LE PROFEZIE DI “FAHRENHEIT 451”
“Per ogni
cosa c’è una stagione. Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della
costruzione. Sì.
Il tempo del silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo.
Ma che altro? Che altro ancora? Qualcosa, qualcosa...”
All’inizio degli Anni Cinquanta Ray Bradbury era
già un autore noto ed apprezzato, benché appena trentenne (essendo nato nel
1920). Aveva infatti esordito nel 1941 su una rivista popolare di fantascienza,
Super Science Stories, e l’anno dopo
era apparso per la prima volta sulle pagine di Weird Tales, il mensile di storie bizzarre, fantastiche e macabre,
che aveva avuto fra le sue colonne negli Anni Trenta nomi come H.P.Lovecraft e
Robert Howard, per quale il ventiduenne Bradbury iniziò a scrivere alcune delle
sue storie migliori. Era l’epoca di quelli che comunemente si definiscono i pulp magazines, le riviste “di genere”
stampate su carta povera, il cui contenuto era però spesso originale. E su
quelle testate Bradbury iniziò a pubblicare la serie di racconti che poi nel
1950 collegò e coordinò con il titolo complessivo di Martian Chronicles, un’opera che ottenne uno straordinario successo
in quanto faceva vedere la colonizzazione del pianeta Marte da un punto di
vista insolito per la fantascienza dell’epoca, più umano, romantico e
favolistico, non esente da critiche nei confronti della iper-tecnologizzazione
e della discriminazione culturale.
Ma l’inizio degli Anni Cinquanta vide per gli Stati
Uniti il prodursi di due avvenimenti laceranti in politica internazionale e in
politica interna: la guerra di Corea, con l’invasione nel maggio 1950 del sud
della penisola inizialmente da parte dei nordcoreani e poi dei soldati cinesi
che superarono il confine del 38° parallelo, e quindi l’intervento militare
dell’ONU ed americano in difesa del governo di Seul (nel dicembre 1950,
inoltre, la Cina invaderà il Tibet, un paese libero e indipendente, ma definito
da Mao “una regione da riunire alla madrepatria”); la designazione nel febbraio
1950 a capo di una speciale Commissione, creata già nel 1938 da Roosevelt per
indagare e reprimere le “attività antiamericane”, del senatore repubblicano
Joseph McCarthy: in sostanza un’indagine, e relativa repressione, nei confronti
di tutti coloro i quali venivano ritenuti comunisti e filo-URSS, soprattutto
nel mondo della cultura, del cinema e della pubblica amministrazione, così come
alla vigilia della seconda guerra mondiale e durante il suo svolgimento aveva indagato
sui filo-nazisti ed i filo-fascisti portando in tribunale, che li condannò a
vari anni di carcere, diversi cittadini americani di origine tedesca o italiana
ritenuti spie e sabotatori.
Gli USA,
che pur avevano vinto quell’immane conflitto alleati con l’Unione Sovietica,
avevano però poi anche, tra il 1946 e il 1949, visto cadere una ad una in mano
a regimi marxisti tutte le repubbliche dell’Europa dell’Est: era iniziata la
cosiddetta “guerra fredda”, il cui culmine di tensione si era
verificato con il blocco sovietico di Berlino nel giugno 1948: sconfitto
il nazismo, il nuovo nemico era adesso l’ex alleato comunista. All’orizzonte,
forse, una terza guerra mondiale per l’egemonia planetaria, di certo ancor più
devastante della precedente dopo che l’URSS aveva dimostrato di essere in
possesso della bomba atomica (1949), talché il presidente Truman nel gennaio
1950 disponeva che venisse studiata la bomba all’idrogeno, la cui prima
esplosione avverrà nel novembre 1952. Su queste basi non ci si deve meravigliare
che tra i politici americani, ma anche in parecchii strati della popolazione,
sorgesse in quel periodo la paura che all’interno degli Stati Uniti prendesse
vita una “quinta colonna” comunista, soprattutto in alcuni ambienti
intellettuali teoricamente più sensibili ad un allettamento politico-ideologico
pseudosociale e pseudopacifista, cosa che già negli Anni Trenta, all’epoca
della guerra di Spagna, si era verificato.
Lo scoppio della guerra di Corea, provocata dai
comunisti del Nord, a pochi mesi dall’insediamento di McCarthy a presidente
della Commissione senatoriale di indagine sulle attività antiamericane, costituì l’elemento di congiunzione fra i
due avvenimenti internazionali e interni esattamente negli anni in cui Bradbury
scrisse e pubblicò, in due momenti, il romanzo di cui qui ci occupiamo.
