UN EROE ITALIANO
“Il legionario ubbidisce sempre!”
(Il
Legionario, 15 ottobre 1938)
“È il suo
sistema!
Piuttosto
di lasciare uno nel pericolo,
preferisce
rischiare la propria vita.”
(Il deserto
bianco, 14 ottobre 1939)
1.
Contro i luoghi comuni
Entrati nel XXI secolo, volgendoci a guardare la
cultura italiana degli ultimi cinquant’anni del XX, possiamo dire senza
possibilità di smentita che è stata caratterizzata da molti difetti, i
principali dei quali sono il suo provincialismo ed il suo conformismo: sempre
pronta ad accettare acriticamente le mode estere, senza avere il coraggio e la
profondità di essere essa stessa esportatrice di mode come era un tempo; di
conseguenza, il suo appiattimento su luoghi comuni, opinioni preconcette,
giudizi inamovibili, definizioni consolidate, sentenze inappellabili,
interpretazioni apodittiche su autori, libri, eventi, il tutto accettato per
pigrizia intellettuale e forma mentis
ideologica, se non proprio per pre-concetti ideologici, che nessuno contesta,
rivede o perlomeno verifica, dandoli per scontati e, quasi quasi, assoluti ed
eterni.
Il che non può essere considerato “normale” in una
cultura sana, vivace, curiosa, indipendente e anticonformista. Eppure, quando
qualcuno cerca di verificare certi giudizi, di analizzare il “perché” di certe
affermazioni, di controllare certi riferimenti e citazioni, succede quasi il
finimondo: il cosiddetto establishment
sussulta, si agita, si adombra, si offende, grida alla “lesa maestà”, al
“complotto”, al “revisionismo”...
Ahi! eccola la parola incriminata, che fa pensare
chissà a quali orrori, a quali delitti, mentre non vuol dir altro che
“revisione di giudizio” in base ad un più approfondito esame dei testi e delle
fonti, alla scoperta di altro materiale documentario, alla rilettura degli
avvenimenti e delle decisioni alla luce delle eventuali novità. Il termine è
sempre stato usato così da un secolo a questa parte sia nella cultura in senso
lato, sia nella ricerca storica, ed è anche andato a finire in titoli e
sottotitoli di libri. Nessuno se n’è mai adontato, né mai l’ha considerato un
insulto o una accusa. È diventato tale solo di recente essendo stato caricato
di un significato “ideologico” indebito.
Invece, il “revisionismo”, la revisione di un
giudizio o di una opinione in ambito letterario, storico, filosofico, è il sale
di una vera cultura, che altrimenti resterebbe fossilizzata, mummificata per saecula saeculorum. Una concezione
conservatrice della letteratura, della filosofia, della storia. Come se per
sempre valesse un ipse dixit
inamovibile. Ovviamente, per modificare un giudizio è necessario portare
qualcosa di nuovo e diverso rispetto a quanto ha motivato il giudizio che si
contesta. E ciò vale non soltanto, come in genere si crede, per la cultura
“alta”, ma anche per la cultura “bassa”, cioè quella popolare, “di genere”, che
per la sua importanza nel mondo della comunicazione di massa viene da tempo
analizzata e studiata con gli stessi strumenti usati per quella più importante
ed elitaria.
Anche qui, infatti, nel corso dei decenni si sono
consolidati, quasi stratificati, dei giudizi che nessuno vuole, o ha
l’interesse o addirittura il coraggio, di modificare. Anche qui per pigrizia,
per conformismo, per pre-concetti. Pensiamo dunque che un sano “revisionismo”
debba entrare anche nel mondo dei fumetti per smantellare alcuni luoghi comuni
accumulatisi acriticamente nei decenni.
Il volume che qui si presenta
può essere una prima occasione.
2.
Romano secondo la vulgata fumettistica
Diciamo francamente la verità: Romano (che quasi tutti impropriamente citano e incasellano nei
dizionari come Romano il Legionario, che è invece solo il titolo della sua prima
avventura), non lo conosce praticamente nessuno: e se questo valeva per ieri,
vale tanto più per oggi. Tutti lo citano - o meglio lo citavano negli anni
Sessanta e Settanta, all’epoca della scoperta del fumetto come un argomento
“serio” e non solo per ragazzi - e pochissimi lo avevano visto. Tutti lo
citavano negativamente, o con fortissime riserve, e ci si doveva fidare delle
definizioni e dei giudizi che i “grandi esperti” dell’epoca ammannivano ai
lettori, a cui si doveva credere fideisticamente. Infatti, a parte qualche
vignetta qua e là (peraltro sempre le stesse) a corredo di articoli, le storie
di Romano non sono mai state
integralmente ristampate nel corso di sessant’anni, eccetto la prima e l’ultima
(Il Legionario del 1938 e Romano nel Tibet del 1943) ne “I quaderni
del fumetto” dei Fratelli Spada datato “giugno 1973” (sui cui poi si dirà).
Quindi, non conoscendo l’argomento del contendere, ci si doveva necessariamente
fidare.
Eppure, Romano
è non solo il capolavoro di Kurt Caesar, ma anche il personaggio avventuroso
più completo del fumetto italiano fra le due guerre. Di più: definito
“fascista” (con una connotazione non semplicemente descrittiva, ma valoriale,
quindi negativa), si rivela invece il più “americano” di tutti! Ristampata
oggi, esattamente a sessanta anni della conclusione della serie, tutta la
dozzina di episodi che la compongono consente agli appassionati di fumetti
vecchi e nuovi, e non solo ad essi, anche agli studiosi del costume e della
“storia minima”, di rendersi finalmente conto de visu di cosa sia stato effettivamente questo personaggio dei
nostri comic di cui tanto si è
favoleggiato e sparlato, e verificare se tutte le dicerie, vere e proprie
leggende metropolitane del fumetto, tutte le colpe che gli sono state
addebitate, tutte le definizioni che gli sono state date, siano vere oppure no.
Oltre - è ovvio - apprezzare i favolosi disegni di Caesar che escono, completi,
alla luce del sole.
Una iniziativa che personalmente ho caldeggiato per
trent’anni - dall’uscita del “quaderno” di cui si è detto - insistendo presso
diversi editori invano, ma che adesso infine si attua grazie alla passione di
Ernesto Zucconi e alla disponibilità della NovAntico/Ritter. Meglio tardi che
mai: fosse stata però realizzata prima questa iniziativa avrebbe chiarito da
gran tempo tante cose, la prima delle quali è che per troppi anni siamo stati
succubi di una critica fumettistica non solo totalmente ideologizzata, ma -
quel che è assai peggio - totalmente disinformata e così superficiale e
approssimativa da non saper far altro che ripetersi copiando, invece di
documentarsi su quello di cui discettava. O forse no: forse proprio per tutti
questi motivi, per il clima culturale degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta,
non sarebbe stato proprio possibile trovare qualche editore coraggioso che
decidesse di stampare per intero le avventure del nostro Romano. Ed è quindi
stato meglio attendere il XXI secolo, con un ricambio delle generazioni di
lettori in un clima diverso. Ma sarà poi vero? Quasi ci scommetterei che qualcuno su certi quotidiani o
settimanali - ogni testata ha il suo
“specialista” o pseudo tale - se ne uscirà in maniera provocatoria e
strumentale, ancora e sempre “buttandola in politica”, come si suol dire,
impenetrabile ad ogni spiegazione, ragionamento, prova o dato, ma sempre
prontissimo a fare il processo alle intenzioni. Poverini: non facciamoci troppo
caso e lasciamoli incapsulati nella loro faziosità catafratta di assolute
certezze ideologiche, che li rassicura di essere in eterno dalla parte della ragione
e non permette loro non solo di guardare da entrambi i lati, ma nemmeno
indietro e in avanti...
