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CESARE FALESSI E LE ORIGINI DELLA FANTASCIENZA ITALIANA

Aveva appeso ad una parete nel suo studiolo di casa, zeppo ovviamente di libri e carte, una caricatura: si vedeva un personaggio alto e magro con la testa tonda in piedi dietro una scrivania che guarda dall’alto in basso un buffo alieno, e diceva: “E così lei sarebbe uno scrittore di fantascienza”, oppure “E così lei vorrebbe pubblicare un racconto di fantascienza”, non ricordo precisamente. Era una caricatura che di Cesare Falessi aveva fatto un artista bravissimo, complicato e sfortunato, Massimo Jacoponi, suicidatosi nel 1981 a soli 53 anni, che sapeva fare di tutto: disegni per racconti e libri, pupazzetti per bambini, ricostruzioni militari, storiche ed etnografiche, trittici di aereoplani, ma anche caricature e vignette. Per Oltre il Cielo, fondato da Armando Silvestri (1909-1990) e di cui Falessi era il direttore responsabile, illustrava racconti e articoli, realizzava splendide copertine a colori, ma anche vignette umoristiche. Soltanto che quella, in cui Cesare aveva subito riconosciuto la propria caricatura, non la pubblicò mai, l’incorniciò e prima la tenne nella redazione della rivista, poi, quando la rivista chiuse, se la portò a casa.

Di Cesare Falessi, scomparso il 1° febbraio scorso a 77 anni (era nato a Nettuno, in provincia di Roma, nel 1930), mi è balzato subito in mente quel ricordo che unisce due persone importanti e indimenticabili come lui e Massimo Jacoponi, importanti per la storia della fantascienza italiana e in Italia, e indimenticabili per me, dato che sono legate alla mia giovinezza e al mio esordio nel mondo della fantascienza e, indirettamente, anche del giornalismo: in fondo Oltre il Cielo, pur essendo una testata così particolare, è quella dove ho pubblicato i miei primi racconti e articoli i quali, insieme ad altri (le cronache sportive - !? - per Il Tempo), mi fecero in seguito ottenere la tessera di pubblicista. Per questo mi è difficile parlarne senza sentirmi coinvolto emotivamente più che in altre tristi occasioni analoghe e senza entrare in qualche particolare personale che, magari, poco potrà interessare i lettori.

Oltre il Cielo uscì all’inizio di settembre 1957, giusto mezzo secolo fa, esattamente un mese prima del lancio dello Sputnik sovietico (4 ottobre), il primo satellite artificiale della Terra. Come ho raccontato qualche volta, vidi quella rivista di formato inusitato in un chiosco di Fregene, una località di mare vicino Roma, dove ancora a quei tempi si poteva andare perché le scuole riaprivano a ottobre. In seguito (la redazione distava tre fermate di tram da casa mia) li andai a trovare, scoprii Ali Nuove, l’altra rivista che pubblicava Silvestri, comprai arretrati, scrissi il mio primo racconto che portai direttamente in redazione e che uscì con mia grande emozione nel 1961, conobbi pian piano Falessi, e un altro giornalista che scriveva su Ali Nuove, Baldassarre Catalanotto, li frequentai, ne divenni amico, entrai nei meccanismi redazionali, mi portarono anche a vedere dove si stampavano le due riviste, la tipografia Apollon sulla Via Tiburtina, Cesare mi condusse poi nello studio di Massimo Jacoponi, che abitava in una mansarda vicino alla Via Appia Nuova. Insomma, “diventai “di casa”. Iniziai a pubblicare anche recensioni e articoli polemici che ancora mi si rimproverano dopo oltre quarant’anni (iniziai, me sciagurato, con La science fiction ha aperto a sinistra nel 1963, in cui denunciavo tutta la politica-politica che appariva a senso unico sulle varie testate italiane dell’epoca e la sua strumentalizzazione a fini fantascientifici). Ovviamente nessuno in quelle redazioni, Ali e Oltre il Cielo, era “di sinistra” e quindi furono ben contenti di darmi spazio. Seguii gli spostamenti redazionali, per fortuna tutti in un certo senso relativamente vicini a casa mia: da Via Agrigento a Via Salaria, da Corso Trieste a Via Zara, che - universitario - raggiungevo a piedi, in tram e poi con la mia prima macchina, una Cinquecento usata. Insomma, cominciai lì e non posso affatto dimenticarlo perché certe cose rimangono ben impresse in mente, nonostante il tempo trascorso.