Entrambi gli eventi si protrassero lungo tre anni, sino al 1953 (a luglio venne
firmato l’armistizio in Corea) e al 1954 (quando McCarthy fu rimosso dalla
presidenza della Commissione con una mozione di sfiducia).
Per quasi cinquant’anni il “maccarthismo” è stato
sinonimo di oscurantismo culturale, di “caccia alle streghe”, di ossessiva e
patologica paura del comunismo e, in senso lato, del “diverso” completamente
immotivata, di clima di delazione, di condanna d’innocenti e così via. Come
ogni “inquisizione” che si rispetti senza dubbio la Commissione presieduta dal
senatore repubblicano commise eccessi e abusi e forse perseguitò degli
innocenti, ma oggi conclusa la “guerra fredda”, apertisi gli archivi di Mosca e
quelli del KGB in particolare, emersi, pubblicati e studiati documenti sinora
segretissimi, si delinea un panorama della politica occulta delle grandi
potenze, della guerra sotterranea internazionale, dagli Anni Cinquanta agli
Anni Ottanta, ben diverso da quello che la vulgata
dei giornaliisti e degli intellettuali ci aveva voluto dare per definitivamente
stabilito ed immutabile. Infatti, è stato pubblicato alla fine del 1999 negli
Stati Uniti un libro, McCarthy:
Re-examing the Life and Legacy of America’s Most Hated Senator, in cui
Arthur Herman, uno storico della George Mason University, in fondo riabilita
“il senatore più odiato d’America”: l’opera “revisionista” cade peraltro in una
situazione in cui sono ormai dati accertati, anche se poco divulgati, il fatto
che la rete spionistica sovietica in USA era assai più capillare di quanto si
potesse pensare in passato, che il Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA)
era uno strumento reale del KGB, che Julius Rosemberg (finito con la moglie
sulla sedia elettrica il 19 giugno 1953 fra le proteste generali) era senza
alcun dubbio una spia sovietica, e che tale era anche il fisico nucleare Robert
Oppenheimer, capo del Progetto Manhattan, considerato sino ad oggi sempre
ingiustamente perseguitato. La pubblicazione in USA del cosiddetto Rapporto
Venona (lo studio che raccoglie i messaggi cifrati fra l’Unione Sovietica e i
suoi agenti negli Stati Uniti durante e dopo la seconda guerra mondiale) e dei
documenti usciti dalla Lubjanka, la sede del KGB, dopo il 1989, ha convinto di
queste realtà sinora ignorate o nascoste anche storici americani di sinistra,
sia la Old Left, sia la New Left, come recapitola Augusto
Minzolini in una corrispondenza da New York (Maccartismo: il diavolo aveva ragione, in La Stampa, 15 dicembre 1999, p.23).
È dunque in questo particolare clima di sospetti e
di paure, protrattosi per tutti gli Anni Cinquanta, che escono libri e film che
lo rispecchiano da diversi ed opposti punti di vista, di allarme e di denuncia,
pro e contro, quindi non soltanto contro come spesso si tende a far credere. La
paura e la messa in guardia nei confronti dell’infiltrazione inavvertita di una cultura aliena e nemica che potrebbe
portare al condizionamento della popolazione, è ad esempio evidente in un famoso
romanzo di fantascienza come The Puppet
Masters (“I burattinai”, noto in Italia come Il terrore dalla sesta luna) di Robert Heinlein, pubblicato a
puntate sul mensile Galaxy nel
settembre-novembre 1951 e in volume subito dopo in quello stesso anno, e nell’altrettanto
famoso The Body Snatchers (“I ladri di corpi”, in italiano Gli invasati) di Jack Finney, apparso
anch’esso a puntate, ma su un settimanale non di fantascienza, il Collier’s, nel dicembre 1954, ed in
volume l’anno dopo: il tema dello spossessamento della mente (come nell’opera
di Heinlein) e addirittura del proprio corpo, con quelli che poi si sarebbero
chiamati cloni, come nel romanzo di Finney, ad opera di un potere straniero e
invisibile, era così sentito che all’epoca anche riviste non fantascientifiche
gli concedevano spazio, ed un regista già famoso come Don Siegel realizzava nel
1956 un film dallo stesso titolo da quest’ultimo romanzo, appunto The Body Snatchers, entrato nei
“classici” del genere e che in Italia prese il titolo ancor oggi popolare de L’invasione degli ultracorpi. libri e
film che la critica fantascientifica “impegnata” aveva posto all’ndicee e che
ogggi invece proprio per questo bisogna rivalutare con una più giusta e
contestuale “lettura”.