Cosa sapevano in fondo del personaggio di Caesar i
lettori degli anni Sessanta e Settanta, in genere ragazzi appassionati di
fumetti che, in quelle storie disegnate di solito non molto ben viste,
cercavano un divertimento evasivo, certo, ma anche qualcosa di più? Nulla, se
non qualche raro disegno e i giudizi degli “esperti”. Ecco come descrive
Romano, Carlo Della Corte, cui si deve peraltro un primo serio tentativo di
storia e di dizionario, nel suo I fumetti
(Mondadori, 1961): “Costui aveva tutti i difettacci dello squadrista
azzardoso e attaccabrighe; era modellato sull’immagine di un uomo allora assai
in voga: Ettore Muti. Ne possedeva il coraggio leonino e la voglia di menar le
mani ovunque il fascismo portasse i suoi legionari”.
Dunque: “azzardoso”, “attaccabrighe”, “mena le
mani” e si ispira a Ettore Muti. Sergio Trinchero, che ben conosce il libretto
di Della Corte, su una rivista e poi in un suo libro lo presenta come un
“omaccione dalla personalità mista di Flash Gordon e Ettore Muti” (Avai or not Away, in Sgt. Kirk n. 8 del 1968; e con le stesse
parole in I giornaletti 1899-1944,
Edizioni Revival, 1971).
L’“omaccione” ritorna, in modo più articolato, in
questa scheda che gli dedica Claudio Bertieri: “Eroe nell’accezione più
retorica, ha espresso con esemplare ottusità il modello ideale della ‘nuova’
generazione fascista (...) è ingiustificato parlare di lui come di un
‘personaggio’, giacché ogni suo riflesso è automatico (...) ogni sua impresa -
grottesca o soltanto avventurosa - è intessuta di un radicato paternalismo, di
nazionalismo aggressivo, e di razzismo tanto sciocco quanto ingenuo (...)
insomma, è l’altra faccia di Gordon (...)
di Gordon possiede tutte le qualità:
il coraggio, la lealtà, l’invidiabile addestramento ad ogni tipo d’impresa,
aggiungendovi la tipica tracotanza dello squadristico ‘me ne frego’” (AZ Comics, Archivio Internazionale della
Stampa a Fumetti, 1969).
Dunque: un non-personaggio ottuso, paternalista,
nazionalista, razzista, tracotante. Sintetizzano tutti questi aggettivi
Leonardo Becciu per il quale è “un Gordon in camicia nera” (Il fumetto in Italia, Sansoni, 1971), e
Claudio Carabba che lo liquida come “un ‘tecnico’ del massacro bellico” (Il fascismo a fumetti, Guaraldi, 1973).
Queste opinioni si consolidano senza che nessuno
osi un’analisi più approfondita dell’eroe di Caesar, fino ad arrivare alla summa di tali giudizi vent’anni dopo, in
un’ennesima voce (anonima) di dizionario specialistico che val la pena di
citare un po’ estesamente, tanto per capire che il punto di vista è sempre lo
stesso: “Personaggio allineato alle direttive del regime fascista (...) Il
personaggio è un eroe tutto d’un pezzo, mai turbato da dubbi e compie eroiche
azioni di guerra con una noncuranza quasi eccessiva (...) S’imbarca in diverse
avventure nelle quali si propone sempre come alfiere della superiorità
culturale e militare dell’italico Regno (...) Allo scoppio della seconda guerra
mondiale, per quanto sposo novello, l’intrepido Romano abbandona la moglie Isa
per arruolarsi e combattere l’infame nemico per mare e per terra su tutti i
fronti. Proseguita sino al 1941 [sic],
la serie risente dei testi ‘di regime’, enfatici e pomposi, anche se il disegno
eccezionalmente curato ne fa un documento di tutto rispetto” (La grande avventura dei fumetti. Dizionario
dei personaggi, delle riviste e degli autori, De Agostini, 1990).
Veramente sconfortante: si ha la netta impressione
che questi critici super-esperti non facciano che scopiazzarsi l’un l’altro,
senza sentire il bisogno di un controllo diretto... Quindi merita essere
segnalato l’unico che dimostri un minimo di equilibro come Gaetano Strazzulla,
secondo il quale Romano è “un aitante legionario costruito in piena era
imperiale per dare un volto mitico alla figura ideale del giovane e coraggioso
combattente fascista (...) tipico esempio del soldato di ventura” (I fumetti, Sansoni, 1970). Anche se quel
“soldato di ventura” è improprio, dato che Romano combatte inquadrato nelle
forze armate italiane, è una definizione che si può sottoscrivere perché evoca
due aspetti - “volto mitico” e “figura ideale” - propri non tanto del
personaggio di Caesar, ma di tutti gli
eroi dell’avventura disegnata (e non solo di quella).
3. Un
punto di vista più ampio
Un bel ritrattino complessivo, non c’è che dire,
tale da stroncare ogni carriera: di peggio forse è stato detto solo di Dick Fulmine di Carlo Cossio. Comunque,
per nessun altro personaggio a fumetti è stato usato questo frasario. Un
frasario “ideologico” ovviamente, ma quelli erano anni in cui sembrava
obbligatorio parlare così. Nessuno considerava il problema nel suo complesso,
cioè il problema del fumetto “avventuroso” e la sua quasi automatica
trasformazione nel periodo bellico in fumetto “di guerra”: se lo si fosse fatto
- come solo in seguito è avvenuto - ci si sarebbe resi conto che il cliché era simile dappertutto,
perfettamente sovrapponibile: quel che mutava era la valenza, era il segno,
erano le idee per cui tutti questi
eroi di carta combattevano, tutti proprio
come Romano. Non c’è alcuna differenza, soltanto che, negli anni in cui
furono scritte le analisi sopra riportate, era la pura ideologia a far pendere
il piatto della bilancia, a seconda dei casi, dal lato del “bene” o del “male”,
del “positivo” o del “negativo”. Per Romano
doveva pendere quasi obbligatoriamente verso il “male” e il “negativo”, come
dimostra esemplarmente la descrizione che ne fa Claudio Bertieri nel brano
riportato: le stesse qualità di Gordon,
ma condannabili perché “fasciste”.
