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Introduzione alla progettata antologia personale di Ivo Prandin


La fantascienza italiana ha trentacinque anni. Se vogliamo tentare di dividerli secondo la loro importanza e la loro funzione (vista in retrospettiva) così come si fa per gli altri Paesi, in primis gli Stati Uniti, senza dubbio gli esordi durarono almeno un lustro: dalla nascita di Urania nel 1952 al 1956; mentre i cosidetti “anni d’oro”, quelli della nascita delle riviste più importanti e dell’apparizione di un gruppo di scrittori della generazione degli Anni Venti e Trenta che hanno caratterizzato tutta un’epoca, si pone tra il 1957 e il 1960, con qualche propaggine sino al 1961-62 (dopo di allora iniziò a scrivere e pubblicare la generazione degli Anni Quaranta). Nel 1957 apparvero Galassia diretta da Johannis, Cosmo della Ponzoni, Oltre il Cielo di Falessi e Silvestri; poco più tardi fu la volta di Galaxy diretta da R. Valente (1958).


Trent’anni sono dunque trascorsi dall’apparizione nelle edicole del quindicinale romano che per primo aprì le pagine in maniera definitiva ai nostri autori senza la necessità di ricorrere ad alcuno pseudonimo, anzi mettendoli prima alla pari con gli autori stranieri e tradotti, poi sostituendoli completamente ad essi. Io credo che gli “anni d’oro” della nostra narrativa di science fiction si siano concretizzati sulle grandi pagine in rotocalco di Oltre il Cielo, contribuendo certo a questa impressione non soltanto il lato oggettivo ma anche quello soggettivo: erano quelli anche gli anni della nostra formazione di quattordicenni e oltre.


Fra il 1957 e il 1960, soprattutto nel biennio ’58-’59, si concentrarono sulla rivista di via Agrigento 3 quelli che in seguito avrei definito i “quattro moschettieri” della nostra fantascienza di allora: Ivo Prandin (28 racconti e due romanzi brevi), “Pi Erre” cioè Renato Pestriniero (14 racconti), “Vicro” cioè Vincenzo Croce (12 racconti, ma altri 7 li pubblicava come “Massimo Doncati”), “G. Newman” cioè Gianni Vicario (9 racconti, più altri due come “A. G. Greene”). Naturalmente c’era anche Cesare Falessi, ma le sue 17 storie erano disperse sotto ben sette pseudonimi diversi che certo, quando ero semplice lettore, non potevo conoscere, E c’era anche “N. L. Janda”, cioè Lino Aldani, che però iniziò a scrivere solo dopo un po’, nel 1960 (17 racconti e un romanzo), un tipo di fantascienza meno “spaziale” dei suoi colleghi.


Ora che conosciamo alcuni particolari “personali”, possiamo ben dire alquanto paradossalmente che, se non ci fosse stata la “noia naja” (per usare un termine alla Beetle Bailey), nessuno dei nostri quattro autori avrebbe scritto fantascienza: è stato infatti durante il servizio militare che essi hanno conosciuto Oltre il Cielo, buttato giù le prime trame, scritto alla redazione, preso accordi e – infine – pubblicato i loro racconti. È stato così anche per Ivo Prandin: aveva 22 anni, faceva il servizio di leva a Bolzano, scriveva già della narrativa. Conobbe Peter Kolosimo (che collaborava con Oltre il Cielo sin dal n. 2 con una serie di articoli dal titolo I Figli delle Stelle, dove in nuce sono le idee che poi ampliò sviluppando quella che è stata definita “l’archeologia spaziale”), il quale gli mostrò la rivista romana e indirizzò la vena narrativa di Prandin in direzione del fantastico e del fantascientifico. “L’idea del primo racconto (una specie di tema, direi)”, afferma oggi lo scrittore veneto, “è stata di Kolosimo, io ci ho messo il resto. Ogni storia – ormai senza più padrini, ma con una affettuosa supervisione di Kolosimo – è stata pubblicata nell’ordine di invio alla redazione”. Che, si può aggiungere, non modificò (come in altre occasioni avvenne) i titoli dell’autore, né intervenne con operazioni che oggi definiremmo di editing.