Ed è
proprio su Galaxy, la testata di science fiction uscita appena da un anno
e già affermatasi per il modo nuovo di affrontare l’argomento, che Ray Bradbury
pubblica, nel febbraio 1951, un romanzo breve intitolato The Fireman, “Il pompiere”; sei mesi dopo apparirà il citato romanzo
di Heinlein: una testata che ha fama di essere “progressista” non ha alcuna
remora a dare spazio ad autori tanto diversi fra loro che affrontano entrambi,
secondo le loro idee, una problematica che all’epoca era dunque assai sentita.
Una bella lezionzina di democrazia per i nostri curatori fantascientifici
“militanti”. Bradbury amplierà due anni dopo il suo romanzo breve in volume con
il titolo, poi divenuto famosissimo, soprattutto dopo il pur non eccezionale
film del 1966 di François Truffaut, di Fahrenheit
451, e che poi è la temperatura alla quale si produce l’autocombustione
della carta secondo la scala ancor oggi in uso nei Paesi anglosassoni al posto
della gradazione Celsius, e che corrisponde a 221,5 °C. Clima che si respira ad
ogni riga della sua opera: è la società che potrà svilupparsi da certi
presupposti quella condannata da Bradbury, presupposti che lo scrittore vedeva
nascere ormai dappertutto. Disse infatti in una intervista del 1966, tradotta
in italiano sul mensile Gamma del
mese di maggio, che la sua denuncia era rivolta “a qualsiasi forma di tirannia
nel mondo, fosse essa di destra, di sinistra o di centro, in qualsiasi epoca”.
Se, dunque, il romanzo aveva tratto lo spunto dalla cosiddetta “caccia alle
streghe” nei confronti degli intellettuali progressisti americani
(filocomunisti o meno che fossero) da parte della Commissione McCarthy,
l’obiettivo della critica di Bradbury è più ampio, come ha di nuovo ricordato,
cinquant’anni dopo, lo stesso scrittore: “Fahrenheit
451 raccontava esattamente questo, lo straordinario potere della
letteratura. Quando fu pubblicato in Unione Sovietica non capirono che parlava
anche di loro e nel mio piccolo credo di aver dato un piccolo contributo a far
cambiare idea ai russi” (Bradbury: sono
diventato un mostro di attivismo, in La
Repubblica, 20 agosto 2001, p. 29).
Fahrenheit
451 è un romanzo che descrive non
il migliore dei mondi possibili, come è una utopia, ma il peggiore dei mondi possibili, naturalmente dal punto di
vista del suo autore: un romanzo di accorata denuncia, di (possiamo dire oggi,
a 50 anni di distanza) terribile anticipazione e purtroppo inutile messa in
guardia. Si tratta, allora, di una antiutopia o distopia (il termine di “utopia
negativa” spesso usato, è improprio e inesatto) il cui nucleo critico è non la
scienza, non la politica, non il controllo sociale, non la repressione sessuale
come in altri grandi classici (Il mondo
nuovo, 1984, Noi, ecc.), bensì la cultura:
Ray Bradbury, da inguaribile umanista e romantico, da uomo della provincia,
lancia l’allarme nei confronti di una società prossima ventura in cui la
cultura non viene del tutto abolita, ma si trasforma, si livella verso il
basso, si massifica abnormemente e viene accettata soltanto se diffusa
attraverso i media visivi, in pratica
la TV. Pericolo i cui germi erano presenti già nella società americana
all’inizio degli Anni Cinquanta e che oggi, all’inizio del nuovo
secolo/millennio, essendo questi giunti a completa fioritura, incombe sempre
più, grazie anche ai progressi proprio di quei mass media visivi che stanno avendo il sopravvento sui classici
strumenti di comunicazione cartacea, come purtroppo dimostrano recentissime
statistiche (maggio 1999): basti ricordare che durante il 1998 il 65 per cento
degli italiani non ha preso in mano nemmeno un libro, mentre circa il 50 per
cento della popolazione adulta (dai 14 anni in su) non ne legge mai uno, sicché il nostro Paese è
l’ultimo in Europa come spesa pro-capite per l’acquisto di libri; inoltre negli
Stati Uniti, benché questa spesa sia di 96 dollari a persona rispetto ai nostri
39, sempre nel 1998 si è verificato un calo del 20 per cento nel consumo dei
libri fra i giovani al di sotto dei venticinque anni, giovani che frequentano
sempre meno le librerie. Tutto ciò a vantaggio del commercio elettronico?
