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Introduzione alla seconda antologia

della World SF



La presentazione al pubblico italiano della seconda antologia organizzata nel 1986 dai responsabili della World SF sollecita una serie di considerazioni, in parte sviluppando certi accenni di Frederik Pohl.


L’iniziale - e più ovvia – è che la fantascienza ha una sua “natura globale”, non limitata ai paesi di lingua inglese: affermazione importante, fatta anche dal britannico Brian Aldiss sempre nel 1986 introducendo la prima antologia della World SF1, giacché l’opinione che potremmo definire “anglocentrica” è perdurante in moltissimi critici e lettori di quell’area. Peraltro, che le cose non stessero così già lo sapeva benissimo il lussemburghese Hugo Gernsback il quale, quando fondò la rivista Amazing Stories oltre 60 anni fa, riteneva che “gli scrittori non americani avevano qualcosa di speciale da offrire, un punto di vista differente, un sapore diverso dato alla narrazione, uno stile che nasceva dall’influenza di altre strutture sociali”. Insomma per usare un termine che Pohl non fa suo, una cultura più profonda. E questo, se lo ammettono gli statunitensi, dovrebbe esser ancor più riconosciuto dalla nostra parte dell’Oceano. Eppure, come si sa, non è semplice far accettare questo punto di vista ai lettori europei in primo luogo, poi agli editori, agli scrittori e ai critici.


I lettori, dopo quarant’anni di traduzioni americane si sono assuefatti non soltanto a certe firme, ma soprattutto a quel certo modo di fare fantascienza: è una situazione comune nelle nazioni del Vecchio Continente, come sa qualsiasi persona che partecipa alle convention europee e parla con i curatori e gli appassionati. Gli editori preferiscono dunque ancora in grande maggioranza materiale americano che sicuramente si vende, e gli scrittori nazionali per vendere e venire pubblicati tendono (sia consciamente sia inconsciamente) a ricalcare quei moduli “sicuri” che vengono da al di là dell’Atlantico, o ai quali alla fin fine sono abituati in quanto anch’essi lettori. Non è questione di pseudonimo fasullo “all’americana”: è il tipo di fantascienza che si scrive che è “all’americana”! È un circolo chiuso che si può spezzare soltanto con una serie di atti di coraggio, graduati nel tempo, ma regolari e non saltuari. In Italia, negli ultimi anni il cambio di gestione nel settore fantascientifico del maggiore editore, Mondadori, ha permesso la traduzione nelle collane specializzate di romanzi polacchi (Lem), russi (i fratelli Strugatsky), francesi (Serge Brussolo) e thailandesi (Somtow Sucharitkul), ma non è dato sapere con che risultato di vendite presso il pubblico. Ma di nessun romanzo italiano, però, il che è sintomatico di tutta una mentalità editoriale, perché se si è mirato a far comprendere che esiste anche della buona fantascienza non anglosassone, nulla in pratica è stato fatto in favore di una fantascienza scritta da italiani. È inoltre nata, anzi rinata, una rivista degli Anni Sessanta, il cui titolo aggiornato, Futuro Europa, dice già tutto, e che presenta in ogni fascicolo la produzione specializzata di una particolare nazioni di lingua non inglese.


La seconda considerazione da fare è che quasi ognuno dei 18 autori (in rappresentanza di 17 nazioni) della presente antologia ha ambientato la sua storia nel proprio paese d’origine e con evidenza più o meno accentuata. Non pare che si sia trattato di una richiesta esplicita dei curatori, sicché è estremamente significativo che questo particolare, questa caratteristica, sia presente - il caso vuole – nel momento in cui fra gli “specialisti” italiani si dibatta proprio di questo argomento: se sia lecito, utile, producente, consentito, auspicabile, sollecitabile, da favorire oppure no, una “via nazionale” alla fantascienza (e al fantastico), o anche una fantascienza (e un fantastico) tipici del nostro paese, e quindi ambientati in esso. Sono scappate accuse di “nazionalismo” (Pagetti), si è sollevato il timore di una possibile caduta di “provincialismo” (Caronia), lo si e definito un “grosso equivoco”, un “non-senso”, un “problema mal posto” (Scacco). Non credo che sofismi simili siano mai stati sollevati in alcuno dei paesi rappresentati nell’antologia di Pohl e Hull, né tantomeno in quella di Aldiss e Lundwall: viceversa sembrerebbe quasi logico che uno scrittore ambienti una vicenda di science fiction (o di fantasy) nel proprio ambito non solo geografico ma soprattutto culturale, senza evidentemente preoccuparsi troppo del fatto che nel proprio paese esista o meno una società di tipo industriale avanzato (cioè, di un tipo che certi critici ritengono imprescindibile per il nascere e lo svilupparsi dì una narrativa fantascientifica), o anche del fatto che essendo in teoria la fantascienza una narrativa che si basa sulla scienza che è universale, essa stessa dovrebbe essere qualcosa di universalistico, uguale per ogni dove, per ogni contesto culturale.