Sarebbe sufficiente paragonare non tanto le
avventure nel loro complesso, quanto l’atteggiamento del personaggio italiano
nei confronti della guerra e del nemico con altrettanti fumetti americani
impegnati contro giapponesi o tedeschi, da Steve
Canyon di Milton Caniff a Johnny
Hazard di Frank Robbins (per citare i più continui e famosi), e si vedrebbe
che sono praticamente identici, a parte l’enfasi, sicuramente più accentuata,
di Romano. Quel che cambia sono i valori di riferimento: e sono quelli
che pesano sul giudizio finale.
La prova a
contrario è un insuperato saggio semiologico di Umberto Eco che ne I fumetti di Mao (Laterza, 1971)
effettua un esame vignetta per vignetta fra le storie disegnate cinesi ed una
americana famosissima, Terry and the
Pirats di Caniff. La conclusione è in favore delle prime, ma solo per i valori, o se vogliamo l’ideologia, che sostengono, opposta a
quella yankee. Ma poiché molti di
questi valori esaltati dal fumetto maoista sono parecchio simili a quelli
“fascisti”, pur se di segno
diametralmente opposto, ecco che il famoso semiologo deve usare tutta la sua
consumata dialettica per assolverli e dimostrarne la “differenza” di fondo.
Il fatto è che non si può giudicare in base al “politicamente
corretto” (a voler usare una terminologia inesistente negli anni Settanta) per
definire il giudizio conclusivo da dare su un comic per di più di guerra, ma si deve pensare in altro modo, ben
difficile da far accettare all’epoca ma forse oggi sì. Forse. Il modo ad
esempio individuato da Mario Bozzi Sentieri nel suo Tex, Linus, Mickey e gli altri (Sveva, 1992), dove si inserisce il
fumetto bellico nel problema più generale della “mobilitazione sociale”
necessaria in ogni Paese in armi: in
tal modo si spiega perché temi e personaggi, atteggiamenti fisici e mentali,
siano identici nei fumetti italiani
come in quelli americani fra il 1938 e il 1945, come nei fumetti cinesi degli
anni seguenti. In tutti si riscontra la “saldatura fra teoria politica e vita
pubblica”, la necessità della “costruzione del consenso” fascista, comunista o
democratico che fosse. Lo richiedeva il momento, e ciò valse per i sistemi
democratici come per quelli autoritari. Ogni strumento deve essere utilizzato
in quel momento cruciale, specie i mass
media che all’epoca erano cinema, teatro, radio, giornali, fumetti e
cartellonistica. E il fumetto, come ha detto il critico francese Claude
Moliterni, “è il mezzo più idoneo per arrivare alle masse, e credo che se ben
maneggiato, possa farsi portatore di idee politiche”.
I film di guerra prodotti durante il conflitto
dagli Stati Uniti sono notissimi e apprezzati nonostante il tono
propagandistico, quasi per nulla - anche se di pregevole fattura - quelli
italiani: opere dignitose i primi, paccottiglia retorica i secondi. Ma, per
quanto riguarda i comic, basti
pensare come vennero “mobilitati” in massa in funzione anti-tedesca e
anti-giapponese i character
statunitensi: non se ne salvò uno, da Mandrake
a Topolino, da l’Uomo Mascherato a Superman,
da Joe Palooka a Gordon che rientra appositamente da Mongo sulla Terra, e se ne
crearono addirittura dei nuovi come Captain
America di Kirby e Simon nel 1941, il cui scopo (lo dice il nome) era
difendere gli Stati Uniti e combattere accanto ai G.I. contro i nazisti. Tutti
in difesa della patria, tutti schierati contro il nemico: “Non poté sottrarsi
al proprio dovere,” scrive il compianto Franco Fossati a proposito dell’eroe
raymondiano. Lo stesso avvenne in Italia. E perché mai non sarebbe dovuto avvenire,
al di là delle “direttive del regime”? Il problema “fronte interno” valeva per
tutti.
Questa sostanziale incomprensione (non era
pensabile effettuare alcun parallelo) della situazione generale appena
descritta, accompagnata dal clima di tensione politica che si viveva in Italia
negli anni dell’ “antifascismo militante” di base e di vertice e della
“contestazione globale” che poi si sarebbero trasformati negli “anni di
piombo”, del terrorismo, delle Brigate Rosse, di Prima Linea, dei Nuclei Combattenti
Comunisti e così via, indusse non solo gli intellettuali ma anche gli editori a
scrivere righe giustificative ed autoassolutorie di fronte a possibili accuse.
La casa editrice Spada, ad esempio, si sente in dovere di pubblicare la
seguente precisazione nel citato “Quaderno del fumetto” dedicato a Romano: “Le due prime storie, pubblicate
nel ‘39 e nel ‘42 sotto il regime fascista, dovevano essere adeguate alle
imposizioni del Ministero della Cultura Popolare. Conseguentemente in Romano Legionario, impegnato nella
guerra di Spagna a fianco dei falangisti di Franco, gli eroismi e gli ideali
sostenuti sono di parte. Basti rilevare che i nemici vengono chiamati “rossi”,
mentre la difesa della Spagna Repubblicana era sostenuta da tutti i popoli di
ogni credo politico uniti per la difesa della libertà”. Un concentrato di
errori di fatto (anche nelle date dello stesso fumetto!), interpretativi (gli
“ideali di parte”), politici (come si vedrà, le direttive del Ministero
verranno mesi dopo la prima storia di
Caesar) e storici (il rapporto Falange-Franco, il volontarismo internazionale
non fu solo repubblicano, la “difesa della libertà” appoggiata dagli stalinisti
ecc.). Ma è quel “rossi” che disturba proprio, chissà per quale motivo...
4. Romano,
da fumetto d’avventura a fumetto di guerra
Romano,
peraltro, ha almeno un paio di caratteristiche abbastanza singolari rispetto ad
altri fumetti italiani seriali e non occasionali, rara anche presso quelli
americani: le sue storie corrono parallelamente alla realtà, e in alcuni
aspetti sono addirittura un po’ sfalsate in avanti. Vale a dire, da un lato il
nostro eroe non vive in un tempo totalmente acronico, immutabile, ma ha una sua
progressione personale (ad esempio, si sposa) e rispetto al contesto generale
(segue abbastanza da presso gli avvenimenti a lui contemporanei); da un altro
lato, in qualche occasione il suo autore anticipa i tempi per quanto riguarda
macchine ed invenzioni, sperimentali nella realtà, di uso comune nei suoi
fumetti (in questo si può fare un riferimento al Dick Tracy di Chester Gould).
Già di per sé tutti questi particolari, che nessuno
si è mai preoccupato di mettere in rilievo, fanno di Romano qualcosa di molto particolare e specifico. Peraltro, a parte
la qualifica generale de il legionario
che - lo si è detto inizialmente - è errata, Romano non è nato affatto “fumetto di guerra”, come in genere si
ritiene, ma semplicemente “fumetto d’avventura” divenendolo poi con il
procedere dei fatti reali, che Caesar faceva seguire ai suoi eroi e che in
parte visse lui stesso (fu infatti nell’Afrika
Korps con Rommel nel 1941, esperienza cui dedicò un bellissimo libro di
disegni e che ha anche una edizione italiana integrale: Afrika Korps, a cura di Ernesto Zucconi, NovAntico/Ritter, 2002).