Purtroppo no: nonostante un incremento della vendita telematica dei libri,
un’indagine della Book Industry Study Group rivela che le loro vendite nel
complesso sono calate del 3 per cento. Diminuisce dunque la predisposizione attiva di scegliere, comprare e leggere
i volumi cartacei; aumenta la predisposizione passiva di assistere ai programmi televisivi 24 ore su 24, oppure
si viene travolti dalla cosiddetta “sindrome di Internet”, in cui la capacità
di scelta del singolo si ottunde e diviene quasi una monomania a causa delle
caratteristiche stesse del medium
telematico/visivo.
Il passaggio dalla cultura scritta a quella visiva è
riassunto da Bradbury nel 1953 con intuizione profetica, considerando anche che
vien posta intorno alla fine del XX secolo (lo si deduce da questa frase:“Il
nonno mi mostrò alcuni film ripresi dai razzi V-2 una volta, saranno cinquant’anni almeno”): i libri sono sempre
più sbrigativi, i classici vengono riassunti, le grandi opere iper-condensate,
la stampa popolare contribuisce con la sua titolazione sintetica e
onomatopeica, e poi “la durata degli studi si fa sempre più breve, la
disciplina si allenta, filosofia, storia, filologia abbandonate, lingua e
ortografia sempre più neglette, fino ad essere quasi del tutto ignorate”.
Scompaiono le opere di spessore e difficili, resta solo tutto quel che è
facile, semplice, divertente.
Inoltre, con la spiegazione che della evoluzione
della società (americana) dà a Montag, il protagonista di Fahrenheit 451, Beatty, il suo superiore nel corpo dei vigili del
fuoco, Bradbury annunciava già mezzo secolo fa l’ipocrisia della politically correctness: lui, difensore
di tutte le minoranze, trova il germe dell’errore culturale nel dar sempre e
comunque ragione a tutte queste minoranze, dato che lo scopo dello Stato è
quello di procurare la maggiore felicità possibile e di eliminare tutto quel
che provoca dispiacere e dolore: “Più numerosa la popolazione, maggiori le
minoranze. Non pestate i piedi ai cinofili, ai maniaci dei gatti, ai medici,
agli avvocati, ai mercanti, ai pezzi grossi, mormoni, battisti, unitarii,
cinesi della seconda generazione, oriundi svedesi, italiani, tedeschi, nativi
del Texas, brooklyniani, irlandesi, oriundi dell’Oregon, o del Messico (...)
Tutte le minoranze, fino alle infime, vanno tenute bene, col loro bagnetto ogni
mattina”. E poi: “La gente di colore non ama Little Black Sambo. Diamolo alle fiamme. Qualcuno ha scritto un
libro sul tabacco e il cancro dei polmoni? I fabbricanti e fumatori di sigarette
piangono? Alle fiamme il libro! Serenità, Montag, Pace. Montag (...) I funerali
sono dolorosi e pagani? Annulliamo anche i riti funebri”. E ancora: “Noi
dobbiamo essere tutti uguali. Non è che ognuno nasca libero e uguale, come dice
la Costituzione, ma ognuno vien fatto uguale.
Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro; dopo di che tutti
sono felici”. Conclusione: come si è giunti alla situazione che Montag vive
sulla sua pelle? “Non è stato il Governo a decidere; non ci sono stati in origine
editti, manifesti, censure, no! ma la tecnologia, lo sfruttamento delle masse e
la pressione delle minoranze hanno raggiunto lo scopo, grazie a Dio! Oggi,
grazie a loro, tu puoi vivere sereno e contento per ventiquattr’ore al giorno”.
Sembra di vivere ai nostri giorni quando,
soprattutto nei Paesi di lingua inglese, l’ossessivo timore di “offendere” una
qualsivoglia minoranza condiziona il vivere civile e addirittura i vocabolari e
i dizionari. Ray Bradbury aveva dunque ragione a temere i pericoli di una
società che vedeva nella cultura umanistica e nelle opere di narrativa, poesia,
filosofia, teatro, storia e scienze umane in genere dei nemici. Singolare, ma
significativa la spiegazione di questa ostilità: i libri (e quindi gli autori
che li hanno scritti, la cultura che li ha prodotti) sono in contraddizione
l’uno con l’altro, quindi non dicono
la verità e provocano nel lettore angoscia e frustrazione: i libri rendono infelici. Essi, spiega Beatty, “parlano di persone
che non esistono, frutto dell’immaginazione, quando si tratti di narrativa. E
quando non si tratti di narrativa, sono cose ancora peggiori, diatribe tra
professori che si danno reciprocamente dell’idiota, urla di filosofi alla gola
l’uno dell’altro”.
