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LA FANTASCIENZA NELL’EPOCA DELLA CONTESTAZIONE

 

A tanta distanza di tempo, che ormai è quella di una generazione e più, la rivisitazione, o meglio il ripensamento degli anni Settanta dovrebbe essere più lucido e veritiero di quanto non sia stato sino ad ora. L’analisi, l’esame di coscienza, dovrebbe riguardare anche gli aspetti minori di quella complessa realtà che coinvolse i giovani di allora. Magari soprattutto quella minoranza “che non ci stava”.

Nico Forletta, ad esempio, lo ha fatto per la musica. Sarebbe allora il caso anche di ricordare cosa avvenne nell’ambito della fantascienza/fantastico italiano. È il caso di parlarne perché tutti, o quasi, i protagonisti pensano ancora di essere stati, duri e puri, dalla parte del bene e del giusto, cioè della sacrosanta verità progressista. Ultimo esempio un paio d’anni fa, quando la rivista telematica Delos, nel sito www.fantascienza.com dedicò un suo “numero speciale” al tema “fantascienza e politica”, andando a rivangare quanto avvenne trent’anni fa, ma, guardacaso, sentendo soltanto le campane di un certo tipo, quelle “di sinistra” of course, e non chiedendo testimonianze o intervistando la parte contraria, che era quella sotto tiro, sul perenne banco degli accusati, cioè “la destra”. Che poi, a conti fatti, è sostanzialmente rappresentata da Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco.

Che cosa fecero di tanto tremendo i due? Pur avendola raccontata dozzine di volte, la riassumerò qui. La fantascienza italiana era, sin dall’inizio degli anni Sessanta in mano a critici e direttori di collana che possiamo definire senza problemi “di sinistra” o “progressisti”: Galaxy e Galassia dirette da Ugo Malaguti, Roberta Rambelli, Luigi Cozzi; lo Science Fiction Book Club da Roberta Rambelli: Gamma da Valentino De Carlo; Proxima da Luigi Cozzi; NovaSF da Ugo Malaguti. Ce n’erano anche altre, ovviamente, ma queste citate contenevano articoli ed editoriali in cui potevano essere espresse opinioni, e queste opinioni erano “di sinistra”: assolvevano o condannavano gli scrittori in base al loro essere definiti “progressisti” o “reazionari”, se non “fascisti”; facevano riferimenti (che non avevano nulla a che fare con la fantascienza) alla guerra in Vietnam, a Goldwater, ai regimi dittatoriali di Spagna e Portogallo, all’apartheid sudafricano ecc. ecc. Tutto ciò era profondamente irritante per chi di sinistra non fosse, anche perché si trattava di riferimenti anomali, forzati. In più venivano pubblicati racconti di “fantapolitica” chiaramente di sinistra. Quindi, è chiaro che chi per primo innestò la politica nella fantascienza furono i critici egli scrittori di sinistra, cosa che tutti volutamente ignorano, perché così fa comodo.

Quando nel 1971, Renato Fanucci, un distributore di libri che voleva entrare in editoria ma non sapeva nulla di fantascienza, ci chiese di preparargli una o più collane di libri, io e Sebastiano Fusco, vedemmo la possibilità di poter offrire un modo diverso di presentare e interpretare la science fiction e la fantasy. Come? Da un lato in modo “serio” e completo (senza tagli, con buone traduzioni anche annotate, con foto, biografie e bibliografie degli autori ecc,) e dall’altra svincolandole da una iper-specializzazione che le ghettizzavano, inserendole in un contesto culturale più ampio dimostrandone le radici “nobili”. Che non consisteva certo nell’indicarne solo i “magnanimi lombi”, ma scavando al loro interno, svelandone i simbolismi antichi, gli archetipi, i riferimenti di alta cultura. Insomma, volevamo dimostrare che queste forme letterarie moderne avevano tutte origine nel mito. Per far ciò, ovviamente, non era possibile basarsi su una cultura storicistica, materialistica, di sinistra, ma far riferimento ad autori e filoni di pensiero - che erano i nostri - che erano all’opposto: e quindi per spiegare i romanzi che presentavamo, il loro senso riposto, il perché di una scelta, al di là dei riferimenti strettamente fantascientifici, utilizzammo un sistema critico che poi è stato definito neo-simbolico o simbolico-tradizionale, attingendo a quanto potevano offrire autori disparati come Jung e Guénon, Zolla e Campbell, Evola e Tolkien, Eliade e Caillois e magari anche Lovecraft, tanto per fare alcuni esempi, ma anche l’esoterismo... Disparati, ma ahinoi, per chi ci stava di fronte tutti colpevoli di essere “di destra”, “reazionari” e “fascisti”.