Anzi, si può aggiungere con quasi certezza, che se non fosse scoppiata la
seconda guerra mondiale, o se l’Italia se ne fosse tenuta fuori, Caesar avrebbe
confermato il suo Romano per quel che
era: un personaggio stile quelli di Raymond, coinvolto in storie esotiche,
avventurose, anche al limite del fantastico, come quelle subito seguenti
all’episodio bellico di esordio sino al 1940.
Vediamo la sequenza: Il Legionario (23 aprile - 12 novembre 1938) è ambientato durante
la guerra civile spagnola che si concluse l’anno dopo; Il deserto bianco (25 marzo 1939 - 21 ottobre 1939) si svolge in
Groenlandia durante una missione scientifica; Negli abissi del mare (28 ottobre 1939 - 20 gennaio 1940) ed il suo
seguito senza soluzione di continuità Il
nemico invisibile (27 gennaio 1940 - 29 giugno 1940), sono ambientati prima
nell’Oceano Pacifico al largo del Perù e su una nave-recupero realmente
esistente, l’Artiglio, e poi a Lima e
nella foresta peruviana alla ricerca di una spedizione scomparsa: in questo
periodo l’Italia è neutrale, anzi “non belligerante” (se ne parla nel fumetto)
e Romano alla conclusione di quest’ultimo episodio chiede a Isa, che ha
incontrato a Lima, di sposarlo. L’Italia è entrata in guerra il 10 giugno 1940
(durante le due ultime puntate de Il
nemico invisibile) e quindi soltanto nella successiva avventura, dunque la
quinta, Per l’Italia (6 luglio
1940 - 19 ottobre 1940), cominceranno le vere storie di guerra con protagonista
il nostro eroe, che proseguiranno con altre sei avventure sino al 26 giugno
1943, esattamente un mese prima della caduta del regime: in Per l’Italia parte della trama si svolge
in Africa Settentrionale, dove nella realtà l’offensiva italiana era iniziata
il 13 settembre e la controffensiva inglese di Wavell il 6 dicembre; Mare nostro (26 ottobre 1940 - 15
febbraio 1941), si svolge nel Mediterraneo dove la nostra flotta era uscita
malconcia dagli scontri contro quella inglese nelle battaglie navali di Punta
Stilo (8-9 luglio 1940) e Capo Teulada (27 novembre 1940), anzi aveva subito
l’attacco al porto di Taranto (11 novembre 1940); Verso: A.O.I. (22 febbraio 1941 - 7 giugno 1941), descrive un
viaggio attraverso il Sudan britannico verso l’Africa Orientale Italiana per
portare un messaggio al Duca d’Aosta, ma qui il fumetto (preparato tutto
insieme) viene superato dagli eventi: infatti il 6 aprile gli inglesi entrano
ad Addis Abeba, il 20 maggio il viceré si arrende all’Amba Alagi, e il 28
novembre avviene la resa di Gondar e la fine dell’Impero, sicché l’ultima
puntata del 7 giugno viene pubblicata quando Amedeo d’Aosta (raffigurato
nell’ultima vignetta del fumetto) è già prigioniero del nemico; Il siluro umano (28 marzo 1942 - 25
aprile 1942) e il suo seguito senza soluzione di continuità Ain El Gazala (2 maggio 1942 - 30 maggio
1942), inizialmente descrive un’azione del “corpo di volontari” contro Malta e
poi passa all’Africa Settentrionale: qui Caesar descrive eventi già accaduti in
quanto con mezzi simili ma non uguali (li si esaminerà più avanti) a quelli da
lui disegnati la Decima Mas del comandante Junio Valerio Borghese aveva
effettuato attacchi alle basi di Suda (25-26 marzo 1941), La Valletta (25-26
luglio 1941) ed Alessandria (19 dicembre 1941); Caposaldo “P” (6 giugno 1942 - 18 luglio 1942), le cui premesse
sono nell’episodio immediatamente precedente, si svolge nel pieno dell’ultima
offensiva italo-tedesca in Libia con la riconquista di Bengasi (21 gennaio
1942) e la presa di Marsa Matruk (29 giugno) cui seguirà dopo alcuni mesi la
decisiva battaglia di El Alamein (23 ottobre-5 novembre 1942); Romano nel Tibet (23 gennaio 1943 - 26
giugno 1943) è l’ultima avventura del nostro eroe in terre lontane, mentre i
giapponesi, che pur sono stati sconfitti a Guadalcanal (9 febbraio 1943), ad
aprile hanno completato l’occupazione della Birmania e sono arrivati ai confini
dell’India
Nelle sue storie si ritrovano così tutti “gli
ingredienti per un ‘buon’ fumetto bellico”, secondo quanto scrive Franco
Fossati: "suspense e coraggio,
evasione dalla banale vita quotidiana e l’immancabile trionfo dei ‘nostri’”.
5.
Parentesi su Isa
Un personaggio avventuroso, dunque, che si trasforma in eroe di guerra, insieme
a Isa, prima fidanzata e poi moglie, che lo segue, insieme o parallelamente,
nelle vicende belliche, lui aviatore o marinaio o carrista o mille altre cose,
e lei crocerossina. Quindi - per riferirci a Gordon, di cui ora si dirà - una
netta differenza con Dale, la famosa “eterna fidanzata”, sempre in pericolo e
sempre salvata all’ultimo istante. Isa non è così: da brava ex Giovane Fascita
della GIL, si dovrebbe dire, affronta i pericoli in prima persona insieme al
suo uomo e per la Patria. È direttamente protagonista e in Mare nostro (8ª puntata), caduto il timoniere del Mas, ne prende il
posto. Romano si fida di lei: in Verso: A.O.I.
(1ª puntata) le dice. “Se mi accadesse una disgrazia, prosegui tu”, avendo
al contempo nei suoi confronti un atteggiamento protettivo: in Mare nostro (6ª puntata) c’è un
battibecco fra i due: “Isa non sai che ti sei esposta alla morte? bada che non
potrò più assumermi la responsabilità di tenerti vicino a me” “Oh come se
cattivo! Volevo esserti vicina in questo istante di grave pericolo... Ma ti
prometto di essere più cauta”.
Retorica intollerabile? Apologia del fascismo
intersessuale? Chissà? Ricordo, però, quanto le femministe abbiano inveito
contro lo stereotipo della donna-oggetto, intesa solo come pin up, fragile e imbelle, magari anche un po’ oca, mai
protagonista o co-protagonista, presente nei fumetti e nei film americani degli
anni Trenta. Paradosso dei paradossi, doveva essere il fascismo a gettare in
campo le donne come soggetti non solo della vita, ma della politica... Donne in
prima linea, dunque. E una Isa per niente “abbandonata” da Romano, come si è
scritto nel Dizionario del 1990.
6. Romano/Gordon,
Caesar/Raymond
Ritorniamo a Gordon. Romano un “Gordon in camicia
nera” come dice Becciu? L’affermazione è giusta e sbagliata allo stesso tempo.