Ed il caso ha voluto anche che proprio due di quelle che mi sembrano essere le migliori storie di questa antologia a tema (o “romanzo di 18 autori” come lo definiscono i curatori), siano ambientate in una cultura chiaramente pre-industriale, in cui la scienza e la tecnica – grazie a Dio – non omologano un bel nulla. Mi riferisco a Suonare il flauto ai bufali d’acqua del thailandese Somtow Sucharitkul, e de La leggenda dell’astronave di carta del giapponese Tetsuo Yano.


Nel primo l’azione di svolge a Prasangburi, nella lontana provincia thailandese, alla fine degli Anni Settanta, in un periodo in cui sii diffonde l’americanismo, i film come Star Wars sono doppiati dal vivo nelle cabine di proiezione e le forme societarie locali, i riti religiosi ed i rapporti familiari sono osservati con l’occhio fra l’ironico e il bonario dall’autore che ha ormai una cultura internazionale e scrive direttamente in inglese. Colpisce la sua capacità di ricreare un quadro della vita del paese natale, ormai contaminato dalla cultura occidentale che giunge sin nella foresta più profonda, il rapporto fra nativi e stranieri, l’idea fantascientifica trapiantata nella giungla, tra i monsoni, le inondazioni, le rovine khmer. Nel secondo la vicenda è ambientata in uno sperduto villaggio giapponese durante gli anni dell’ultimo conflitto mondiale, un paesetto che sembra aver “divorziato” dal resto della nazione in guerra, separato dal flusso della storia: qui si svolge una serie di avvenimenti soltanto in apparenza enigmatici, ma sottili e fascinosi come Haiku: anche qui l’autore inserisce un enigma fantascientifico in una cultura lontanissima dal mondo moderno, dalla tecnica, dal progresso, ricostruendo rapporti sociali, abitudini, modi di pensare che si direbbe nulla hanno a che vedere con un’ortodossa science fiction.


Eppure… Eppure non è così. Non sembra affatto strano, ormai, né tantomeno ingenuo, leggere storie di questo genere: perché allora dovrebbe sembrarlo leggerne una situata in Italia con problemi italiani? È forse “nazionalistico”, “provinciale”, un “non-senso”? Perché ritenere sbagliato seguire la propria “via nazionale” in nome di una categoria ideologica (e demagogica) come “l’internazionalismo”? Al contrario, la riscoperta di quelle che sono state definite le “proprie radici”, e l’analisi dei problemi specifici del proprio paese, sembra essere lo scopo ed il compito della fantascienza odierna scritta da quelle che politicamente vengono considerate nazioni “minori”, dell’Occidente come dell’Oriente.


