero vita a concorsi letterari, appunto il Premio Urania e il Premio Cosmo, con pubblicazione del vincitore nelle rispettive collane (tra essi Pierfrancesco Prosperi, Virgilio Marafante, Alessandro Vietti, Nicoletta Vallorani, Claudio Asciuti, Franco Ricciardiello, Massimo Mongai, Vittorio Curtoni, Francesco Grasso, Roberto Genovesi, Donato Altomare). Una presenza, dunque, regolare di opere italiane alla pari con quelle straniere. Una rondine fa primavera: nel 1996 i romanzi italiani su Urania furono due e quattro dal 1997. Questa nuova apertura avveniva proprio nel momento in cui la storica collana mondadoriana si trasformava (non solo nel formato, ma anche esteticamente abbandonando lo sfondo bianco ed il disegno inscritto in un cerchio) in pocket entrando nel fiume dei tascabili ed approdando (per troppo poco tempo, però) in libreria. Scrittori italiani alla pari degli stranieri, dunque, e grande diffusione, anche se non sono state mantenute tutte le premesse iniziali. Infatti, spesso si è scelto di dare spazio ad altre opere degli stessi vincitori del concorso, invece che a nuovi autori esordienti o meno, mentre non ha trovato seguito l’idea di pubblicare almeno una volta all’anno una antologia di racconti italiani, come le due apparse nel 1997 su Urania in occasione dei 45 anni della collana (Tutti i denti del mostro sono perfetti), o su Millemondi nel 1998 (Strani giorni), quasi a fare il “punto della situazione” della nostra narrativa specializzata (sempre che, ovviamente, si fosse tenuto conto di tutti gli autori meritevoli e di tutte le tendenze presenti, e non si fosse invece scelta la strada facile facile d’inserire firme note nell’ambiente letterario, ma che nulla avevano a che fare con la fantascienza o il fantastico. sol per dare uno pseudo lustro al volume o per far da specchietto per le allodole).

Il Premio Urania ha messo in evidenza l’unico autore di successo commerciale prodotto dalla fantascienza italiana nella sua storia: Valerio Evangelisti. Ovviamente, la fantascienza “specializzata”, quella sviluppatasi dalla riviste e dalle collane “di genere”, perché di autori di successo al di fuori di essa, con esplicite tematiche di science fiction o fantasy, se ne possono citare almeno due di ottimo livello: Roberto Vacca e Valerio Massimo Manfredi. Vincitore Evangelisti, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, del concorso del 1994 con Nicolas Eymerich, inquisitore, il positivo riscontro di pubblico ha prodotto vari seguiti di quel romanzo, comunque non il primo in ordine cronologico della serie (in parte già scritti, in parte scritti ex novo), per un totale di altri otto, apparsi sia su Urania sia in volumi rilegati, poi ristampati in versione tascabile nella collana. Un fatto nuovo e importante che ha consentito alla fantascienza, anche se di un tipo un po’ particolare tanto che c’è chi considera questa serie romanzi tra la fantasy e l’horror più che di vera e propria science fiction, di approdare in altre collane, come si è detto. Il successo (anche in Francia e Spagna, cosa nuova per un nostro autore “di genere”, a parte Lino Aldani negli anni Sessanta e Settanta) è dovuto all’applicazione di una antica tecnica del feuilleton, ma nuova per la fantascienza italiana: creazione di un personaggio seriale, applicazione costante sempre degli stessi schematismi narrativi, una scrittura popolare, e infine la mescolanza di fantascienza-fantastico-orrore su uno sfondo storico (la Spagna della Inquisizione, ma i salti temporali fra presente, passato e futuro sono numerosi), il tutto di solito accompagnato da un pedagogismo ideologico e qualche volta anche religioso e moralistico più o meno evidente, che in alcuni casi però trasforma la sua opera esplicitamente “a tesi”. Il che potrebbe essere una caratteristica come un’altra se l’autore non facesse diventare l’ideologia una discriminante, come in modo drastico quanto abborracciato avviene senza mezzi termini in un articolo pubblicato su Le Monde diplomatique dell’ottobre 2001: vi si attacca a testa bassa un certo genere di science fiction e di fantasy italiana accusata di fare da supporto e piedistallo culturale al governo di centrodestra definito “filofascista” se non “fascista” tout court. Governo, come si sa, presieduto da Silvio Berlusconi il quale è anche proprietario direttamente o indirettamente della Mondadori e della Einaudi, le case editrici che pubblicano gli innumerevoli romanzi e racconti di Evangelisti (la cui coerenza è stata di conseguenza spesso stigmatizzata - peraltro senza alcuna reazione - da diversi suoi compagni di ideologia). Comunque, la scelta di mescolare tutti questi “generi” non certo inedita (da tempo la usano gli americani), ma calibrata e soprattutto ripetitiva, in modo da assuefare il lettore, è alla fine risultata vincente. La fortuna di vendite dei suoi romanzi ha poi permesso ad Evangelisti d’inserirsi nella scia delle trilogie storico-avventuroso-fantastiche di grande successo (dai faraoni ad Alessandro, da Napoleone a Carlo Magno) scrivendo nel 1999 Magus, la storia di Nostradamus in cui, come nella serie di Eymerich (anch’esso un personaggio realmente esistito) si cerca di razionalizzare magia e fantasia.