L’esatto contrario della televisione, che nel mondo
immaginato da Bradbury è diventata onnicomprensiva ed invadente, proprio come
oggi: è quella che ora si definirebbe una TV interattiva, che cioè interagisce
con lo spettatore il quale può essere chiamato in causa addirittura per nome
dai personaggi di quelle che noi chiameremmo soap opera infinite, sit-com (situation comedies) interminabili:
divenire dunque attore fra gli attori, partecipare direttamente pur se
dall’esterno ad una vita fasulla (oggi la chiameremmo virtuale), ma che è
considerata vera rispetto a quella
ritenuta falsa descritta nei libri, vera
perché felice e senza problemi. Infatti, “il televisore è ‘reale’, è
immediato, ha dimensioni”, “la
‘famiglia’ è gente in carne ed ossa”, “l’ambiente in cui vi chiude è reale come
il mondo”, spiega il vecchio Faber a Montag. Bradbury immagina così un
salotto-tv le cui quattro pareti sono megaschermi (identici a quelli che fanno
da sfondo agli odierni varietà o talk-show,
o riempiono le piazze durante i comizi o i concerti o i campionati del mondo)
dove si muove una vita artificiale spacciata per reale, con assiso al centro lo
spettatore o più spesso la spettatrice, divenuto/a in tal modo membro di una
“famiglia” che è ora la sua.
Le conseguenze sono devastanti, per chi se ne rende
conto prendendo man mano coscienza di sé, come il pompiere Guy Montag, figura
centrale del romanzo: non esistono più rapporti interpersonali diretti, ma solo
mediati dagli avvenimenti televisivi, mescolando così i fatti della vita vera
con quelli della vita fittizia, al punto da non saperli più riconoscere;
attraverso il piccolo schermo è possibile coinvolgere gli spettatori e
comandarli a distanza (nel romanzo avviene durante la fuga di Montag inseguito
dal Segugio Meccanico); sicché alla fine la realtà artificiale creata dal
salotto-tv scaccia e allontana la realtà vera, quella esterna, quella naturale,
cui nessuno fa più caso e nessuno riconosce (è questa una polemica
antitecnologica tipica di Bradbury).
Sembra allora possibile rintracciare in Fahrenheit 451, particolare che mi pare
nessuno abbia rilevato finora, un’indubbia influenza di Nineteen Eigthy-Four, l’opera di George Orwell pubblicata nel 1950
e che sicuramente Bradbury conobbe e lesse: il mondo di una dittatura che
controlla i cittadini attraverso la televisione, la mistificazione della
storia, la manipolazione delle parole, sullo sfondo una guerra invisibile,
l’inutile rivolta del protagonista, la presenza di un capo inquisitore. Tutti
temi comuni alle due antiutopie. Mentre però lo scrittore inglese diede un tono
cupo e pessimista alla sua opera sino alla fine, lo scrittore americano non si
abbandona alla disperazione totale e lascia acceso un barlume di speranza,
anche se in una visione (curiosamente per il suo modo di pensare)
“apocalittica”.