A questo punto un’altra considerazione sorge spontanea dopo aver letto le 19 storie di questo libro, e cioè la sorprendente differenza fra il modo in cui appunto gli “occidentali” hanno utilizzato il tema della ”invasione mentale “ proposto da Pohl con il racconto iniziale e come invece l’hanno utilizzato gli ”orientali” (dai paesi dell’Est europeo a quelli asiatici). Il che è indicativo di una differenza socio-culturale che influenza in maniera decisiva lo scrivere di fantascienza indipendentemente da ogni “internazionalismo” di genere. In linea di massima si può dire che i primi hanno utilizzato il tema per analizzare criticamente delle situazioni private, dei singoli personaggi i secondi per riferirsi più o meno direttamente a situazioni complessive, nazionali. Alcuni esempi sono estremamente significativi: il polacco Zadjel, che ha scritto il suo racconto quando era ancora in vigore la legge marziale del 1981 decretata dal generale Jaruzelski, fa fallire l’invasione aliena perché – fa dire al protagonista – gli abitanti di questa nazione non si sono mai sottomessi a nessuno (“Questo è un tentativo troppo difficile per te, i suoi abitanti detestano fisicamente qualsiasi forma di dominio alieno, e tutta la nazione, con pochissime eccezioni, ritiene che l’indipendenza e la libertà personale valgano molto più dei vantaggi derivanti dai contatto con potenti razze aliene”; e nella conclusione della storia: “Io semplicemente non sopporto che un alieno mi imponga cosa fare, cosa dire, cosa pensare, in cosa credere”); il bulgaro Dilov polemizza con la burocrazia descrivendo lo scontro fra un “compagno ingegnere” e un “compagno direttore” ottusamente chiuso ad ogni innovazione sia per pigrizia mentale sia per interesse personale; ancora più accentuata sempre in questa direzione è la polemica del cinese Tang Enseng: anch’egli mette in campo un “compagno ingegnere” che deve lottare contro l’apparato del partito rappresentato da burocrati incompetenti ma ben pasciuti ed a lui ostili nonostante si sia – così si dice nel racconto – “all’epoca delle riforme” (cioè, all’epoca di Deng Xiaoping), per far adottare nella fabbrica in cui lavora le sue innovazioni: anche qui come per la Polonia l’invasione sostanzialmente fallisce perché la Cina, afferma il protagonista, è “una nazione ostinata” ed egli “ama il suo paese” e non vuole andare all’estero per vendere la sua invenzione, ma preferisce restare in patria per servirla nonostante tutto. Un tocco di patriottismo (come per Zadjel) che certo sorprenderà gli smagati critici occidentali che hanno ormai posto in un canto simili orpelli fuori moda a sono subito pronti a condannarli se per caso spuntano in qualche storia del proprio paese…


Tutt’altro registro, come si è detto, nei racconti “occidentali”. Due fra gli esempi migliori confermano l’incidenza a livello individuale e familiare che in essi ha il contatto extraterrestre. Il tedesco Armer – cui si deve a mio parere una delle vicende più belle di questa antologia – affronta un problema da tempo emergente nelle società sviluppate, quello della “terza età” considerata come ”alienità”: i vecchi in un mondo che ha fatto dell’efficienza e della produttività materiale il suo scopo e il suo fine sono degli estranei e per di più inutili, sicché l’incontro mentale con l’extraterrestre viene descritto come quello fra un “nevrotico di Sirio e un nevrotico della Terra” e la loro situazione come quella di “due alieni sulla Terra”. L’infestazione viene dunque assunta da Armer come il dramma di un singolo che risolve infine i suoi problemi grazie proprio all’aiuto dell’alieno (che poi è un’aliena), il quale gli fa capire come il segreto di una vita diversa sia quello di affrontare in maniera attiva la condizione di anziano. Brian Aldiss presenta invece uno spaccato dell’alta borghesia inglese, secondo la migliore tradizione narrativa britannica: la presenza dell’alieno produce effetti diversi nei vari componenti della famiglia Amery, ognuno preso dai suoi problemi personali (lavoro, amore, morte), ognuno risolvendo il contatto in un modo differente: odio, rassegnazione, accettazione, tentativo di coinvolgere gli invasori nella cultura terrestre. Il canadese Spider Robinson si trova a mezza via tra una interpretazione singola ed una più generale del tema, forse perché il suo paese, pur facendo parte “dell’Occidente”, anzi essendo addirittura una delle famose “sette nazioni più industrializzate del mondo”, è praticamente succube del suo strapotente confinante, è USA-dipendente, e quindi trasferisce questa problematica a livello cosmico: la gerarchia galattica Utilizzatori-Utilizzati, cioè extraterrestri-terrestri, ha un evidente parallelo non solo con il rapporto statunitensi-canadesi (espresso nella polemica anti-USA di uno dei personaggi), ma addirittura anche con quello canadesi-indiani autoctoni.