È giusta nel senso che Caesar - a differenza di quanto scrive Piercostante
Righini nella presentazione del citato “quaderno” Spada, secondo cui Romano
“nulla aveva del disegno di Raymond” - di sicuro si ispirò fisicamente all’eroe
americano; è sbagliata nel senso che non
si ispirò solamente a lui! Infatti, ad un esame più attento e comparato della
produzione dei due artisti, si giunge alla sorprendente conclusione che Romano
è un po’ una sintesi - come figura e come scenario delle sue avventure - di tutti e tre i personaggi di Alex Raymond
noti attraverso le edizioni Nerbini nel periodo 1934-1941, e presenti tutti
insieme sul n. 1 dello storico L’Avventuroso.
Vale a dire: Flash Gordon in nove episodi pubblicati da L’Avventuroso (14 ottobre 1934 - 18 settembre 1938), i primi sette
dei quali ripresi negli Albi Grandi
Avventure-Serie Gordon fra il dicembre 1935 e il luglio 1938; Jim della
Giungla in sei storie su L’Avventuroso (14
ottobre 1934 - 29 novembre 1936) e altre quattro sul Piccolo Avventuroso (5 maggio 1940 - 8 luglio 1941), nove delle
quali riprese negli Albi Grandi
Avventure-Serie Jim della Giungla (aprile 1935 - febbraio 1941); e l’Agente
Segreto X-9 in sette storie su L’Avventuroso
(14 ottobre 1934 - 14 giugno 1936), poi tutte riprese negli Albi Grandi Avventure-Serie Agente Segreto
X-9 (marzo 1935 - dicembre 1936).
Sì, perché in fondo Gordon, Jim e X-9 non sono
nient’altro che fratellastri, nell’aspetto e nello stile, pur situati in
contesti assolutamente diversi (un pianeta extraterrestre, la foresta africana,
la metropoli), e ad essi Kurt Caesar si ispira: i confronti de visu non sono difficili a farsi,
basta armarsi di pazienza. Il volto e gli atteggiamenti di Romano, proprio nel
primo episodio, Il Legionario, quando
affronta il carro armato, è sull’idrovolante o sul sottomarino, non sono molto
diversi da quelli di Gordon negli episodi del mondo delle caverne e delle
foreste; addirittura i colori del suo equipaggiamento, rosso e blu, a
cominciare da Il deserto bianco,
nonché gli stivali, rimandano all’eroe raymondiano. Jim della Giungla ha la
caratteristica di uscire sempre malconcio e con la camicia a brandelli dai suoi
corpo a corpo con uomini ed animali, caratteristica ripresa spesso e volentieri
da Caesar, nelle medesime forme e posizioni. Sorprendente è il confronto con
X-9, personaggio che si potrebbe pensare lontanissimo da Romano: eppure la
scena del lancio nel vuoto col paracadute de Il caso Marlowe, rimanda al medesimo episodio de Il Legionario. Più in generale, i volti
fini e le figure femminili stilizzate di Isa e Lea in Per l’Italia, Verso: A.O.I. e
nell’ultimo episodio Romano nel Tibet,
rimandano inevitabilmente a quelle di Raymond: non solo Dale ed Aura, ma anche
alle sofisticate fanciulle di X-9 (si veda ad esempio I gioielli del principe Abdullah). Ancora: è stato scritto che il
gruppo di amici che spesso accompagna Romano nelle sue avventure è ispirato ai
comprimari della saga di Gordon, il che non è molto esatto: intanto, il dottor
Negrini (che insieme a Nino e Bino compare a partire dall’episodio Il deserto bianco) non assomiglia
affatto a Zarro (Zarkov), bensì al dottor Bono di Mongo (vedi I cavalieri del deserto), poi il “grasso
milanese Nino” (Negli abissi del mare,
1ª puntata) è l’evidente trasposizione di Harper Carp, collaboratore di X-9,
una vignetta del quale che lo ritrae mentre corre (Il rapimento di Philip Shaw) viene ripresa identica da Caesar in Per l’Italia (12ª puntata), mentre
dell’autonomia psicologica di Isa nei confronti di Dale già si è detto.
Dunque, un’ispirazione a tutto campo quella di
Caesar nei confronti dei personaggi raymondiani e dello stile del disegnatore
americano che, come si è accennato, unificava i tre suoi eroi praticamente in
uno solo. Ma questa ispirazione si può definire vera e propria “copia”? Le sue
sono “immagini scopertamente copiate da Flash Gordon” secondo quanto scrivono
G. Pazienti e R. Traini (Fumetto Alalà,
Comic Art, 1986)? Come ho avuto modo di scrivere ormai trent’anni fa
affrontando il problema, si devono porre ben precisi paletti. Caesar limitò la
sua ispirazione alle figure umane, per le quali - come poi si poté vedere pure
nel dopoguerra con Roy Rones ed altri personaggi anche fantascientifici - non
ha mai dato il meglio di sé: e infatti la sua ispirazione, lo ha rilevato
Giuseppe Festino prove alla mano, era spesso fotografica. Per il resto Romano è
completamente autonomo e originale, nel senso che per lui Caesar ha creato uno
scenario che altri eroi dei fumetti non avevano, una serie di ambientazioni e
trame che ne caratterizzavano la personalità e così via. Anche se,
naturalmente, in esse si riverbera quel particolare clima dell’epoca
fumettistica che è stato definito “l’era dell’avventura”, tipico della
produzione internazionale degli anni Trenta, utilizzato però dal disegnatore
italo-tedesco per valorizzare in pieno il suo personaggio che non è meno vivo e
“personalizzato” di tanti altri colleghi d’oltre oceano. Tutt’altro, quindi,
che un non-personaggio come sosteneva il Bertieri, tanto è vero che, testimonia
Righini, Romano fu “un eroe che entusiasmò presto i lettori”: fosse stato
sciatto, abborracciato, marionettistico non li avrebbe entusiasmati di sicuro.
Quel che gli si può forse rimproverare sono le
trame, spesso così serrate e convulse che paiono sommarie, tale è la
concentrazione di tumultuosi avvenimenti in una singola pagina de Il Vittorioso: come quelle domenicali
dei giornali americani, doveva essere allo stesso tempo autoconclusiva e
prospettare un seguito avvincente. Caesar lo fa, ma alcune volte con una
concitazione eccessiva, per cui certi particolari della vicenda sembrano
perdersi per la via o altri appaiono all’improvviso. Ma, effettuando un
confronto con le sunday pages degli
eroi raymondiani non si trova molto di diverso: avventure di mare, di cielo e
di terra, foreste e deserti, civiltà aeree e sottomarine, trappole mortali e
imprese ai limiti del possibile, situazioni senza apparente via d’uscita. Il
giovane lettore doveva essere avvinto, e poco importa (vale proprio per tutti)
che spesso la logica e la verosimiglianza ci rimettessero o che l’eroe compisse
imprese fisicamente al di là di ogni limite.
7. Idee
e valori di Romano
In conclusione Romano per certi aspetti non è molto
diverso dai fumetti avventurosi e di guerra prodotti in altre nazioni nel
periodo fra la metà degli anni Trenta e la fine della seconda guerra mondiale.