Così sul n. 10 di Oltre il Cielo del febbraio 1958 usciva “Nascita dell’Inferno”, il primo di trenta titoli che Prandin avrebbe pubblicato su quelle pagine sino al 1963 (tre dei quali con lo pseudonimo di “Max Bohl jr,”, utilizzato per alternare un poco la firma). Primo e atipico sia per l’autore sia per la testata: forse in questo particolare si vede l’influenza diretta di un personaggio eclettico come Kolosimo. Infatti esso tratta in termini “fantascientifici” un tema squisitamente “religioso” d’immediato effetto, che in seguito Prandin non avrebbe più affrontato direttamente. Il che, fra l’altro, dimostra come Armando Silvestri e Cesare Falessi, i responsabili della rivista romana, fossero ben aperti a tematiche che (naturalmente allora, trent’anni fa) erano considerate eterodosse e d’avanguardia per un certo tipo di narrativa “popolare” che veniva letta anche da adolescenti; quella appunto a sfondo religioso. Tanto “eterodossa” che, un mese dopo, nel marzo 1958 appariva un altro racconto di questo tipo, anch’esso di per sé shockante: La perla e l’ostrica. Lo aveva scritto un altro autore veneto, Sandro Sandrelli, che, però, per timore di “rappresaglie clericali” – come una volta mi raccontò – aveva deciso di adottare per l’occasione uno pseudonimo straniero: “Samuel Balmer”…


La brillante space opera (in altro modo non la saprei proprio definire) di Ivo Prandin caratterizzò per lungo tempo la fantascienza pubblicata da Oltre il Cielo su 52 fascioli della rivista (dal n. 10 al n. 62) la firma dello scrittore veneto (tra racconti e romanzi a puntate e senza contare le due storie come “Max Bohl jr.” e aggiungendo invece un paio di articoli sulla fantascienza) apparve ben 30 volte, cioè con una media estremamente alta, più di un fascicolo sì ed uno no. Vi fu poi una interruzione esattamente di due anni e quarantatrè numeri, dal n. 63 del giugno 1960 al n. 10 del luglio 1962, dovuto al fatto che il venticinquenne scrittore aveva cominciato a lavorare proprio in quell’epoca al quotidiano Il Gazzettino di Venezia, dove ha fatto tutta la sua carriera giornalistica divenendone il responsabile del settore culturale. Come per altri giovani di allora (e di oggi) la vita e la professione distoglievano, chi più chi meno, da un hobby appassionante.


Dal n. 101 (aprile 1962) la rivista romana separò al suo interno, anche come numerazione e impaginazione, la parte scientifico-astronautica da quella narrativa-fantascientifica. Per questo “rilancio” venne inviata una lettera per sollecitarne il ritorno a molti passati collaboratori e fra essi Ivo Prandin che accettò con entusiasmo, scrivendo per l’occasione quattro nuove storie (tre con il suo nome, una quarta con il suo abituale pseudonimo) che vennero pubblicate dal n. 107 al n. 120 tra il luglio 1962 e il dicembre 1963. In quella iniziativa che cercava di potenziare la rivista fui coinvolto anch’io: ricordo che mi lessi quelle storie di Prandin, le cui avventure tanto mi avevano appassionato anni prima, in tram e in autobus, ritornando dalla casa di Cesare Falessi sulla via Prenestina alla mia, una sera che ero andato a trovarlo quando lo aiutavo nel lavoro redazionale, dato che i primi anni di università mi lasciavano parecchio tempo libero… Purtroppo la rivista incappò in un periodo di difficoltà con cambio di varie tipografie che ne rallentarono le uscite (come si constata dalle date doppie e triple sulla testata) e vennero in quel momento a pregiudicare in parte il tentativo di consolidarsi e forse imporsi in un ambiente in cui si ampliava la concorrenza e cominciavano a fioccare le polemiche di ogni tipo, da quelle fantascientifiche (italiani o stranieri? lo “scandalo delle traduzioni” ecc.) a quelle politiche.


Il 3 gennaio 1959 come si può leggere sul n. 31 di Oltre il Cielo di quello stesso mese sorge in Italia un’associazione fra autori di fantasie scientifiche, nella redazione della rivista si riunivano Giovanna Cecchini, Vincenzo Croce, Dino De Rugeriis, Cesare Falessi, Michele Scotti e Armando Silvestri per creare appunto una Associazione di Autori di Fantasie Scientifiche (AAFS). Ivo Prandin dava la sua adesione di massima con un telegramma. Potevano aderirvi coloro i quali avessero già pubblicato dieci racconti o due romanzi, ed i suoi scopi erano divulgativi e promozionali: “diffondere nel pubblico il gusto per la letteratura di fantasie scientifiche, elevazione del contenuto e del valore degli scritti del genere sul piano scientifico e divulgativo; influire sugli altri settori di produzione per un analogo miglioramento; informazione su quanto si produce in Italia e all’estero; creazione di un organo di consulenza tecnico-scientifica ad uso dei soci; possibilità di iniziare proficue collaborazioni con case editrici note tramite l’associazione (…); comunicati sulla stampa quotidiana e periodica; conferenze su determinati aspetti della letteratura di fantasia scientifica; convegni nazionali e internazionali fra scrittori specializzati; concorsi rivolti ai lettori delle pubblicazioni specializzate per favorire «nuove leve» di autori; proiezioni di film e documentari per i soci e per il pubblico”.