Da questa lunga considerazione un codicillo: ci si ricorderà dello “scandalo” suscitato dall’analisi tutta italiana de Il terrore della sesta luna: secondo i critici super “impegnati” degli Anni Sessanta con quel romanzo Robert Heinlein aveva scritto un opera “maccarthista”, inserita nell’atmosfera da “caccia alle streghe” contro i comunisti suscitata intorno al 1950 dal noto senatore americano. Gli alieni che condizionavano i terrestri, i Puppet Masters del titolo originale, i “padroni delle marionette”, i “burattinai”, non sarebbero stati altro - appunto – che i “comunisti” i quali, infiltratisi nel dopoguerra negli Stati Uniti, avrebbero cercato di condizionare i buoni cittadini americani. Non ho mai creduto in questa interpretazione che ritengo di comodo e per vari motivi già ampiamente esposti anni fa in un saggio apparso nella Grande Enciclopedia della Fantascienza: sia perché il romanzo uscì a puntate su Galaxy, rivista notoriamente presentata come “progressista” e tutt’altro dunque che “maccarthista” sia perché non è una novità: Sinister Barrier (1939) di E. F. Russell affrontava lo stesso argomento; sia perché il romanzo s’inserisce nella problematica heinleniana in favore della libertà individuale e non solo o esclusivamente anticomunista. “Appare più verosimile che il simbolismo del romanzo vada inteso come una denuncia del condizionamento che potrebbe attuare una qualsiasi dittatura”, scrivevo nel citato saggio2: il che rende anche giustizia alla “coerenza” di Heinlein, viceversa ritenuto dai citati critici come un “versipelle”, un ”voltagabbana”. Si deve peraltro aggiungere che, pur volendo ammettere un intento dichiaratamente “anticomunista” nel romanzo, è da chiedersi perché condannarlo: il clima della fantascienza americana degli anni tra il 1945 e il 1960 all’incirca era appunto quello, il clima cioè della “guerra fredda”, di fronte alla quale le posizioni degli scrittori potevano essere diverse: assumerla nelle loro storie, accettarla, respingerla.


L’attonita sorpresa e la “condanna” derivavano soltanto dalla mentalità dei critici che nella Italia degli Anni Sessanta tendevano a dividere – per fini non solamente ideologici ma anche commerciali – gli scrittori di science fiction in “buoni” e “cattivi”, vale a dire “progressisti” e “reazionari”, accreditando la tesi che la vera fantascienza da leggere ed apprezzare fosse esclusivamente quella “progressista”, secondo uno schema poi ripetuto negli Anni Settanta tra science fiction e fantasy, intesi come generi letterari, in modo da privilegiare il primo rispetto al secondo applicando ad essi – come si è notato inizialmente – le categorie che si riteneva trovassero più fortunata accoglienza presso i giovani lettori politicizzati. Orbene come si può vedere da questa antologia (se si vogliono dimenticare altri esempi nei trascorsi quarant’anni) i terrestri possono venire occupati (come dice Harrison), ospitati (Chandler), requisiti (Pohl), infestati (Aldiss), o anche posseduti e invasati non da dèmoni ma da alieni che simboleggiano in genere la mancanza di libertà individuale e collettiva (che in alcune occasioni può anche risolversi in un fatto positivo, come in certe simbiosi animali), la quale, a seconda delle situazioni sociali, politiche, culturali dei vari paesi, può adombrare di volta in volta varie cause del condizionamento del pensiero e delle azioni di singoli o di intere nazioni. Dovremo, forse alla luce di certa logica unilaterale osannare a chi con “l’invasione mentale” condanna gli americani ed avere delle riserve invece per chi condanna i russi? O viceversa?