Per altri aspetti invece si distingue: come si è segnalato, ha una “sua” vita,
il tempo nel fumetto scorre in genere parallelo alla realtà, per alcuni
riferimenti tecnologici la sopravanza.
Vediamo, allora, come si comporta il nostro
eroe: vediamo se aveva “tutti di
difettacci dello squadrista attaccabrighe” (Della Corte), se era quell’
“omaccione” di cui si dice (Trinchero), se si presentava come “un ‘tecnico’ del
massacro bellico” (Carabba), se era “un tipico soldato di ventura”
(Strazzulla), soprattutto se era il rappresentante della “tipica tracotanza
dello squadristico ‘me ne frego’” ed espressione di “un razzismo tanto sciocco
quanto ingenuo” (Bertieri). I lettori giudicheranno dai fumetti qui raccolti,
ma non possiamo non fornire un florilegio di occasioni tipiche in cui si
palesano le idee e il modo di pensare di Romano.
Ne Il
Legionario del 1938 (8ª puntata) durante un duello aereo fra Romano e un
“conosciutissimo asso” avversario a quest’ultimo si inceppano le mitragliatrici,
e il pilota italiano se ne accorge: che fa il nostro “tracotante” e per di più
“tecnico del massacro bellico”? Ecco cosa fa: “Romano passa ancora, quasi a
volo rovesciato, e quando è vicinissimo, saluta romanamente. Tuffa il suo
caccia verso l’Ovest seguito dai suoi camerati... Il superstite rosso vola
verso casa come in un sogno. Egli ha compreso di quale spirito cavalleresco
sono animati i valorosi legionari che combattono con eroica lealtà per
l’ideale”. Quasi la stessa scena tre anni dopo: in Verso: A.O.I. del 1941 (16ª puntata) durante un duello aereo fra il
Breda 88 di Romano ed una pattuglia
di Skua inglesi, il nostro eroe
abbatte “un asso” avversario e dice: “L’ho colto: quasi me ne dispiace. È un
valoroso aviatore”. Poi, vedendo, che il pilota scende col paracadute,
aggiunge: “Bene, s’è salvato. Sono contento”. Infine, in Romano nel Tibet del 1943 addirittura aggancia con il suo aereo il
paracadute in fiamme di un pilota musulmano impedendogli di sfracellarsi al
suolo (4ª puntata). Voilà il
“nazionalista aggressivo”, il “tecnico del massacro bellico”,
l’“attaccabrighe”, eccetera eccetera.
Ne Il deserto
bianco del 1939 Romano è
costretto ad un atterraggio di fortuna tra i ghiacci dove è soccorso da una
tribù di eschimesi. Come si comporta il nostro “esemplarmente ottuso” eroe?
Divide il cibo con loro, poi interviene per salvarne uno dall’assalto di un
orso bianco. Eschimesi descritti come “coraggiosi”, con le madri che hanno
“dolci parole per il loro pupo” (5ª e 8ª puntata). In Verso: A.O.I. del 1941, nonostante sia in missione segreta nel
Sudan britannico per raggiungere l’Etiopia, Romano si ferma per salvare “un
famiglia di negri” assalita da un leone (12ª puntata). Voilà il “razzismo sciocco e ingenuo” del nostro “Gordon in camicia
nera”.
Sempre ne Il
deserto bianco una tempesta di ghiaccio appesantisce tanto una “fortezza
volante” americana (un B.17 prima
serie) da costringerla ad un atterraggio rovinoso. Che fa il nostro “modello
ideale della ‘nuova’ generazione fascista”? Con una invenzione alquanto
fantascientifica salva l’unico sopravvissuto, nonostante gli americani non
fossero poi dei grandi amici dell’Italia fascista, già alleata della Germania
nazionalsocialista, e la guerra, all’epoca di quelle puntate (28-30), già
iniziata. Voilà il “nazionalista
aggressivo”.
Un rispetto per l’antagonista che con la guerra
diventa avversario e nemico. In Per
l’Italia del 1940 (10ª puntata), il comandante di un fortino inglese in Africa
Settentrionale così risponde a Romano che lo tiene sotto tiro: “Avete vinto.
Ormai però i miei uomini lasciano il campo ed è troppo tardi. Potete uccidermi,
ma non richiamerò i miei soldati”. Romano lo risparmia. E in Mare nostro anch’esso del 1940, dopo
aver silurato con il suo Mas una nave inglese, si attarda sul posto “per
accertarsi che tutto l’equipaggio fosse sceso nelle scialuppe” (8ª puntata). Voilà come uno “squadrista” per di più
“tracotante” tratta “l’infame nemico”.
Che conclusioni trarre? Nessuna di più che queste:
Romano si comporta come ogni “eroe” di qualsiasi parte del mondo; le
definizioni “ideologiche” che gli sono state affibbiate, con tutto il loro
sapore negativo e l’intenzione di maldisporre il lettore, restano appunto
queste: definizioni “ideologiche” che, dunque, lasciano il tempo che trovano.
Romano è, come ha ben scritto Mario Bozzi Sentieri nel suo libro, “un cavaliere
del XX secolo”.
8. La
“Legge Vitt” e le direttive del Minculpop
Iniziato nell’aprile 1938, durante il secondo anno
di vita de Il Vittorioso, il
personaggio di Caesar si può dire che anticipasse autonomamente le famose e
spesso citate a sproposito direttive del Ministero della Cultura Popolare sulla
stampa giovanile. Il suo atteggiamento s’inquadrava, infatti, nello stile del
periodico cattolico che lo ospitava: anche per lui valeva la cosiddetta “Legge
Vitt”, valida non solo per i personaggi a fumetti, ma proprio come stile di
vita proposto ai lettori, e riassumibile in quattro aggettivi: “Lieti, leali,
forti, coraggiosi”. Come si è visto e come si può constatare direttamente, non
c’è mai un insulto o del disprezzo o ancor peggio odio nei confronti del
nemico, quale esso sia. Lo riconosce per fortuna Leonardo Becciu nel citato Il fumetto in Italia quando, a proposito
del settimanale, scrive: “Mai sulle pagine del Vittorioso, sia nella parte scritta che nei fumetti, appaiono
parole di odio verso le Nazioni in guerra con l’Asse”.
Le famose direttive si ebbero solo alla fine del 1938,
precedute da un Congresso Nazionale per la letteratura giovanile e infantile
svoltosi a Bologna il 9-10 novembre cui parteciparono scrittori, critici,
giornalisti e pedagogisti fra cui Bino Sanminiatelli, Mario Mazza, Giuseppe
Fanciulli, Guido Mancini, Gherardo Casini e Filippo Tommaso Marinetti.
Interessanti, rispetto alle caratteristiche del fumetto di Caesar, i canoni
indicati dal fondatore del futurismo, che qui sunteggiamo traendoli da Fumetto Alalà: “La Fede in Dio e nel
Divino... L’orgoglio italiano... Il patriottismo assoluto... L’attivismo
giocondo e festoso... Il coraggio fisico di una forza muscolare agile e pronta
e spiritualizzata... L’amore del pericolo della lotta dell’avventura culminante
nell’ansia sublime dell’eroismo che non disgiunta dalla dolcezza degli affetti
può sempre consolare guarire ringiovanire... L’amore per la vita militare...