La trama di Fahrenheit
451 è notissima, basandosi su un paradosso: i vigili del fuoco non spengono
gli incendi, ma li appiccano, sono chiamati cioè a
distruggere con getti di cherosene i singoli libri o le biblioteche che alcuni
ancora nascondano, benché siano trascorse alcune decine d’anni dalla loro
proibizione. È esattamente quanto era avvenuto negli Stati Uniti fra il 1919 e
il 1934 con il “proibizionismo”, il divieto di produrre, vendere e consumare
alcolici. Le insegne di questi pompieri così particolari sono, oltre il numero
451 sull’elmetto nero, la salamandra sul braccio e la fenice sul petto, due
animali che secondo la tradizione passerebbero indenni nel fuoco (il primo) o
risorgerebbero dalle proprie ceneri autocombuste (il secondo). Uno di questi
“uomini degli incendi”, “addetti agli incendi”, “uomini del fuoco”, “militi del
fuoco”, come vengono di volta in volta definiti, e addirittura “incendiari” o
“pirofili” (secondo la traduzione italiana di mezzo secolo fa ancora in
circolazione) - Guy Montag, appunto - non resiste alla tentazione di
appropriarsi ad ogni missione di un libro che nasconde in casa all’insaputa
della moglie, accanita spettatrice delle vicende infinite della sua “famiglia”
al centro del salotto-tv della loro casa. Ma due episodi lo fanno precipitare
in una crisi, che potremmo definire esistenziale, crisi che mette in
discussione i valori in cui crede da sempre: l’incontro notturno con Clarisse,
una ragazzina sedicenne, che gli rivela un modo di essere e di vita totalmente
opposto a quello da lui praticato, e l’ennesimo tentativo di suicidio della
moglie, quasi un fatto normale per quella società. La crisi porta Montag, nel
corso di un’ennesima operazione d’incendio, a rivolgere il lanciafiamme contro
il proprio superiore, il comandante Beatty, teorico della combustione dei libri
quali apportatori di male dopo esserne stato in gioventù un estimatore, e
quindi alla sua fuga.
Come in una dittatura di tipo stalinista secondo il
principio della rieducazione e dello spionaggio, è la propria casa che Montag è
costretto a bruciare dopo essere stato denunciato di possedere libri dalle
persone a lui più care e vicine, la moglie e gli amici: una perfetta pedagogia
del terrore, che vede l’ideologia prevalere sul sentimento di parentela o
familiarità, e lo stesso accusato partecipare alla propria punizione diretta o
indiretta.
Peraltro,
da sempre tutte le dittature hanno cercato di esercitare un controllo sul
pensiero e sul suo modo di esternarsi concretamente, sicché l’arma della
distruzione dei media con cui il
pensiero di volta in volta si estrinseca non è certo una novità, sia essa il
fuoco o altro, aggiungendosi magari anche la condanna, l’imprigionamento e la
messa a morte degli autori delle opere incriminate. Di certo il fuoco è il
metodo più eclatante, quello che di più colpisce l’immaginazione: la fiamma che
arde il papiro, la pergamena, la carta e oggi il floppy disk e insieme - almeno in apparenza, di certo
simbolicamente - anche il pensiero lì sopra fissato.
La storia è piena di roghi di libri, a cominciare
da quello delle opere di Cremuzio Cordo, nostalgico delle virtù repubblicane e
che considerava Cassio l’ultimo dei veri romani, decretato - come ci racconta
Tacito - dal Senato all’epoca dall’imperatore Tiberio, per continuare con
quello famosissimo ed emblematico che distrusse la Biblioteca di Alessandria ed
i suoi settecentomila volumi, insieme ai quali è andato perduto un immenso
patrimonio di cultura ellenistica: lo fece appiccare il califfo Omar, dopo che
nel 642 d.C. i suoi generali avevano conquistato la città, in base
all’argomentazione secondo cui quei libri se dicevano le stesse cose del Corano erano inutili e se dicevano cose
diverse erano pericolosi; e quindi con i roghi della Inquisizione in Europa e
dei missionari cattolici in America Latina che condannarono in tal modo
praticamente tutta la cultura precolombiana, facendo divorare dalle fiamme i
codici maya e aztechi. In epoca a noi contemporanea non è esistito soltanto il
rogo dei libri democratici e liberali bruciati dai nazisti di fronte
all’Università di Berlino nel maggio 1933, come di regola si ricorda, ma ci
sono stati, addirittura più numerosi pur se meno propagandati, anche quelli
accesi dalle Guardie Rosse durante la “rivoluzione culturale” maoista degli
Anni Settanta in cui vennero bruciate le opere dei filosofi cinesi classici,
come Confucio e Lao-tze, o quelli recentissimi, del 1998, cui sono stati
condannati da un tribunale di Barcellona circa ventimila fra volumi,
videocassette, audiocassette e poster perché ritenuti “revisionisti”,
sequestrati nella locale Libreria “Europa” al cui proprietario sono stati
inflitti cinque anni di prigione; e del luglio 1999, allorché il governo cinese
ha messo al bando per sovversione la setta millenarista dei Falun Gong (che
conta due milioni di adepti, o 70 milioni come loro stessi vantano, ed il cui
capo, Li Hongzhi, si è rifugiato negli Stati Uniti) ed ha arso pubblicamente
decine di migliaia di loro libri, manuali, opuscoli...