L’iniziativa non ebbe seguito e sviluppo. Era senza dubbio troppo in anticipo sui tempi, se si pensi che un’associazione analoga, la World Science Fiction Association – Sezione Italia di venti anni dopo, pur avendo in pratica identici scopi e intenzioni, non è quasi mai riuscita a metterli in pratica nonostante il contesto generale assai più avanzato e favorevole. Comunque cinque anni dopo, la nascita del primo fandom italiano cercò di attuare, anche se a livello più dilettantistico, alcune delle prospettive indicate da quel “manifesto” in nuce.

Un effetto però lo ebbe; Quello di indurre Ivo Prandin a esprimere in due articoli per la pubblicazione romana le sue idee circa la narrativa che andava scrivendo da ormai oltre un anno: “Fantascienza, surrealismo & C. sul n. 34 di marzo, e “Alcune idee sulla science-fiction sul n. 38 di maggio. I due interventi erano abbastanza differenti fra loro: il secondo rivela un cambiamento di rotta sostanziale e, a mio parere, molto positivo nelle prospettive che esso apre. In “Fantascienza, surrealismo & C.” Prandin rivendicava la serietà delle “fantasie scientifiche” di Oltre il Cielo nei confronti della “fantascienza” che in quel momento sembrava andare per la maggiore, o perlomeno sembrava colpire più un pubblico adolescenziale, e quindi più vendere, simboleggiata dalle copertine un po’ sexy (quello della fine degli Anni Cinquanta!) dei vari Cosmic, Narratori dell’Alpha-Tau e Cronache del futuro: prosperose ragazze con disintegratori e costume da bagno che ricordano più le “maggiorate” cinematografiche dell’epoca che non le copertine kitch di Bergey e Leydenfrost, oggi riscoperte e rivalutate proprio perché… tali! La “formula” narrativa accettata da Prandin era: “scienza e fantasia fianco a fianco, non mescolate arbitrariamente in un calderone, come è giusto che sia per evitare equivoci”; e se la prendeva con chi intendeva “il mondo della fantasia” come “il parto cerebrale degli assurdi più esaltati, svincolati da ogni parvenza di razionalità e di giudizio”, tanto da proporre l’equivalenza: “surrealismo + bikini = fantascienza”. In parole povere, non solo la condanna di alcune esagerazioni commerciali (come l’astronauta seminuda), ma della fantasia svincolata dalla “razionalità” e della “scienza”. L’articolo, comunque, dava anche dei punti fermi veramente anticipatori e che fanno capire quale fosse lo spirito che animava quei giovani scrittori di trent’anni fa: Prandin indicava la necessità di una “elaborazione e diffusione di un linguaggio nuovo, consono ai tempi che viviamo” nonché della “diffusione di opere italiane che abbiano una propria fisionomia, senz’essere un pedissequo ricalco di modelli stranieri”, proponeva inoltre di tener presenti le “prove migliori che giungono d’oltre Alpe e d’oltre oceano”, ma “innestandovi” alcune notizie caratteristiche e cioè “quel senso del bello e dell’armonia che è riconosciuto ai popoli latini e al nostro particolare”; indicava infine un metodo: “prendere il meglio, raccogliere e valorizzare ciò che è genuino e frutto di elaborazione personale e di ricerca, scartando inesorabilmente la farragine di imitazioni e giochetti”.


Due mesi dopo, in “Alcune idee sulla science-fiction, lo scrittore precisava il suo pensiero, in parte rettificandolo, in parte completandolo. “Il mio troppo esagerato «naturalismo» di giovin scrittore”, esordiva, “faceva sì ch’io lasciassi un po’ troppo in disparte la fantasia pura, di cui, come si sa, la letteratura utopica è una delle espressioni più valide e resistenti al tempo. Ero legato al tempo presente, troppo chiuso in esso e questo mi faceva soffrire. E sbagliare molte cose. Poi ho cominciato a sognare, a ubriacarmi di fantasie, di esplosioni fantastiche direi: merito questo della letteratura science-fiction. Non voglio si creda, tuttavia, che codeste tempeste di fantasia sbrigliata neghino un substrato di serietà, di rigore scientifico, nonché d’impegno morale e anche artistico alle fantasie scientifiche! Anzi!”. Potrebbe anche darsi che Prandin si riferisca al suo modo di pensare precedente all’incontro con Peter Kolosimo, di cui s’è detto in precedenza, ma sta di fatto che questa sua rivalutazione della “fantasia pura” ancorché seria e rigorosa, è un passo avanti alle precedenti prese di posizione. Quanto poi “all’impegno morale”, esso avrà un suo peso determinante nella valutazione complessiva del tipo di fantascienza da lui scritta sino a diventarne, a mio parere, un elemento caratterizzante in sé e rispetto ai molti altri autori che pubblicarono sulle pagine di Oltre il Cielo. Chiedendosi poi perché questa narrativa affascina tanto, Prandin rispondeva: “È la materia in se stessa che ci prende e ci conquista. Essa ha il fascino antichissimo delle cose non rivelate, dei misteri che nebulosamente ci circondano chiamandoci alla loro conoscenza, alla loro rivelazione. È, insomma, il fascino della lotta per la conoscenza, vecchio di secoli, di ere, antico come noi (…). È la voce dell’avventura, della libertà nello spazio e nel tempo che ci chiama facendo leva sulla nostra natura di conquistatori”. La fantascienza, dunque, intesa come espressione moderna delle antiche vicende avventurose, delle antiche favole morali, degli antichi miti, si potrebbe ben dire. Sicché per Prandin essa “è una letteratura non di pura fantasia (nemmeno l’Orlando furioso lo è) né di pura scienza, ché sarebbe saggistica: Piuttosto è una forma nuova che sta fra il romanzo utopico e la relazione scientifica, la quale però non soverchia mai (…). È una letteratura «morale» (vedi C.S. Lewis, A.C. Clarke) nel senso che esemplifica una etica nuova, l’etica del futuro, e che mette il dito sulle piaghe del nostro costume odierno”. La conclusione dell’autore veneto è allora questa: “Per ottenere buoni risultati occorrono sincerità e grande abbandono all’ispirazione, al gioco meraviglioso della fantasia, che, unici fra i mammiferi e gli esseri animati, abbiamo la fortuna di possedere”.


