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Scemenze & stupidaggini: da destra e da manca si vuole arruolare H.P.Lovecraft tra la cultura impegnata e progressista, se non comunista

 

COMPAGNO CTHULHU

 

Lo scrittore di Providence, uno dei più letti fra i giovani, fu sempre uomo di destra, un “conservatore rivoluzionario” si potrebbe dire, anche quando, negli ultimi anni della sua vita, appoggiò il New Deal di Roosevelt. Ma soltanto perché lo vedeva come prossimo a un suo particolare disegno politico...

 

In una lettera dell’8 luglio 1936 al suo corrispondente J.K. Plaisier, Lovecraft fa un’interessante ammissione: «Nella primavera del 1931, per la prima volta nella mia lunga vita ho accolto le argomentazioni sociali e politiche della sinistra. E non mi sono più tirato indietro. Anzi, mi sono spinto sempre più a sinistra – ma ho rigettato totalmente i dogmatismi specifici del puro marxismo, che sono indiscutibilmente fondati su ben precise stupidaggini [fallacies] scientifiche e filosofiche».

Su frasi simili a questa (nella sua corrispondenza degli ultimi anni ce ne sono molte analoghe: una per tutta quella a C.L.Moore in una lettera del 19 giugno 1936 dove si definiva “socialista fabiano” respingendo nettamente tutti i dogmi marxisti) certi sedicenti esegeti italiani di Lovecraft – italiani, ché altrove il problema non è in alcun modo avvertito – hanno montato la fola di una presunta “conversione” dello scrittore, nell’estrema fase di sua vita, al comunismo ancorché americanizzato al punto da affermare seriamente - risum teneatis -  che avrebbe “riconosciuto la superiorità del marxismo” (Evangelisti): con rovesciamento copernicano della propria filosofia politica, che almeno sino alla fine degli Anni Venti era stata quella, secondo una sua stessa espressione, «di un Tory calzato e vestito».

Ma, al di là delle autodefinizioni, qual era nella sua sostanza il pensiero “politico” di HPL? È questo quel che conta per andare all’essenza della questione e risolverla in un modo o nell’altro.

Lovecraft era di mentalità sistematica, e per mettere ordine nei suoi pensieri usava riversarli su carta. Per questo, si serviva soprattutto della corrispondenza con gli amici (molte sue lettere sembrano scritte più per se stesso che per gli altri), ma talvolta buttava giù dei saggi che in qualche caso si dilatano fino a veri e propri trattati. Dopo la vittoria a valanga di Roosevelt nelle elezioni alla fine del 1932, Lovecraft credette di identificare nel New Deal, così come era stato presentato nella campagna elettorale, uno schema politico molto vicino alle sue nuove idee, che lui definiva “di sinistra”. solo perché più avanzate in quella direzione “sociale” rispetto al suo pensare precedente. Nel febbraio del 1933, ritenne opportuno di fissare i propri nuovi convincimenti in un saggio dal titolo Some Repetitions on the Times, nel quale precisava quali fossero le riforme economiche e sociali che auspicava come evoluzione del New Deal. Il documento non è mai stato pubblicato, ma è consultabile presso la “John Hay Library” di Providence ove sono custoditi gli autografi dello scrittore (mirabile depositorio, che chi si impalca a discettare su HPL dovrebbe visitare almeno una volta nella sua vita, prima di parlare di cose che non conosce). S.T. Joshi ne fornisce comunque un sunto nel capitolo 23 del suo volumone H.P. Lovecraft: a Life (Necronomicon Press, 1996).

È uno scritto alquanto noioso, preparato verosimilmente ad uso privato (non risulta che lo scrittore lo abbia mostrato neppure agli amici), e certo non destinato alla pubblicazione, almeno nella forma in cui ci è pervenuto, perché palesemente non ancora corretto. Tuttavia è un documento di estrema importanza, perché chiarisce senza equivoci quale fosse, negli ultimi anni della vita, la “nuova” posizione dell’autore di Providence in tema di politica sociale.

Nel suo saggio, Lovecraft mostra di avere piena coscienza del fallimento del capitalismo, e della classe politica da esso espressa, quale strumento del progresso civile e sociale dell’umanità. Si rende conto dei guasti che una distribuzione egoistica della proprietà e della ricchezza provoca non soltanto al tessuto sociale, ma anche all’identità culturale di una nazione. E individua tre rimedi:

1) Il controllo da parte del governo delle grandi concentrazioni di risorse (comprese le fabbriche) e la loro gestione in funzione non del profitto ma del bisogno.

2) La riduzione degli orari di lavoro, e l’aumento dei salari attraverso la partecipazione dei lavoratori alla proprietà delle imprese, in modo da migliorare la qualità della vita e incentivare la produzione dei beni di consumo.