Come ha scritto Mario Infelise, nella conclusione
del suo I libri proibiti (Laterza,
1999), “non esiste potere che possa permettersi di rimanere indifferente alle
opinioni dei governati al punto di astenersi del tutto dal proposito di
influire su di esse. E in compiti del genere, non è detto che roghi e divieti
siano sempre gli strumenti più efficaci”. Nel senso che oggi il Potere, sia
esso democratico che dittatoriale, dell’Occidente come dell’Oriente, continua a
tener d’occhio l’opinione delle élites
e delle masse, cercando sempre di controllarla, indirizzarla e spesso anche
reprimerla ricorrendo a metodi sottili e non più eclatanti come i roghi
pubblici di libri (o videocassette o dischetti per computer). Il caso Echelon, mai del tutto risolto, insegna.
Di tutto ciò Ray Bradbury era perfettamente
consapevole. La sua indignazione di fronte al pericolo di un rimbambimento di
massa era tale da fargli auspicare la distruzione violenta di una società ormai
insopportabilmente becera e schiava della tecnica, per poi ricostruire qualcosa
di migliore sulla sua fumante tabula rasa,
allineandosi così con i molti “letterati della crisi”, categoria
“apocalittici”. Uomo e scrittore mite e nemico della violenza, Bradbury, di
fronte al lento assassinio della cultura umanistica che vedeva nell’immediato
futuro, esprime in Fahrenheit 451 il
desiderio di una purificazione planetaria, la discesa del fuoco celeste
(finalmente la guerra guerreggiata) e quindi la ricostruzione sulle rovine di
quella rasa al suolo di una più degna civiltà ad opera di una élite di uomini colti, gli uomini-libro,
gli uomini che avendo imparato a memoria un’opera famosa sono diventati essa
stessa. Una concezione che si potrebbe definire rivoluzionario-conservatrice,
tipica di un conservatore che non sopporta più la società in cui vive e ne
auspica da rivoluzionario la distruzione, ma non fine a se stessa: piuttosto
allo scopo di far rivivere una civiltà basata su valori diversi, quelli in cui
lui crede e che sono stati dimenticati. “Vagabondi all’esterno, biblioteche
all’interno”, ognuno di essi, grazie al proprio
ricordo, alla propria memoria è diventato un libro: Platone e Marc’Aurelio,
Shackespeare e Thoreau, Swift e Schopenhauer, i Vangeli e la bibbia, Buddha e
Confucio. Machiavelli e Darwin. “Non siamo che sovraccoperte di volumi” dice
uno di essi. Come i monaci del medioevo salvano lo scibile dell’epoca e come i
trovadori lo vanno a raccontare in giro.
Una
concezione anche che potrebbe far riferimento (direttamente o indirettamente
non sappiamo) alle “religioni del Libro”, le tre religioni monoteistiche -
ebraismo, cristianesimo, islamismo - ognuna delle quali si fonda su un testo
sacro: quindi, una visione palingenetica, dove è proprio il fuoco che questa
volta distrugge ma per purificare il mondo da una umanità indegna, perché
ridotta dall’incultura ad uno stato ebete e semi-bestiale. Una specie di ekpyrosis gnostica.
Sintomatica l’immagine che si evoca nelle pagine
conclusive del romanzo: ancora una volta la fenice che risorge dalle sue
ceneri; altrettanto significative le parole dello stesso Montag di fronte alle
rovine di Chicago distrutta dai bombardamenti: “Per ogni cosa c’è una stagione.
Sì. Il tempo della demolizione, il tempo della costruzione. Sì. Il tempo del
silenzio e il tempo della parola. Sì, tutto questo. Ma che altro? Che altro
ancora? Qualcosa, qualcosa...” Anche Ezra Pound, quasi in quello stesso
periodo, condannato da un tribunale americano al manicomio criminale per alto
tradimento, affermava che c’era un tempo per parlare e un tempo per tacere: tempus loquendi, tempus tacendi.
“La nostra civiltà sta disperdendo se stessa.
L’importante è sapersi tenere lontani dalla forza centrifuga che la distrugge”,
afferma Bradbury per bocca di Faber. Un monito valido nel 1953 e tanto di più
nel 2003.