La quarta considerazione trae lo spunto da una affermazione di Pohl, là dove nota che il ”traduttore deve conoscere alla perfezione tre lingue se non due… La lingua usata per l’originale, quella in cui viene stesa la traduzione e quello speciale vocabolario accompagnato da una sua forma mentis che costituisce il linguaggio specifico della fantascienza”. A parte quest’ultima notazione che già facevo nel 1962 nell’articolo “Lo scandalo delle traduzioni apparso” su Oltre il Cielo n. 102, il primo scritto con Sebastiano Fusco, situazione oggi ampiamente superata almeno in Italia dove ormai moltissimi “specialisti” sono anche traduttori, c’è un problema a monte di tutto ciò, vale a dire quella che nell’ambito mainstream è stata definita dal poeta e romanziere Roberto Pazzi come la “dittatura dell’inglese”. Per farsi leggere, per farsi conoscere, per ottenere un successo di fama e di denaro a livello mondiale è necessario pubblicare (o essere tradotti) in inglese, cioè la lingua oggi egemone nell’occidente industrializzato e nelle nazioni che gravitano attorno ad esso per ragioni soprattutto commerciali e di colonizzazione culturale, così come un tempo lingue egemoni erano altre. Si veda il caso emblematico de Il nome della rosa. La situazione attuale, che ha alle spalle la storia (politica e militare) dell’ultimo secolo è questa, e da essa non si sfugge. Lingue un tempo “nobili”, tanto da essere usate come idiomi comuni a livello diplomatico internazionale e con le quali ci si poteva intendere dappertutto nel mondo allora conosciuto, come furono il latino, l’italiano, lo spagnolo, il francese, oggi non lo sono più: gli autori europei ed asiatici, per ottenere una audience internazionale, sia essa di fantascienza o di narrativa mimetica, devono apparire in libri scritti in uno stesso idioma largamente diffuso, l’inglese appunto. Ammette Aldiss presentando la sua antologia: “bisogna dire che l’inglese è ormai la lingua internazionale della FS, come per il traffico aereo” (e non solo per quello!), nonostante che le “lingue ufficiali” della World SF siano anche altre.


Credo si contino sulle dita di una mano i super-poliglotti, come l’americano J. F. Randolph che può tradurre da 15 lingue, e il francese J. P. Moumon che traduce da una dozzina, per poter apprezzare e giudicare la fantascienza leggendola direttamente dagli originali. Tutti gli altri poveri mortali che ne conoscono una, due e al massimo tre, devono forzatamente ricorrere ad una di base: l’inglese evidentemente, o anche il francese. E infatti Jean Pierre Moumon, che dal 1981 pubblica il suo trimestrale Antares dedicato al “fantastico e alla fantascienza senza frontiere” non ha potuto ospitare storie nelle lingue originali, altrimenti la rivista l’avrebbe letta da solo assieme a pochi altri eletti, ma è stato costretto a scegliere una lingua unificante, nel suo caso il francese, per diffondere presso un pubblico ben più vasto che non quello dei singoli idiomi nazionali autori che scrivono in russo e in occitano, in finlandese e in lituano, in romeno e in norvegese, un pubblico però che già possiede come minimo la conoscenza di un’altra lingua oltre la propria, in questo caso appunto il francese.


Il problema è irrisolvibile. Avremmo così preferito far tradurre direttamente dai singoli originali almeno la metà delle storie di questa antologia, ma il problema si è presentato troppo complesso, quasi impossibile rintracciare i testi di partenza; per l’altra metà non ci sono problemi: gli scrittori o erano di lingua inglese (Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda, Canada, Australia) o l’hanno come seconda lingua scrivendovi direttamente o traducendo loro stessi il proprio racconto (il norvegese Bing, il cecoslovacco Nesvabda, il thailandese Sucharitkul). Ci siamo così affidati all’abilità e alla competenza di Anna Rita Guarnieri, a tutti nota e consacrata dai molti Premi Italia come traduttrice vinti negli ultimi anni.