Morale”, “etica”: il richiamo a Lewis e alla sua “trilogia spaziale” ed al Clarke evidentemente de La città e le stelle e de Le guide del tramonto, è più che pertinente. C’è infatti, come si è anticipato, in quasi tutte le storie di Prandin, una tensione di tipo morale ed etico, a volte addirittura una problematica religiosa, che serpeggia come sottofondo, al di là di astronavi e battaglie, pianeti inospitali ed esseri alieni, civiltà future e tecnologia superiore. “A chi è ormai abituato al volo e alla vita fuori dai cieli, staccato dalla terra, capitano strane esperienze. Sembra a volte di vivere nel surreale, nel sogno o nelle favole, perché il normale nostro equilibrio di uomini, non solo quello fisiologico, ma quello stesso intellettuale, è sconvolto, alterato, tanto che le reazioni sono incomprensibili”, si legge in “Primo incontro con Xerum”, quasi un’epigrafe per tutte le altre storie che Prandin pubblicherà sulla rivista romana: qui l’equipaggio di un’astronave cade prigioniero di extraterrestri nebulosi come “anime”, ma riuscirà a fuggire; un alieno “spirituale” si fonde invece con un astronauta terrestre in fin di vita salvandolo in “Incontro” (“forse questo era Dio: l’energia purissima dell’universo stellato”) e sul pianeta dove atterra l’astronave de “Il Signore del Creato”, gli abitanti sono diafane “creature antiche e sagge”. E non è forse casuale che, di fronte ad un evento impressionabile ed inspiegabile, gli uomini del futuro ricorrano, come in “Avamposto spaziale”, al conforto di un testo sacro, ovvero ipotizzino che “l’artista titanico” di “Ritorno da Venere” sia ancora vivente, una specie di divinità semi-immortale.


La guerra, l’ultima in ordine di tempo che l’umanità si fosse presa il lusso di scatenare e portare a termine, aveva sradicato dall’anima umana ciò che ancora restava della fede in Dio e in se stessa, facendo la maggior parte degli uomini vuoti involucri, vivi solo per attività biologiche più o meno intense. Sopraffatti dal terrore, travolti dallo shock terribile, pochi reagirono o trovarono il coraggio di farlo, sostenuti in questo da una vaga fede in ancor più vaghi ideali”, si legge in “La Piccola Sirte” dove la coppia dei protagonisti giunge su Marte mossa da valori dimenticati, combatte nel loro nome in una vera e propria zona di frontiera dove non si crede in nulla ed alla fine riesce ad imporli. Anche i “cosmici” che adorano il “Signore degli Spazi” in “Marte! Marte!” Sono mossi da sentimenti puri e non più condivisi: essi abbandonano la Terra “non perché la odiassero, ma per un gesto di protesta contro la decadenza della sua civiltà millenaria che pian piano veniva soffocata” dalle guerre, dalle malattie, dalla “dissoluzione morale di milioni d’individui”: infatti, “gli uomini nascondevano sotto l’ambito del’indifferenza la propria incapacità a continuare nella lotta antica di millenni per la conquista della verità”. Viceversa, i “cosmici” volevano “vivere in un altro modo”, il che equivaleva a “vivere in un altro mondo”, giacché “credevano nel futuro degli spazi, nello spirito cosmico di Dio”: le idee che essi coltivavano, il loro modo di vivere e la religione professata, li facevano stranieri sulla Terra, dove si riteneva invece che “l’Universo è negato all’uomo”. Ma sul pianeta rosso dove sono emigrati, gli adulti soccomberanno ad un misterioso “morbo marziano”: soltanto i bambini sopravviveranno entrando in simbiosi con i vari esseri che lo popolano e ritornando poi sulla Terra in un modo originale ed incredibile.