Ma qui non bisogna parlare del sottoscritto, anche se è stato inevitabile, ma della fondamentale importanza che ha avuto Oltre il Cielo sotto la guida di Falessi (e Silvestri) nella storia minima della fantascienza italiana e in Italia. Quando uscì Oltre il Cielo la fantascienza esisteva da cinque anni e nelle edicole vi erano sostanzialmente solo I romanzi di Urania che proprio in quell’anno semplificarono la testata in Urania, la prima collana del genere uscita nel 1952, diretta da Giorgio Monicelli. Nel 1957 avrebbe chiuso invece Galassia edita a Udine su cui pubblicava molto L.R.Johannis, uno dei nostri primi narratori di genere; mentre sarebbero apparse in edicola sia quelle collane di fantascienza con le copertine sexy (per allora) che tanto davano ai nervi ai neofiti che volevano accreditare la “serietà” della fantascienza (I narratori dell’Alpha-Tau, Cosmic, Cronache del futuro, Astroman), sia una collana di lunga durata come I romanzi del Cosmo, sinteticamente chiamati Cosmo, che molto spazio avrebbe dato agli autori italiani ma con pseudonimo inglese o francese. Subito dopo, nel 1958, apparve Galaxy e poi, nel 1961, Galassia.

In questa situazione, pur essendo Oltre il Cielo una rivista sui generis che affiancava alla fantascienza (che Armando Silvestri preferiva chiamare “fantasia scientifica”) la divulgazione scientifica cioé l’astronautica allora nascente, essa fu la prima che diede spazio con regolarità alle firme italiane, inizialmente affiancate a quelle straniere, anche se in qualche caso con pseudonimo abbastanza trasparente. In 154 fascicoli, sino al 1970, più un 155mo nel 1975, la rivista pubblicò 453 racconti per un totale di circa 3500 pagine, come ha calcolato lo stesso Falessi nel suo ultimo intervento sul tema (Dall’astronautica alla fantascienza, in Cartografia dell’Inferno, Biblioteca Civica, Verona 2002). A questi si devono aggiungere, sempre di italiani, una dozzina di brevi romanzi a puntate. Sulle sue pagine hanno scritto tutti gli autori della “vecchia guardia” fantascientifica, a cominciare da Ivo Prandin, Vincenzo Croce, Renato Pestriniero, Sandro Sandrelli, Gianni Vicario, Giovanna Cecchini, Lino Aldani e Massimo Lo Jacono. Poi giunse la “generazione di mezzo”: Ugo Malaguti, Maurizio Viano, Massimo Pandolfi, G.L.Staffilano, Franco Carrara, Piero Prosperi, Tiberio Guerrini, Luigi De Pascalis, Antonio Belloni, Adalberto Cersosimo e anche Vittorio Curtoni, oltre al sottoscritto e Sebastiano Fusco (e tra i critici Riccardo Valla e Roberto Cerri). Alcuni provenivano dall’esperienza dei primi fanzines della metà degli anni Sessanta ed esordirono professionalmente proprio sulla rivista romana. Questo solo per ricordare alcuni nomi, perché ovviamente ce ne sono stati una miriade, alcuni effimeri, altri più continuativi, che scrissero anche storie memorabili, originali e suggestive, fuochi fatui che poi scomparivano.

Di che fantascienza si trattava? quale fantascienza scrivevano gli autori italiani di cinquanta e quarant’anni fa su Oltre il Cielo? Un’idea si può in parte avere ancora oggi perché ormai sono state pubblicate alcune antologie di quei racconti, a cominciare da quelli di Gianni Vicario che riunii in un volume (Naufragio in una stanza, Solfanelli, Chieti 1985) che doveva preludere ad una serie di antologie di quell’epoca, con per seconda una delle storie di Ivo Prandin, ma il progetto si fermò subito. Comunque, adesso ci sono anche le raccolte di Aldani e Pestriniero edite dalla Perseo (Millennium, Ontologie, Aria di Roma andalusa del primo; C’era una volta la Luna del secondo), alle quali si aggiungerà alla fine dell’anno proprio quella dedicata a Cesare Falessi, nel cinquantenario dell’uscita della rivista (fu infatti anche originale narratore con vari pseudonimi sopreattutto nei primi anni della rivista).

Ebbene, si vede subito che la fantascienza che scrivevano gli italiani era abbastanza diversa da quella americana, allora l’unica nota e tradotta, insieme a quella francese, su Urania e Cosmo. Falessi e Silvestri, più il secondo del primo, chiedevano ai loro collaboratori che si divulgasse l’astronautica attraverso la fantascienza, un po’ come aveva fatto Hugo Gernsback negli anni Venti con le sue riviste negli USA. La cosa era un po’ malvista da chi aveva interessi diversi, più letterari, più “umanisti”, che non amava troppo le speculazioni tecnico-scientifiche (Silvestri, nei racconti firmati come Dario Armani, ne dava un esempio). Era però possibile parlare di “spazio” senza cadere nei tecnicismi e negli scientismi eccessivi, per i quali, poi, non tutti erano culturalmente versati. Era sempre possibile, invece, rievocare quello che gli americani (sempre loro) chiamavano il sense of wonder, quel senso del meraviglioso che può offrire la conquista delle stelle. E’ la via imboccata dagli italiani allora, con una particolarità. Sicchè quel che appariva sulle pagine di Oltre il Cielo erano sicuramente viaggi nello spazio e nel tempo, esplorazioni di altri pianeti, visioni di un futuro più o meno lontano, extraterrestri, guerre galattiche, descrizioni di quanto avrebbe potuto avvenire sul piano scientifico o sociale, però tutto o quasi visto in una chiave più personale, più intima, ma anche complessiva, spesso negativa. Un “senso del meraviglioso” che non escludeva il dubbio, la crisi, il pessimismo.