L’esaltante poesia della guerra... La contentezza di vivere oggi da italiani
fascisti imperiali... Una forte e propulsiva ambizione individuale (...)
rispettosa davanti ai meriti dei concorrenti... Una generosità umana pronta a
trasformarsi in una assistenza attiva... Un’adorazione del nuovo... L’istinto e
la velocità del movimento”.
Se si considera l’atteggiamento di Romano nei
confronti della guerra, degli avversari, delle macchine; il suo rapporto con la
moglie; il modo in cui fa uso di aerei, motoscafi, sottomarini, automobili,
carri armati; la frenesia dell’azione: beh, sembrerebbe che Caesar abbia fatto
propri i quindici punti marinettiani, più che le direttive del ministro della
Cultura Dino Alfieri agli editori e direttori di giornali per ragazzi convocati
il 17 novembre 1938. In esse, tra l’altro, genericamente si chiedeva: “La
stampa per i ragazzi dovrà essenzialmente assolvere una funzione educativa,
esaltando l’eroismo italiano, soprattutto militare, la razza italiana, la
storia presente e passata dell’Italia. L’avventura avrà la sua parte, purché
sia audace e sana, ripudiando tutto ciò che vi è nelle storie criminali,
paradossali, tenebrose e moralmente equivoche che inquinavano tanta parte della
stampa per ragazzi. I caratteri somatici dei personaggi dovranno essere
spiccatamente italiani”. Le direttive avrebbero dovute essere “attuate entro il
mese di dicembre”, anche perché dal 1° gennaio 1939 sarebbe scattata
“l’abolizione completa di tutto il materiale d’importazione straniera, facendo
eccezione per le creazioni di Walt Disney, che si distaccano dalle altre per il
loro valore artistico e per la sostanziale moralità”...
Ma, lette con attenzione tutte le storie del nostro
eroe, oltre che “lieto, leale, forte, coraggioso” secondo la “Legge Vitt”,
possiamo dire che Romano è anche stoico e impassibile di fronte ai pericoli,
magnanimo, generoso, altruista, nobile di cuore e sentimenti, con un profondo
senso dell’onore, temerario. Gli esempi non mancano: ne Il serto bianco (18ª puntata), mentre tutti fuggono terrorizzati di
fronte al bimotore che sta slittando via, Romano considera: “Strano! Come
perdono subito la calma!” e, al momento giusto, riesce a salire a bordo del
velivolo; e sempre “calmo e con i nervi a posto” continua a puntare i
riflettori nel cielo notturno alla ricerca di aerei nemici mentre tutti
scappano sotto un mitragliamento (Romano
nel Tibet, 12ª puntata); in Negli
abissi del mare (5ª puntata) sceso sul fondo con il suo scafandro speciale,
Romano, “arrivato in vicinanza del relitto, incontra i miseri resti di un
palombaro che sprovvisto dei mezzi adatti pagava la sua audacia con la vita.
Commosso Romano si ferma un minuto in raccoglimento per onorare l’infelice”; ne
Il nemico invisibile (23ª puntata) un
idrovolante sta per bombardare gli indigeni che circondano il nostro eroe e i
suoi amici: “Romano intuisce l’attacco e credendo ormai inutile un ulteriore
spargimento di sangue, segnala con due razzi di cessare il bombardamento”; in Per l’Italia (9ª puntata) prigioniero in
un fortino inglese sotto attacco italiano, “stoicamente attende la sua fine” e
pensa: “Morirò in una tana, ma col mio sacrificio ho salvato i miei compagni”;
in Ain El Gazala (4ª puntata) durante
un duello fra il suo Macchi 202 ed
uno Spitfire vedendosi colpito dirige
il suo aereo contro il nemico stile kamikaze
lanciandosi con il paracadute all’ultimo istante; in Caposaldo “P” (2ª puntata) catturato nel deserto da due
neozelandesi per fuggire non li uccide, ma “si libera dei suoi avversari
colpendoli ad un piede”; in Romano nel
Tibet (10ª puntata), dopo uno scontro fra mongoli e tungani, il nostro eroe
“osserva che prima di tornare al campo è doveroso provvedere ai feriti anche
nemici”, quindi, dopo la caduta di un aereo avversario (13ª puntata), “seguendo
il suo impulso generoso, Romano corre sul luogo del sinistro per prestare
eventuale soccorso al caduto aviatore”.
Di più. Volendo si può considerare il nostro eroe
un ecologista ante litteram! Ne Il deserto bianco, prima (11ª puntata)
viene descritta la caccia alle foche degli eschimesi in questo modo: “Con
incredibile abilità e velocità essi sanno colpire a morte le foche senza farle
soffrire inutilmente. Vengono cacciate solo le foche grandi; le altre sono
lasciate in libertà”; poi (24ª puntata) Caesar descrive la “pesca elettrica”
che al pesce “fa perdere i sensi e salire alla superficie come morto. È quindi
facile ai pescatori raccogliere con reti a mano i pesci utili al commercio e
lasciare gli altri che dopo poco riprendono vita senza alcun danno alla loro
salute”...
Questo particolare ci permette di aggiungere che
nelle storie di Romano c’è pure un intento didattico tecnico-scientifico,
caratteristico sia di Caesar sia de Il
Vittorioso. Le avventure del nostro eroe danno lo spunto a varie tavole
esplicative come questa sulla “pesca elettrica”, e altre sulla colorazione di
nero della neve per facilitarne lo scioglimento, sul funzionamento di macchine
e l’illustrazione di esperimenti, “spaccati” di aerei, il metodo in cui vengono
effettuate le triangolazioni, la descrizione dei recuperi sottomarini, notizie
sulle tecniche di volo e la potenza dei motori e così via.
9. Il
nazionalismo di Romano
Insomma, Romano è un concentrato di tutte le
migliori caratteristiche dell’ “eroe” classico, una quintessenza come si
conviene ad un simbolo, ad un esempio da additare. Ovviamente però, nei fumetti
avventurosi italiani dell’epoca c’era una sovradose di “nazionalismo”, già presente
in passato ma dal 1940 accentuato. “Nazionalismo” non certo assente nella
produzione di questo stesso genere e periodo in altri Paesi, soprattutto gli
Stati Uniti, ma con evidenza inferiore e soprattutto indiretta, con meno palesi
intenti pedagogici, che comunque man mano emersero ed aumentarono con
l’avvicinarsi degli eventi bellici ed il coinvolgimento in prima persona dei
vari comic, come si è accennato in
precedenza: i valori potevano mutare, ma la sostanza era identica. Il
riferimento alla nazione, alla patria, alla bandiera, alla dedizione e al
sacrificio per esse, ma anche al cameratismo militare, sono costanti.