Qual è la situazione attuale della fantascienza italiana all’inizio del Terzo Millennio, nel momento in cui si compie il mezzo secolo della sua codificazione nel nostro Paese? Forse l’aggettivo più adatto è ambigua. La situazione è ambigua per una serie di motivi, che poi alla fine sono sempre gli stessi: gli autori e le idee ci sono (perplessità rimangono sullo stile e l’organizzazione letteraria dell’opera), mentre vi sono difficoltà nel vedere i risultati concreti, cioè sono congenitamente carenti i media per esprimerli (le eccezioni confermano la regola). Il perché sta in una crisi endemica della nostra editoria “di genere” che coinvolge non soltanto la fantascienza, ma anche giallo e spionaggio (ma non certo il rosa), perlomeno per le loro specifiche collane o testate, a partire circa dalla metà degli anni Novanta.

A livello specialistico, di “genere”, la situazione non è brillante. Dopo l’abbandono della formula della raccolta di storie e il ripiegamento sulle antologie di romanzi a tema e la traduzione di antologie americane, su Millemondi si è chiusa una prospettiva per i racconti italiani, così come su Urania stessa che nel corso degli anni Novanta qualcuno, ogni tanto, ne aveva presentato in appendice: la loro regolarità avrebbe di certo sollecitato i potenziali scrittori. Rimane solo lo spazio dei romanzi in collana o extra collana, come la serie fantastica di Sergio Valzania, un settore che di certo avrebbe anche altri autori validi, se si accorgesse di loro la nuova collana Urania Fantasy. Del resto, il ritorno sulle copertine nel 2001 allo sfondo bianco ed al disegno nel cerchio dopo cinque anni, vuol dire che per Urania esiste una specie di crisi di identità che ha prodotto un calo di vendite. A questa scelta si è accompagnato un diradarsi dei romanzi italiani al di là del vincitore del Premio omonimo.

La Fanucci, dopo aver ospitato soprattutto romanzi italiani di fantasy negli anni Ottanta, ed un paio di esperimenti con singolari pseudonimi giapponesi negli anni Novanta, ha varato nel 2000 un Premio Solaria per gli scrittori italiani in cui si privilegia un certo sperimentalismo. Viceversa, un forte potenziamento giunge dalla più antica e nota casa editrice specializzata, la Nord, che ha dato impulso alla produzione nazionale nelle sue varie collane (Cosmo, Narrativa, ma soprattutto Fantacollana) con romanzi sia di science fiction, che di fantasy che di fantastoria o ucronia (Errico Passaro, Angela Fassio, Gianluigi Zuddas, Adalberto Cersosimo, Paolo Aresi, Alessandro Vietti, Marco Della Corte, Fabiana Redivo, Mario Farneti, Francesco Puggioni, Mariangela Cerrino, Andrea D’Angelo, Rossella Romano): uno sbocco quasi maggiore, comunque assai più vario quanto a tematiche, rispetto a quello offerto da Urania, e che potrebbe avere una sua efficacia emulativa in futuro. L’acquisto (2003) della Nord da parte del gruppo che fa capo alla Longanesi potrebbe però rimettere in discussione questa scelta editoriale, anche se dal punto di vista distributivo e pubblicitario offre possibilità sinora insperate.

Ad aprile 2003 è riapparsa Robot, ma in vendita solo per abbonamento: quasi identico lo staff di venticinque anni fa e la formula della rivista. Purtroppo, al di là di ogni giudizio qualitativo, la circolazione ristretta non le permette di assolvere quella funzione che si chiederebbe ad una vera e propria rivista da edicola o libreria, la cui mancanza da sempre ha condizionato lo sviluppo e la diffusione della fantascienza italiana e in Italia.

Che vi sia ancora un interessante retroterra di potenziali autori, soprattutto delle giovani generazioni e in particolare scrittrici, lo stanno a dimostrare l’alto numero di partecipanti ai concorsi ancora attivi dedicati ai racconti inediti, sia a livello amatoriale (i Premi Alien di fantascienza, Brown per la narrativa breve, e Lovecraft per il fantastico, promossi da Franco Forte e Franco Clun), sia quelli professionali collegati a manifestazioni come l’Italcon, l’Hobbiton e la Saga (in seguito alla chiusura del Premio Courmayeur nel 2000, dopo oltre dieci anni di attività, rimangono il Premio San Marino in occasione della convention organizzata nella Repubblica del Titano, e il Premio Silmaril della Società Tolkieniana).