Marte è ancora al centro di un’altra storia, quasi fosse per Ivo Prandin il pianeta dei pianeti, il simbolo dell’ultima frontiera, quella spaziale, per l’uomo di domani. “La gloria di Marte” descrive in pratica lo scontro morale tra i suoi valori e quelli della Terra, della poesia contro la brutalità: “Marte era l’orgoglio di milioni di uomini di grande volontà. Essi che sulla Terra avevano sofferto la brutalità, la dittatura, il sangue fratricida, la guerra, ogni violenza scatenata dall’uomo stesso contro i suoi simili, ora avevano dimenticato… Essi sapevano che il male può distruggere anche attraverso i ricordi, con la sua presenza oscura e velenosa. Chi aveva superato questo pericolo, poteva a ragione essere definito “eroe”. Uno scontro morale che s’incarna, come nelle tragedie greche, in una lotta all’ultimo sangue fra un padre criminale ed un figlio poeta (che compone versi mentre guida un’astronave) nel cosmo, come fra due “cavalieri spaziali”.


Dietro la trama avvincente, dietro le invenzioni grandiosi, dietro la scrittura accattivante dell’autore veneto c’è sempre un tema profondo che forse non ci si sarebbe mai aspettati di trovare in storie “spaziali” e di tipo avventuroso di trent’anni fa: il rimorso ed il suicidio (“L’astronave di cristallo”), la guerra e il libero arbitrio (“Hanno rubato la Luna”), la dittatura (“La torre dell’eternità”), la sovrappopolazione e la limitazione delle nascite (“Intruso”), la libertà di pensiero (“Marte! Marte!”), il problema della creazione artistica (“L’ultrapittura del signor Afderi”), della vecchiaia (“L’ultimo viaggio e la metamorfosi di capitan Roddy”), o quello dell’emarginazione a causa della malattia (“Il pianeta degli uomini perduti”), il condizionamento mentale (“S.O.S. Tycho!”), l’amicizia sino al sacrificio (“La magnifica avventura”). Naturalmente, vi sono anche storie di tutto disimpegno, in cui l’autore si abbandona al racconto, all’avventura, all’uso di quei “luoghi comuni” fantascientifici che oggi si condannano così facilmente ma che ieri sono stati indubbiamente uno dei numerosi modus narrandi che hanno avvicinato tanti giovani alla science-fiction: nei due suoi brevi romanzi, Lassù a Meteor Town e Ladri di asteroidi, Ivo Prandin, gioca a quel “gioco meraviglioso della fantasia” teorizzato nei suoi articoli. Ecco dunque i Cavalieri dello Spazio, i gangster del futuro, le principesse bellissime e gli Imperi, i marziani “alla Burrough”, i duelli con il disintegratore, l’atmosfera di “western spaziale”, le battaglie fra i pianetini, la lotta-cattura-fuga rocambolesca, la superscienza. Perché storcere la bocca di fronte alla ri-attualizzazione in chiave moderna e futuristica di tanti topoi della narrativa avventurosa di tutti i tempi? Soltanto con il senno (distorto) di poi ci si può permettere di giudicare negativamente tutto ciò: ancora adesso, alla fine degli Anni Ottanta, i giovani vanno alla ricerca di queste cose, e le trovano anche se camuffate nei modi acconci per una conclusione di millennio… In fondo l’eterna lotta degli eroi contro i vilains, del Bene contro il Male. Allora alla fine degli Anni Cinquanta, erano più che adatti gli sfondi ed i personaggi che Prandin, in certi suoi racconti, dava, così come li dava tanta fantascienza anglosassone. E, viceversa, soltanto con il senno di poi, analizzando a fondo certe sue altre trame, ci si accorge che c’era qualcosa di più di quanto una vicenda affascinante su mondi alieni e in un tempo lontano offriva agli occhi di un adolescente.


Due, con gli occhi invece di trent’anni dopo, sono i racconti che mi hanno più impressionato da questo punto di vista: “L’ultimo viaggio e la trasformazione di capitan Roddy” e “La magnifica avventura”, in entrambi i quali trovo una fusione quasi perfetta tra avventura e “messaggio”, disimpegno e impegno, fantasia sbrigliata e temi “spirituali”, spazio esterno e spazio interno.