Infine, l’ultima notazione riguardante l’altra antologia della World SF, quella pubblicata da Brian Aldiss e Sam Lundwall subito prima di questa. Recensendola su Antares n. 27 (II trimestre 1987), J. P. Moumon l’ha definita “l’antologia delle occasioni mancate” a causa di una “scelta perlomeno discutibile e di un malinteso gusto d’internazionalismo”, giacché sono stati ospitati a suo giudizio testi minori ovvero in alcuni casi anche troppo sconosciuti, da parte di curatori che hanno effettuato una selezione di seconda e terza mano dovendosi affidare inizialmente (a cagione della loro limitata conoscenza delle lingue) a curatori “locali”, avendo così un controllo diretto soltanto su un minimo di testi. Una critica giusta ma scontata, giacché il problema del poliglottismo non si risolve dall’oggi al domani ed una soluzione contingente la si deve pur prendere. Così, il confronto con questo libro curato da Pohl e dalla Hull, che esplicitamente viene presentato come la seconda antologia della World Sf, appare inevitabile.


La cosa iniziale da osservare e che The Penguin World Omnibus of Science Fiction di Aldiss e Lundwall è più ampia: sono infatti 26 gli autori ospitati in rappresentanza di altrettante nazioni aderenti alla World SF Association (anche se nell’edizione italiana esse non sono specificatamente indicate), rispetto ai 18 autori con 19 racconti (due sono di Pohl) in rappresentanza di 17 paesi (due sono cinesi) di questo Tales from Planet Earth. Il motivo si deve probabilmente ricercare nel fatto che la prima è una antologia “libera”, la seconda “a tema”, e quindi di più difficile organizzazione essendosi in genere chiesto che venisse scritto appositamente un racconto sullo spunto offerto dalla storia di apertura di Pohl. Tanto che come nota Elizabeth Ann Hull essa si presenta come un “romanzo”di cui i singoli racconti, più che tante “variazioni sul tema” si possono definire come tanti capitoli di un’opera unica. Ci si può chiedere però (ed è questa l’altra cosa da osservare) se non sarebbe stato possibile effettuare una scelta più varia nel caso di una seconda antologia dell’associazione mondiale della fantascienza che del resto Pohl qualifica come di “seconda generazione: e non tanto verso nazioni di profonda tradizione fantascientifica che risultano assenti (penso alla Francia, alla Romania, all’Unione Sovietica), quanto per quegli autori che, nelle due antologie, risultano identici: è da chiedersi infatti se sempre lo stesso scrittore sia degno di rappresentare in entrambi i volumi paesi come la Cecoslovacchia, il Brasile, il Giappone (addirittura con l’identico, anche se eccezionale racconto), la Norvegia, la Germania Occidentale, l’Uruguay, l’Italia, la Bulgaria, l’Australia. Senza nulla togliere agli autori ospitai due volte, si può ritenere che ne esistano altri parimenti degni di una selezione, a tutto vantaggio dell’intento di fornire il panorama più vario possibile della fantascienza di tutto il mondo, e quindi dei lettori.


In complesso comunque i due volumi non sono certo in concorrenza o addirittura in contrasto, ma appaiono complementari (anche se avrebbero potuto esserlo di più), integrandosi come firme e come nazioni, fornendo per la prima volta insieme un panorama unico della produzione fantascientifica mondiale dimostrando (è bene ricordarlo ancora una volta prima di concludere) sia agli appassionati più miopi, sia ai non addetti ai lavori, come la science fiction sia un fenomeno internazionale e non ristretto ad un piccolo numero di nazioni di tipo “occidentale” e di tipo “industrializzato”, che esiste una efficace produzione specialistica anche nei paesi di lingua non inglese e che – infine – tutta questa produzione “rivela chiaramente un’origine nazionale” (per usare le parole di Brian Aldiss)


Gianfranco de Turris

Roma, luglio-agosto 1989


1 Antologia Internazionale di fantascienza, a cura di B. Aldiss e S. Lundwall, Nord, Milano 1987

2 L’Alieno nella Science Fiction, in Grande Enciclopedia della Fantascienza, Edizioni del Drago, Milano 1980, vol IV, pag. 27. È doveroso precisare non solo che il saggio venne pubblicato (per motivi che l’editore e il curatore non sono mai riusciti a spiegare) con la sola firma “Sebastiano Fusco” nonostante il dattiloscritto recasse in calce “Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco”, ma anche che venne concretamente redatto per l’80 per cento dal sottoscritto, in particolare la frase e i concetti citati.

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