Gianfranco de Turris
Post Scriptum
Nel 2003 Fahrenheit
451 compie cinquant’anni. Una buona occasione per rendere merito ad una
delle più significative antiutopie del Novecento. In che modo? È semplicissimo:
presentandone una nuova traduzione, o una accurata revisione di quella
esistente. Secondo un vezzo di praticamente tutti gli editori italiani, piccoli
e grandi, il romanzo di Bradbury è ripresentato sempre nella stessa versione
del 1956, quando venne pubblicato da Martello col titolo Gli anni della fenice, per poi passare dieci anni dopo, nel 1966,
negli Oscar Mondadori dove assunse il suo titolo originale. La traduzione era,
peraltro, del pur bravo Giorgio Monicelli, colui al quale si deve
l’importazione della fantascienza in Italia (tra l’altro fondò Urania nel 1952), ma oggi è
irrimediabilmente invecchiata per la terminologia usata e per alcuni giri di
frase al punto da essere, in alcuni casi, stridente al nostro orecchio (ad
esempio: “sotterranea”, “capitani incendiari”, la velocità in miglia invece che
in chilometri con risultati grotteschi ecc.). Senza contare i refusi e le
parole travisate (tanto per fare un paio di esempi: tetto/letto,
esplorazione/esplosione, ecc.). Gli editori non si preoccupano di far
ritradurre anche opere famose e importanti per ignorante superficialità, per
pigrizia burocratica, per non sprecare tempo e per non spendere altri soldi. È
auspicabile che Mondadori superi tutte queste remore e renda un doveroso
omaggio a questo piccolo classico.
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Scriptum 2
Il Caso certe volte si intrufola nelle nostre
attività in modo strano. Avevo concluso la versione originale di questo scritto
(una conferenza per la prima edizione di Ferrara Letteratura, organizzata da
Roberto Pazzi), allorché il 14 maggio 1999 l’Associazione Italiana Editori ha
reso noto con un suo comunicato che, al termine di “una lunga e complessa attività di intelligence della Polizia Postale delle Comunicazioni”, è stato
“scoperto in Italia il primo sito con home-page
riproducente decine di opere letterarie poste illecitamente a disposizione del
pubblico”. Si é trattato, spiega il comunicato della AIE, di una operazione
d’indagine complicata, “oltreché in ragione del fatto che il contraffattore ha
fatto uso per la propria home-page
‘affittata’ presso un service provider
sito negli Stati Uniti (il noto sito Tripod), anche perché lo stesso ‘pirata’
si era celato dietro un falso nome”. Ebbene, qual è il losco fine del “giovane
contraffattore che non ha celato l’intento del suo piano”, come si dice
testualmente? Ecco lo scopo, ed ecco il collegamento con quanto sinora detto a
proposito del romanzo di Bradbury: “Il sito pirata è stato denominato ‘Progetto
Fahrenheit 451’, contraddistinto dall’immagine di un falò accompagnata
dall’invito agli utenti ad appropriarsi delle opere ivi presenti, nonché a
fornire essi stessi altri files
contenenti libri, pronti per la ‘distruzione’ in rete della inerente proprietà
letteraria”.
Conclusione: mentre nel 1953 Ray Bradbury si
opponeva ai falò reali e simbolici nei confronti del libro e proponeva che le
opere letterarie venissero mandate a memoria per salvarle di fronte
all’incultura avanzante, nel 1999 viceversa si auspica un falò metaforico del
diritto d’autore in modo da rendere fruibili a tutti gratuitamente nel
ciberspazio testi altrimenti protetti da copyright
e che dunque è necessario acquistare nelle librerie. A suo modo una battaglia
per la diffusione della cultura in nome di una libertà totale, al limite
dell’anarchia, ma una battaglia, se mi è permesso di dire, del tutto sprecata e
a sproposito, dato che l’atto di “pirateria”
del “giovane contraffattore”, come vien definito, contro chi è stato
commesso? Contro quale “inerente proprietà letteraria”, per usare il linguaggio
della AIE? Ma per rendere accessibili al pubblico e all’inclita i romanzi,
pensate un po’, di Paolo Villaggio e Corrado Guzzanti, Alessandro Baricco e
Umberto Eco... A me pare una fatica del tutto inutile... Rimaniamo in attesa,
dunque, di “contraffattori” un po’ meno “giovani” e dalle preferenze un po’ più
simili a quelle di Bradbury che voleva salvare i testi di Platone e
Shakespeare, Marc’Aurelio e Swift, Darwin e Confucio, Buddha e Schopenhauer,
Aristofane e Gandhi, Einstein e Lincoln, e anche la Bibbia e i Vangeli. A
ognuno, evidentemente, i suoi classici...