L’ultimo viaggio” si presenta di primo acchitto come una specie di apologia della condizione di astronauta: è la storia di due vecchi spaziali, Livius Cornell e Timmy Olone, che non vogliono concludere la loro vita con i piedi a terra ma nell’immensità del cosmo. Storia romantica forse di due pensionati che rimembrano “i tempi felici della giovinezza”. Ad un secondo approccio, però, ecco che la storia ci appare come una analisi, e forse una meditazione, sulla vecchiaia: gli anziani sono inutili? A che servono? Che prospettive ideali hanno oggi, e nel futuro? E poi delle persone che hanno svolto sempre una vita attiva e avventurosa si adatteranno a non far più nulla, a non avere alcun ideale? Ecco che allora una considerazione come “meglio morire lassù e confonderci col fuoco delle stelle che invecchiare quaggiù senza gloria”, perde ogni suo aspetto retorico per risolversi in tensione morale, etica, come lo scrittore veneziano prospettava nei suoi articoli teorici sulla narrativa di fantascienza. Ma ad un terzo livello di analisi, c’è ancora qualcosa in più: i due spaziali in pensione che riattivano la loro vecchia astronave non restano dei personaggi di volta in volta buffi o simpatici o grotteschi come ne abbiamo visti tanti in situazioni simili nella science fiction americana dell’Età d’Oro, ma diventano il simbolo del desiderio umano di trascendenza. È esagerato? Essi non si imbarcano nella loro avventura solo perché “il prossimo traguardo era la morte”, ma anche perché in questo modo imboccano la strada della “evoluzione” degli “astronauti azzurri” quali anch’essi sono, divenuti tali per essere stati esposti alle radiazioni durante l’intera vita. E che “evoluzione“ è la loro? Il “passaggio dalla condizione corporea a quella più nobile… una sequenza d’energia condensata”: in altri termini in “anima”! Essi sentono l’impulso, il desiderio di raggiungere “capitan Roddy” nella sua “trasformazione”, raggiungerlo su “un pianeta immenso dove la morte non ha senso”. E alla fine, come in una visione, scopriamo che il comandante di Livius e Timmy è una donna meravigliosa dai capelli biondi, di cui tutto l’equipaggio si era segretamente innamorato. Ciò che spinge i due anziani astronauti è dunque non soltanto il ripudio di una “turpe vecchiezza” materiale e corporea, ma anche il desiderio di trascenderla raggiungendo un status superiore: quel “corpo astrale” definito un “premio” per la loro fedeltà. Fedeltà al compito di astronauti, alla missione di esplorare lo spazio, alla dedizione verso la “capitana”. La “evoluzione” degli “azzurri” è questa e così essi diventano, in un’esplosione finale di luce, pura energia, completamente ”liberi”, “senza limitazione alcuna”. Il simbolo femminile aiuta i due ad avere il coraggio di affrontare l’ultimo passo, quello della autodistruzione per andare oltre la loro condizione umana. Questo aspetto che potremo definire etico-spirituale, si trova anche ne “La magnifica avventura” che solo in apparenza sembra una storia completamente disimpegnata. E proprio così l’intese nel 1960 chi ne scrisse il breve “cappello” di presentazione sulle pagine di Oltre il Cielo: “la storia di Aberth Rohne e del marziano Yo Aahl, prode cacciatore, non è certo qualcosa di grande, ma le loro avventure sono avvolte da una atmosfera così schiettamente fantastica, e per certi verso anche patetica, che meritano secondo noi di essere raccontate”. Sembrerebbe, quasi, che la storia sia stata pubblicata controvoglia… Forse l’aver posto Prandin l’accento su alcuni aspetti esteriori della trama come la figura dei due protagonisti (“lo smilzo e il ciccione di tante amicizie”), la missione esplorativa su un pianeta sconosciuto, il mistero che grava sul fallimento delle precedenti spedizioni, i “mostri” e così via, può aver indotto a pensare che ci si trovasse di fronte ad una fantasia completamente svincolata da ogni problema più importante. Invece, l’avventura del terrestre e del marziano sull’inesplorata Venere è veramente qualcosa di “magnifico” (come indica l’autore nel titolo), qualcosa di “grande” (come nega il cappello), senza avere invece nulla di “patetico”: al contrario è una esaltazione dell’amicizia tra esseri diversi, amicizia sino al sacrificio di sé, e - come ne L’ultimo viaggio – la riaffermazione che l’essere umano (terrestre o marziano che sia) non è solo corpo, ma qualcosa di più e di meglio e può raggiungere una nuova condizione superiore. Tutto questo in un racconto di fantascienza avventurosa? Sembra proprio di sì. “La materia in condizioni particolari, eccezionali”, dice Yo Aahl, “si trasforma, subisce delle modificazioni. Questo perché non dovrebbe accadere anche a noi?”. Ecco, mi pare che potrebbe essere proprio una tale “filosofia” in alcuni casi esplicitata, in molti altri sottintesa, a caratterizzare la fantascienza scritta da Prandin su Oltre il Cielo.