Man mano vi fu una evoluzione, anche con l’ingresso di una nuovs generazione nata non più degli anni Venti e Trenta, ma negli anni Quaranta e Cinquanta: “scrittori” quindi che allora avevano vent’anni e forse meno: arrivarano nuove tematiche e punti di vista, e così avvenne sino alla chiusura del 1970 (il fascicolo del 1975 fu un illusorio fuoco di paglia voluto da Armando Silvestri in un momento di vero boom dell’editoria fantascientifica e di rinascita dei fanzines).

Quel che la rivista chiedeva era soprattutto la linearità espressiva: venivano bocciate le storie che prendevano chiaramente la fantascienza come pretesto per dire ben altro, oppure quelli scritti in maniera tanto sperimentale da essere astrusi e incomprensibili. Cose che conosco bene, essendomi occupato per un certo tempo della selezione dei racconti, prima anonimamente quando, iscritto all’università avevo tempo di frequentare assiduamente la redazione e la rivista, a partire dal n.100, venne divisa nettamente con una parte astronautica ed una parte, quella centrale, tutta fantascientifica; poi, negli ultimi numeri, anche apparendo nel “tamburino” come curatore della sezione fantascienza. In quella veste (Falessi praticamente aveva tirato i remi in barca) cercai di ampliare gli orizzonti scegliendo per ogni numero un racconto di fantascienza europea, allargandomi sino al fantastico, ospitando anche un certo non incomprensibile “sperimentalismo” tematico e stilistico.

Insomma, grazie a Cesare Falessi (e ad Armando Silvestri) gli scrittori italiani di fantascienza hanno avuto una vasta e duratura palestra su cui debuttare, farsi le ossa, maturarsi, avanzare proposte contenutistiche e stilistiche, svincolarsi dai modelli anglosassoni, spesso seguendo le indicazioini del suo direttore che leggeva, correggeva e consigliava, pur tra resistenze e proteste di chi voleva meno astronavi e più umanesimo, alla fine bilanciando le due esigenze, senza penalizzarre alcuno. Soprattutto Oltre il Cielo ha “svezzato” e reso fantascientificamente adulti tutti coloro che hanno contribuito a far affermare editorialmente la fantascienza negli anni Settanta e Ottanta approdando a dirigere collane e riviste, diventando critici e narratori per altre tentate: da Riccardo Valla a Ugo Malaguti, da Antonio Bellomi al sottoscritto e Fusco, per non parlare di Aldani e Sandrelli.

Le generazioni passano, e ora tocca a noi, degli anni Quaranta, ad essere i “vecchi” e a guardarci alle spalle, vedere gli amici più anziani di noi, inevitabilmente, umanamente lasciarci. Un dolore tanto più profondo in quanto con loro se ne va anche una parte di noi stessi, di quando eravano dei ragazzi alle prime armi. E’ infatti sulle pagine di Olre il Cielo che in sostanza ho imparato a scrivere (e a polemizzare): la rivista era infatti considerata “la destra” della fantascienza italiana schierata con i suoi pochi mezzi e la saltuarietà delle uscite contro tutte le altre che erano “la sinistra” e che per prime avevano tirato in ballo la politica sulle loro pagine. Fu una battaglia contro i mulini a vento? No. Ne sono orgoglioso perché si è lasciata una testimonianza, per chi vorrà leggerla e ricordarla, di come non si portò il cervello all’ammasso del conformismo ideale.

Si affollano i ricordi: l’unica maniera per non far scomparire una persona è quella di ricordarla per i meriti che ha avuto, per quel che concretamente ha fatto, per la traccia (in questo caso fantascientifica) che ha lasciato. Cesare Falessi ricordiamolo così, allora, e facciamo in modo che tutto il suo lavoro in questo ambiente, che velocemente dimentica anche per via delle trasformazioni che ha subito (ignora spesso le sue origini e chi ha dato le fondamenta di questo genere letterario in Italia), non cada in un oblio veramente immeritato.

Gianfranco de Turris



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