3) La concessione di sussidi di disoccupazione e di pensioni di vecchiaia, per allentare le tensioni sociali e contribuire a tenere alto il tenore dei consumi, aumentando così il lavoro alle fabbriche e incentivando e facendo circolare la ricchezza del Paese.

Il programma politico-sociale di Lovecraft non prevedeva in alcun modo né l’abolizione della proprietà privata, né la confisca dei grandi capitali, né l’istituzione di “partiti unici” di qualsivoglia natura, né l’idea di una qualsiasi “coscienza di classe”, né alcuno dei concetti in nome dei quali il marxismo ortodosso ha insanguinato quasi un secolo di storia, affamando e vessando interi popoli per attuare i suoi programmi utopici e innaturali, ottenendo solo un centinaio di milioni di morti. Al contrario dei nostri intellettuali velleitari e presuntuosi, lo scrittore di Providence sapeva bene di che cosa stesse parlando, e del resto, nel 1932, aveva già con lo stalinismo un esempio politico concreto su che cosa volesse dire l’applicazione integrale delle follie del barbuto filosofo di Treviri.

D’altra parte, aveva ben chiara anche la natura vampirica del capitalismo disumano, gretto e incolto delle plutocrazie americane, contro la cui ottusità e ignoranza, responsabile dello scempio estetico e culturale della società statunitense, tuonava da decenni in tutti i suoi scritti (stava vivendo la situazione sulla propria stessa pelle). Aveva inoltre perfettamente capito, Lovecraft, che dal denaro non può nasce un’aristocrazia in grado di incarnare gli ideali superiori di un popolo, le cui radici trovano alimento in ben altri valori tradizionali.

Il suo programma politico/sociale mirava dunque contemporaneamente a togliere potere ai plutocrati e agli ideologi inetti, e a permettere alla popolazione, grazie a un miglior tenore di vita, di far germogliare – principalmente attraverso l’estetica – i semi del retaggio tradizionale del sangue, trasmessi dall’identità nazionale.

All’epoca in cui Lovecraft scrisse il suo documento, idee del genere non erano accettate dalla cultura politica americana. I sussidi di disoccupazione e vecchiaia spuntarono solo alla fine degli anni Trenta, gli orari di lavoro venivano stabiliti dalle necessità delle catene di montaggio, i primi controlli governativi su prezzi e tariffe vennero introdotti proprio da Roosevelt, e parlare di operai-azionisti faceva ridere. Altrove, per veder spuntare concetti simili, ci si doveva rivolgere alla politica sociale che il Fascismo andava attuando, e che proprio per questo attrasse tanto Lovecraft e – quando gli parve che avesse tradito tali ideali – fu per lui motivo di cocente delusione. Un programma simile al suo si trova nei Quattordici Punti di Verona (1943): Lovecraft non fece a tempo a conoscerli, ma ci piacerebbe molto sapere che cosa ne avrebbe pensato. Ma poiché a priori il fascismo è un regime reazionario, per definizione non può avere alcun aspetto “sociale”: di conseguenza se un intellettuale (nel nostro caso HPL) espone idee “sociali”, allora non potrà che essere “di sinistra”, “progressista”, “comunista”, e quindi “compagno”... Dimenticando anche come un certo interesse per il New Deal e i suoi aspetti “sociali” venne espresso agli inizi degli Anni Trenta proprio da esponenti ufficiali del fascismo.

Nel New Deal rooseveltiano, però, c’era ancora ben poco del progetto di Lovecraft. Ma ugualmente gli parve di discernere in esso i segni di un inizio di evoluzione sociale nella direzione auspicata. Capiva però che non sarebbe stato abbastanza, e più volte, nelle lettere, auspicò l’avvento in America di una “rivoluzione” sul tipo di quella fascista. E questo è un concetto ripetuto più volte, anche nelle lettere scritte poco prima della morte. Non essendo però un ingenuo, sapeva bene che una tale rivoluzione, per attecchire sul suolo americano, avrebbe dovuto avere simboli, contenuti, modalità d’azione ben diversi dal Fascismo italiano, o dai movimenti simili.

Dal punto di vista politico, la riforma di governo auspicata da Lovecraft, e tracciata nel suo già citato documento programmatico, mirava alla creazione di «una oligarchia dell’intelligenza e della cultura» (le parole citate fra virgolette sono tratte da Some Repetitions on the Times). Non si trattava di un’aristocrazia nel senso del sangue o, peggio ancora, del censo: ma del frutto concreto di una democrazia capace di riconoscere le male conseguenze del suffragio universale quando la base della popolazione sia illetterata e preda di facili suggestioni. Ragion per cui, Lovecraft proponeva di restringere il diritto di voto «a chi fosse in grado di superare rigorosi esami culturali (principalmente su temi civili ed economici), e specifici test d’intelligenza» (ancora da Some Repetitions on the Times). Posizioni che, all’incirca, si possono rintracciare nel 2socialismo prussiano” di Werner Sombart, nelle posizioni della “rivoluzione conservatrice” tedesca, nella critica congiunta ad “americanismo e bolscevismo” di Julius Evola, in cui si trova una mescolanze di un aristocraticismo intellettuale e culturale ed una apertura di tipo “corporativo” sul piano della struttura del lavoro e della distribuzione dei beni di consumo.