Tutto il racconto, dopo un inizio “classico”, è condotto su questo registro: la metapsichica” applicata alla guida nel cosmo,”l’ospite invisibile” a bordo dell’astronave, la rivelazione che l’anima dei marziani dopo la loro morte può entrare nei sogni, il “corpo astrale” dell’astronauta che a causa di un “trauma psicofisico” si stacca dal corpo durante il viaggio nello spazio (“I maghi di Tau-Cei”), attraversando un “vacuum adimensionale” “l’Io corporeo” degli astronauti diventa “trasparente”, il combattimento con il proprio “doppio” (“un nemico dentro di te che, nelle particolari condizioni della materia nel cosmo, si è liberato formando un secondo te stesso”, cioè “il demone dell’inconscio, il primitivo, l’illogico”), il sacrificio del marziano per salvare l’amico da questa “belva incosciente e curiosa”, la sua trasformazione in un “vortice di energia”. Non c’è nulla di “patetico” in tutto ciò, mi sembra, ma viceversa parecchio di “grande”… Soprattutto considerando il perché Yo Aahl si comporta così: aveva detto il marziano al suo amico terrestre durante il viaggio verso Venere: “Noi pensiamo che le parole non abbiano molta importanza, tutto considerato. Piuttosto è quel che si fa a dar valore agli esseri viventi”. Per questo accetta di morire opponendosi al “fantasma”, al “mostriciattolo”, allo “spiritello maligno”, che è l’inconscio del terrestre esteriorizzatosi. È in questo senso che si deve intendere il termine di “corpo astrale” usato da Prandin, mentre ne L’ultimo viaggio ha un senso più positivo: potrebbe trattarsi di una non completa comprensione del vocabolo tecnico, o anche ritenere che lo scrittore veneto lo concepisca in rapporto all’interiorità dei personaggi: positivo per Cornell ed Olone, negativo per Rohne. Potrebbe anche essere che l’idea sia nata in Prandin dopo la lettura di “Fantasma Cinque”, una delle più note avventure della serie “AAA Asso” di Robert Sheckley (tradotta su Galaxy del dicembre 1959), ma lì la trama era umoristica ed in fondo la trovata serviva soltanto per una serie di situazioni straordinariamente satiriche ma superficiali. Qui la situazione è assai diversa e molto più seria: il “messaggio”, se vogliamo usare questo termine impegnativo, è tutt’altro.


C’è una sensazione diffusa che nasce nel lettore dopo un esame complessivo delle storie di Prandin, le ottime, le buone e le standard, tutte interessanti, tutte godibili, nessuna mediocre: il rendersi conto che lo scrittore considera lo spazio come la prossima, naturale frontiera dell’umanità, l’universo come un luogo in cui “non siamo soli”, anzi circondati da un formicolare di altre creature buone o cattive non importa; il mondo di domani come una proiezione dei nostri attuali pregi e difetti, sia personali che collettivi; il futuro aperto ad ogni evenienza sia ottimistica (si pensi a certi “primi contatti” come in “Intruso” o a certe “invasioni sventate” come ne “I folletti e il Carnevale”) che pessimistica (e si pensi al terribile “Il Signore del Creato” o all’ultima storia apparsa sulla rivista romana, “Tuffo nel profondo silenzio”). Prandin visualizza a tal punto la società cosmica creata dall’umanità del futuro, che quasi tutte le sue vicende le descrive dando praticamente per scontato, noto, un generale background sociale, culturale, storico, addirittura folkloristico: cose e persone hanno nomi e soprannomi che presuppongono vicende precedenti, vi sono riferimenti a usi e costumi, abitudini, strutture sociali, addirittura a episodi, edifici, monumenti, canzoni, facenti parte di quella che potrebbe definirsi una “mitologia del futuro” che lo scrittore aveva dentro di sé e che soltanto parzialmente e per indiretti riferimenti mette per iscritto e comunica al lettore, ma che dà per già acquisita. Sicché molte delle avventure raccontate danno l’impressione di far parte di un tutto unico, di una narrazione, fra lo storico e il cronachistico, di vicende già note e che Prandin narra dopo averle incontrate in qualche vecchio resoconto custodito in un archivio galattico. Contribuisce, ad esempio, a dare tali sensazioni un certo tipo di struttura sociale cui l’autore fa riferimento in vari racconti divisa in strati, in “classi”, alcune delle quali più privilegiate a torto o a ragione, ed altre meno: gli scienziati e i tecnici in “L’automa innamorato”, i “signori” ne “Il Signore del Creato”, gli “eletti” in “Intruso”. Tipica anche la concezione della “conquista dello spazio” costi quel che costi, sino al punto che non ha importanza che genere di persone o creature partiranno verso le stelle, siano essi robot impazziti come ne “L’automa innamorato”, o folli e delinquenti come in “Da qui alle stelle”, o al limite malati inguaribili come ne “Il pianeta degli uomini perduti” o scienziati nazisti (poi pentiti) come in “Naufraghi spaziali”. L’importante, sembra dire Prandin, è svincolarci da “quest’atomo opaco del male”, per usare il famoso verso di Pascoli che lo scrittore mette come epigrafe di “Pianto di stelle”, fulminante apologo sul “non siamo soli”.