     Il fandom, la sua terza ondata venuta alla luce nella seconda metà degli anni Ottanta, e la quarta dieci anni dopo, languono, o meglio si sono sommersi nella Realtà Virtuale. Oggi sono in pratica scomparse tutte le fanzines cartacee (forse le ultime sono Yorick e La Soglia), mentre tutte le altre si sono rifugiate su Internet, seguendo Delos (1996). Il problema che ne sorge è duplice: da un lato in questa nuova forma esse non raggiungono tutti i precedenti lettori tradizionali (con buona approssimazione si può dire che nel 2003 solo il 30% dei fan accede a Internet); da un altro lato, c’è che alla fin fine di tutto quel che si fa resta poco o nulla: infatti, i siti Web in genere (e quelli di fantascienza e affini seguono la statistica generale) sono estremamente effimeri e per l’80% non durano in Rete più di un anno. Questo non vuol dire altro che con la loro definitiva scomparsa, a meno che non si siano scaricati e stampati, si perde tutta l’intera loro attività, anche perché pochissimi archiviano il materiale prodotto in Rete che così è possibile ancora consultare e stampare, come fosse una collezione di numeri arretrati di una vera rivista (grave problema che riguarda, peraltro, tutto il mondo del Web). Decretata la morte della carta, la carta si prende la sua bella rivincita: il virtuale è, per sua stessa definizione lessicale, transeunte, destinato alla scomparsa e all’annullamento della memoria. Di tantissimo lavoro può restare un niente, a meno che non si corra urgentemente ai ripari.

Il fatto è che, come scrissi già nel 1997 suscitando risentite ma immotivate proteste, c’è una crisi di lettura quasi irreversibile, specie nelle nuove generazioni: l’Italia è all’ultimo gradino della classifica europea di chi acquista giornali e libri. Se ciò vale per la lettura di per sé, vale ancora di più per la lettura “di genere”: se ne stanno accorgendo proprio le collane specializzate per le quali sono addirittura corse voci di chiusura (che Urania, come si è già notato, nell’aprile 2001 abbia dovuto ritornare al cerchio su copertina bianca, la dice lunga). La crisi nasce, come affermo da parecchio tempo, anche dalla disseminazione della narrativa dell’Immaginario (science fiction, horror, fantasy) nell’editoria e nelle collane generaliste, sia con autori “di genere” (Ballard e Dick, ad esempio, ma anche diversi altri), sia con autori non “di genere” anche italiani che si sono appropriati di temi, spunti, schemi narrativi, sfondi, atmosfere, tipologie di personaggi caratteristici dei vari “generi” di nostro interesse. Di solito rifiutando quasi con sdegno ogni e qualsiasi etichetta, ma di fatto esportando la fantascienza, il fantastico e l’orrore al di fuori delle collane specializzate e presso i lettori comuni. Il che è sintomo, fra l’altro, della crisi di una certa narrativa banalmente “realistica” o, come anche si dice, “mimetica”. Si pensi, ad esempio, ad autori noti che di regola scrivono così, o che hanno inserito questi aspetti in alcuni dei loro romanzi, ad esempio Carlo Sgorlon, Giuseppe Bonaviri, Paola Capriolo, Stanislao Nievo, Roberto Pazzi, Sebastiano Vassalli, Giuseppe Pederiali, Marco Lodoli, Eraldo Affinati, Valerio Massimo Manfredi, Nicolò Ammanniti, Giuseppe O. Longo, Michele Mari, Roberto Bianchin; o si pensi al collettivo di autori che si firmavano “Luther Blissett” e ora “Wu Ming”, o a esordienti che hanno suscitato un certo interesse della critica come Giuseppe Genna, Giacomo Gardumi e Tullio Avoledo.

É questa una situazione che ha lontane origini, più che decennali, e che è stata aggravata dall’avvento dell’era computerizzata e della Rete Mondiale. Si forma un circuito chiuso di lettori/non lettori, di libro/virtualità, di lettura di genere/generalista, che prima o poi si dovrà risolvere. Forse, sempre che gli editori lo ritengano economicamente profittevole, le collane specializzate ritorneranno ad essere una specie di “ghetto” per gli appassionati come un tempo; oppure i “generi” verranno assorbiti perdendo in parte la loro identità diluendosi nella produzione generalista. Non si può peraltro essere certi di nulla, muovendosi in questo campo tutto troppo velocemente e con troppe imprevedibili varianti, per azzardare previsioni. L’importante è che - dopo un cammino cinquantennale e molti tabù finalmente caduti - nel prossimo riposizionamento editoriale gli scrittori italiani meritevoli trovino un loro spazio non ristretto al pari degli stranieri.

 

Gianfranco de Turris

 

Roma, aprile 2001-agosto 2003

 

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