Chi ha cianciato di “compagno Lovecraft” (Evangelisti), o di un Lovecraft “arruolato forzatamente tra i ‘fascisti’” (Catalano), non si rende conto di quanto s’è reso ridicolo per pura ignoranza e demagogia ideologica. Uno che invece sa bene di che cosa si stia parlando, come il critico S. T. Joshi, nota con qualche imbarazzo, nella biografia citata, che in fondo l’idea di una limitazione del suffragio universale circolava ampiamente in America a quell’epoca, e aveva trovato un sostenitore persino in un santone del liberismo sinistrorso come Walter Lippmann. «È un peccato», aggiunge Joshi, «che Lovecraft occasionalmente abbia usato il termine fascismo per indicare questa sua concezione». Precisando però sempre – sottolinea Joshi – che il Fascismo auspicato da lui per l’America post-New Deal non aveva nulla a che fare con quello realizzato da Mussolini: in una lettera del 1932 all’amico J. L. Morton, per esempio, scrive: «Non giudicare il tipo di fascismo che io invoco [per l’America] sul metro di qualsiasi altra sua forma oggi esistente». E tuttavia (sono sempre parole di Joshi) «Lovecraft non rinunciò mai a Mussolini, anche se la sua adesione negli anni Trenta divenne meno ardente di quanto era allorché prese il potere nel 1922».

Altrettanto rigoroso fu Lovecraft nel respingere ogni confusione fra il suo progetto e il marxismo, anche quando, deluso dalla tiepidezza di Roosevelt sul piano delle riforme sociali, affermò di volere «qualcosa di consistentemente più a sinistra del New Deal» (lettera a J. Vernon Shea del 10 febbraio 1935, inedita). Ai giovani corrispondenti F. B. Long, R. H. Barlow, K. Sterling, che si proclamavano marxisti ortodossi, rimproverava: «Maledizione, ragazzi miei, ma non vi starete mica trasformando tutti in bolscevichi!» (lettera a Barlow del 27 dicembre 1936, inedita).

Non c’è bisogno, peraltro, di compulsare la voluminosa corrispondenza edita e inedita di Lovecraft per capire quale fosse il suo disegno politico. Lui stesso lo ha definito con chiarezza e nella maniera più esplicita nel testo narrativo che considerava (probabilmente anche per questo) il più importante e compiuto uscito dalla sua penna, ovvero il romanzo breve The Shadow out of Time, scritto fra il 1934 e il 1935. In esso si legge: «La Grande Razza sembrava formare una singola lega o nazione, dai legami tenui e le istituzioni principali in comune, anche se v’erano almeno quattro precise divisioni. Il sistema politico ed economico di ciascuna unità era una sorta di socialismo fascisteggiante [fascistic socialism], con le risorse principali distribuite in modo razionale, e il potere politico delegato a un ristretto gruppo governante eletto coi voti di tutti coloro che erano in grado di superare certi esami culturali e psicologici [...] L’industria, altamente meccanizzata, non richiedeva che poco impegno ai cittadini; e l’abbondanza di tempo libero era riempita con attività intellettuali ed estetiche di vario genere».

Questa era, esattamente, l’utopia politica vagheggiata dal “compagno Lovecraft”. Tale e quale alla Russia di Stalin...

È veramente singolare come ancora oggi, all’inizio del Terzo Millennio, vi sia chi per provincialismo intellettuale o per ottusità politica, riesce ad apprezzare pienamente un autore soltanto dopo aver scoperto che ha la sua stessa “ideologia”... O quando fa di tutto per attribuirgliela. Altrimenti, lo guarda con sospetto e quasi si vergogna di apprezzarlo in quanto scrittore. Ed è ancor più singolare che una volta scoperto che le vere idee di un autore sono più o meno “di destra”, o le si ignora considerandole ininfluenti, o si cerca addirittura di modificarle adeguandole... Avere una “visione del mondo” di destra, a quanto pare, è ancora un minus, magari una colpa. Molto significativo che in questa operazione siano accomunate sofisticate riviste destrorse più o meno “trasversali” come Diorama Letterario, e riviste della sinistra bertinottiana più trinariciuta come Carmilla (cui fanno da spalla esperti che hanno paura di ammettere la verità appiattendosi al “politicamente corretto”). Gli estremi della ignoranza e della mala fede si toccano sempre...

 

Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco

 

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