Naturalmente, fra le trenta storie apparse su Oltre il Cielo (e qui riunite in ordine cronologico) ce ne sono di impegno diverso: ma è anche questo un lato tipico ed affascinante della fantascienza di Prandin: passare dalla tipica Space opera di “Primo incontro con Zertum” o “Il pirata dello spazio”, o “Sorpresa da Saturno” o “Lassù… a Meteor Town” o “Ladri di asteroidi”, alla shockante anticipazione dei wargames e dell’assenza di autonomia decisionale di “Hanno rubato la Luna!”, o alla tremenda denuncia dell’antropomorfismo, della presunzione umana e della incapacità di capire il “diverso” de “Il Signore del Creato”; da storie brevi e intense come “Avamposto spaziale”, “Incontro” o “Pianto di stelle” a vicende di più ampio respiro come i due romanzi brevi; da storie angosciose come “Nascita dell’Inferno” e “Terrore a Venus Creek” a divertissement “alla Kolosimo” come “I Folletti e il Carnevale”.


Una capacità affabulatrice (come si direbbe oggi con termine sofisticato) che Ivo Prandin per fortuna non ha mai perso: “Se ho lasciato Oltre il Cielo”, egli afferma, “non ho abbandonato la fantascienza. Direi anzi che è stata la fantascienza a non lasciare me: la mia vena di narratore scattava continuamente oltre i bordi, era il fantastico che come un polline si era sciolto nei pensieri”. Sicché, sulle pagine del Gazzettino di Venezia dove Prandin ha compiuto tutto il cammino della sua professione giornalistica sino a diventare capo-servizio del settore culturale, ha potuto condurre per anni una rubrica prima settimanale poi quindicinale, intitolata Realtà e Fantasia, e pubblicare due brevi romanzi, uno fantascientifico ed un altro fantastico: Il barone della Luna (in trenta puntate nel 1980) e Luoghi profondi (in venti puntate nell’agosto 1987). Non per nulla possono essere definiti “strani”, “insoliti”, “misteriosi” i due romanzi usciti per l’editoria “normale”: Quando cadde quella cosa (edizioni del Ruzante, Venezia 1978) e Il progetto (Vallecchi, 1980).


Il fatto è”, spiega ancora Prandin, “che la fantascienza mi serve per esprimere una realtà di cui non so dare un giudizio «politico»; il cocktail di realtà e di fantasia (fantascientifica) è il mio modo più facile di esprimermi, di raccontare situazioni abnormi, estremistiche, semi-umane (o troppo umane)”. Non è, in fondo, lo stesso programma abbozzato nei due articoli di Oltre il Cielo, precedentemente citati? In trent’anni non sono mutate le premesse e le intenzioni anche se, come egli afferma, “sono certo cambiato rispetto alla stagione di Oltre il Cielo, ma che cosa o chi non è cambiato da quegli anni? I temi non sono più quelli – e così lo stile – anche se ogni giorno io mi trovo (e non ci avevo fatto caso) davanti ad una «frontiera», dove al posto degli Asteroidi c’è qualche barriera politica, religiosa, razziale e così via. E, a proposito di razzismi”, egli conclude, “io non ne ho alcuno oggi verso la fantascienza, e continuo a leggerla e spesso a raccontarne certi autori. Ci sono grandi autori di science-fiction che sono in ogni caso grandi e godibilissimi: uomini e donne che fanno saltare i confini e le barriere con un semplice sorriso. Nella loro scia, e come si dice da noi «nel mio piccolo», io non mi chiudo in convento e non mi iscrivo a P2 estetiche. La fantascienza è vitale, se la si vitalizza con un po’ di amore e con il coraggio di volare”.


Nel 1959 Ivo Prandin chiedeva alle “nuove leve” fantascientifiche italiane “molta sincerità”, “molta buona volontà e passione”, “grande abbandono all’ispirazione, al gioco meraviglioso della fantasia”. Siamo sempre lì. Credo proprio che Ivo Prandin sotto questo aspetto sia stato un “buon maestro” e che non abbia come altri “predicato bene e razzolato male”. In queste sue storie pubblicate tra il 1958 e il 1963, ha dimostrato tutto ciò: non solo “sincerità”, “buona volontà”, “passione”, “ispirazione” e “fantasia” come chiedeva allora: non soltanto “un po’ d’amore” e “il coraggio di volare” come chiede oggi; anche una tensione morale, una preoccupazione etica, uno slancio spirituale caratteristici tra gli autori che fondarono la nostra fantascienza e che distinguono ancora (come mi auguro di aver dimostrato) la sua lontana produzione. Essa merita allora, come quella degli altri scrittori coinvolti nella “Operazione Nostalgia”, di essere riproposta alle generazioni dei lettori degli Anni Ottanta e segnalata alla loro attenzione.


Gianfranco de Turris

Roma, ottobre 1987 - giugno 1988


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