Eravamo una voce isolata nel mare magnum di critici, scrittori, giornalisti, curatori, spesso più giovani di noi, che sguazzavano in una situazione che era quella faziosa, intollerante, ostile e demonizzante degli anni Settanta. I riferimenti ad intellettuali e filosofi di sinistra, come l’americano Sweezy, abbondavano nelle introduzioni di Galassia diretta da Curtoni e Montanari, insieme alla condanna dei colonnelli greci, ad esempio, oppure sulle pubblicazioni amatoriali dell’epoca: questo era tutto normale, ovvio. Sicché le accuse e le “denunce” fioccarono contro di noi per il solo fatto di citare, di fare riferimento ad un pensiero non-conformista, non-allineato a sinistra, per il solo fatto di interpretare fantascienza e fantastico da un punto di vista “di destra”.

Cercavamo di bilanciare quel che gli altri, assai più “politicamente” facevano, non entravamo nel merito (né mai citammo) eventi o personaggi “politici”, paradossalmente portavamo un briciolo di pluralismo in un mondo ottusamente ideologizzato e a senso unico. Tutto fu preso come una “provocazione”, come una “strumentalizzazione”: durante la “contestazione” e gli “anni di piombo” chi aveva sentore “di destra” era il nemico, il male, doveva solo tacere. Su riviste come Robot diretta da Vittorio Curtoni o Galassia curata da Gianni Montanari, o su fanzine ultrà come Una ambigua utopia, ci guadagnammo accuse, ostracismi, odi personali, sberleffi. Tutto ciò rimbalzò anche sulla cosiddetta “grande stampa”. E un giorno trovammo una bella falce e martello con P38 disegnate sul muro del palazzo che ospitava la casa editrice.

Oggi, dopo oltre trent’anni, non mi pare che ci sia stato alcun ripensamento su quel che allora si fece, anzi quasi quasi lo si rivendica con orgoglio. Addirittura il figlio di Renato Fanucci, Sergio che conduce la casa editrice dopo la morte del padre, sembra voglia farsi bello di fronte alla cultura antiberlusconiana e neo-comunista di oggi, affermando non molto tempo fa sul Messaggero che il sottoscritto e Fusco “si rivelarono militanti di estrema destra e si scoprì che avevano utilizzato le introduzioni e le postfazioni dei libri per la loro propaganda politica”. Invero molto penoso. Era troppo piccolo Sergio allora per leggere quel che scrivevamo e non l’ha fatto nemmeno da adulto. Mi chiedo: sputando sul passato della casa editrice, fa la ruota agli occhi di chi? E non è nemmeno vero che suo padre ci “allontanò”, come vergognosamente afferma: Fusco ha continuato a collaborare per tutti gli anni Ottanta, io me ne andai, rifiutando di essere pagato, quando mi si disse che i libri non vendevano a causa della eccessiva lunghezza delle introduzioni che quindi dovevano sparire o essere ridotte a due o tre paginette. Non ci stavo e piantai tutto, e Renato Fanucci elogiò pure la mia coerenza. Tutte queste cose il figlio Sergio le sa benissimo, chissà perché oggi finge di dimenticarle. Non aveva di certo questo atteggiamento nel 1993 quando riprese contatto con me, avendo assunto la conduzione della casa editrice, ci incontrammo più volte, gli raccontai molti fatti e lui saldò debiti pregressi. Mi affidò addirittura la revisione e l’introduzione di una antologia di Robert Howard che uscì l’anno dopo - Ombre dal tempo, 1994 - con il mio nome. Chissà perché allora non gli facevo schifo e non prendeva le distanze con il passato che rappresentavo... Forse non era ancora stato folgorato sulla via di Damasco dalle mirabilia della cultura e della politica di sinistra...

Piuttosto, furono proprio quei lunghi saggi introduttivi, anche di oltre venti pagine, che costituivano la vera novità agli occhi dei lettori di allora e rispetto al modo di affrontare la fantascienza in Italia. Cambiarono il modo di avvicinarsi ad essa, come mi ricordano tanti non più giovani appassionati, di diversa e opposta impostazione culturale, che ancora oggi mi ringraziano quando dopo tanti anni mi incontrano di persona a qualche convegno o conferenza. E io ringrazio loro, sperando che una buona volta si voglia raccontare la vera storia di quegli anni che, nemmeno per la fantascienza furono “formidabili” ma assai penosi.

                                        

Gianfranco de Turris

 

 

 

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