Il clima di quegli anni tumultuosi e convulsi era
così, e ognuno lo interpretava secondo le proprie convinzioni e coordinate
culturali, secondo - si potrebbe dire esagerando un po’ trattandosi di fumetti
- la propria “visione del mondo”. Nulla di assurdo o grottesco, allora, che
Romano alla fine de Il Legionario (30ª
puntata), “in un mattino di sole giunge alla città eterna e sorvola i simboli
della Fede e della Patria”, cioè il Vittoriano e San Pietro, con il suo S.79; o che ne Il deserto bianco (27ª puntata), prima di salvare il pilota
americano, piantata al Polo Nord “la bandiera della Patria imperiale e
dell’Albania, si mette sull’attenti salutando romanamente”; o se in Per l’Italia (1ª puntata), mentre è in
viaggio di nozze, apprendendo la dichiarazione di guerra dell’Italia a Francia
e Inghilterra, “decide di raggiungere la Patria lontana e di combattere per la
sua vittoria”; lo accompagna Isa che non resterà a casa in lagrimosa attesa, ma
diventerà crocerossina, e dice: “Addio Romano! Voglio che anche tu sia fiero
della tua Isa, come essa lo è di te” (4ª puntata), e poi ripete ad un
comandante che invita Romano alla prudenza: “Condivido le idee di mio marito”
(11ª puntata); concetto che la ragazza riprende nell’ultimo episodio della
serie, Romano nel Tibet (1ª puntata):
“Non è solo sul fronte di guerra che si serve la Patria, Lina!”. I toni possono
apparire esagerati, ed oggi ci possono fare una singolare impressione,
soprattutto in bocca ad una donna, specie in rapporto alla Dale raymondiana, ma
senza dubbio erano quelli che al tempo si usavano nella stessa sostanza anche
se con altre parole per le donne “patriottiche” del comic bellico americano.
Un “nazionalismo” che si esplicita anche con
riferimento ai materiali, alle macchine e alle invenzioni, che sono - proprio
con tipica espressione marinettiana - “italianissimi”: un superlativo che,
anche questo, potrà suonarci strano, ma assai meno se pensiamo che ancora oggi
ci sentiamo orgogliosi quando apprendiamo che, ad esempio, industrie italiane
hanno contribuito a realizzare interi satelliti artificiali o una parte dello
stazione orbitale europea, per non parlare di altre scoperte o invenzioni, come
il tubo-scanner per l’individuazione
dei tumori. Il fatto è che, lo si ripete, quell’“italianissimi” si riferiva a
mezzi (reali o immaginari) creati dall’“Italia fascista” e ciò non è certo
“politicamente corretto” ed a qualcuno potrà sembrare ridicolo o addirittura
oltraggioso una tale esaltazione “nazionalistica”.
Ma tant’è. Tali sono, e spesso Romano specifica ben
bene chi li ha costruiti o prodotti, ad esempio gli strumenti che servono a
misurare le radiazioni della Terra e della luce utilizzati dalla spedizione
scientifica in Groelandia di cui fa parte il nostro eroe divenuto “ingegnere”,
il cui bimotore Breda riesce là dove
non riesce il quadrimotore americano (Il
deserto bianco); lo è anche lo “scafandro speciale” realmente esistente ed
effettivamente utilizzato dalla nave-recupero Artiglio protagonista di Negli
abissi del mare; è invece una invenzione fantascientifica quella “specie di
scafandro per proteggere dalle radiazioni dell’Elemento 85 B” costruito
dall’Ansaldo di Genova usato in Il nemico
invisibile. In più, tutte quelle innovazioni sperimentali italiane che
Caesar dà come scontate ed acquisite, come si vedrà più avanti.
10. La
tecnologia
Condannato senza appello per il suo aspetto
“ideologico”, il fumetto viene però unanimemente ricordato per “l’insuperabile
maestria nel riprodurre aerei, carri armati ed ogni altro mezzo meccanizzato”
(Strazzulla). Inutile soffermarsi su questo aspetto in generale, quanto
piuttosto conviene farlo nello specifico perché da un lato ci offre il sapore
ineguagliabile di quel periodo, dall’altro ci fa capire come Caesar lavorasse e
si documentasse. Di conseguenza, alcune considerazioni si possono fare sul
primo e più famoso episodio della serie: Il
Legionario. Dal pennello del disegnatore italo-tedesco escono le esatte
raffigurazioni di alcuni notissimi velivoli che parteciparono al conflitto
spagnolo: i nostri caccia CR.32, i
bombardieri S.79, gli idrovolanti Cant Z.501 e Cant Z.506B, così come quelle degli aerei avversari che,
particolare estremamente interessante, vengono chiamati (a parte gli Hawkers Hart) con il nome convenzionale
dato loro dai nazionalisti i quali non ne conoscevano ancora la vera origine e
denominazione (lo stesso fecero più tardi gli americani nei confronti degli
aerei giapponesi): ecco allora i fantomatici caccia Curtiss che altri non erano se non i Polikarpov I.15, ed i misteriosi Martin Bomber ovverosia i bimotori da bombardamento Tupolev SB2, nomi americani per aerei
russi che l’URSS aveva inviato per sostenere la causa della Spagna
repubblicana.
Caesar eseguiva le sue tavole in base evidentemente
non solo alle informazioni che possedeva, a quel che leggeva sui giornali, ma
soprattutto in base alle riproduzioni fotografiche che vedeva sui giornali,
soprattutto sulle riviste del Ministero dell’Aeronautica cui spesso
collaborava: sicché egli dà come operante nell’Aviazione legionaria il bimotore
da bombardamento Caproni Ca 135, che
lo stesso Romano pilota (17ª puntata). Viceversa, di questo poco fortunato
velivolo vennero inviati in Spagna solo due esemplari che non parteciparono ad
alcuna operazione bellica (cfr. Spagna
1936-1939: l’Aviazione Legionaria, Interdigest, 1973). Un altro esempio: ad
un certo punto (21ª puntata) il nostro eroe parte con “un grosso e velocissimo
apparecchio da bombardamento”, definito “un nuovissimo Breda”, la cui raffigurazione fa venire in mente il Breda Ba 88, un caccia pesante ed
assaltatore che deluse le aspettative e che non venne affatto impiegato in
Spagna. Poiché il prototipo volò nel 1936, mentre i modelli di serie apparvero
nel maggio 1939, se ne può dedurre che Caesar, conoscendo l’apparecchio che
aveva conquistato alcuni primati di velocità nel 1937, abbia considerato cosa
logica il suo impiego nella guerra civile spagnola: infatti il Breda da lui disegnato ha una coda
mono-deriva come il prototipo, e non bi-deriva come nella versione di serie
(tra parentesi, è un refuso/errore il calibro dei “nuovissimi cannoncini a tiro
rapido” disegnati nella 9ª puntata: non 320 mm, calibro dei cannoni delle
corazzate, bensì solo 32 mm).
la “tecnologia” di Caesar è dunque ispirata alle
fonti cui attingeva, molte delle quali (i periodici Ali, L’Ala d’Italia, L’Aquilone e Avventure del Cielo della editoriale Aeronautica) spesso presentavano
dei semplici prototipi che l’artista nei suoi fumetti dava come ormai di uso
comune. Oppure si trattava di personali elaborazioni, qualche volta mescolando
elementi di un paio di velivoli, che fanno semplicemente assomigliare un aereo
alla sua fonte ispirativa. Facciamo un rapido elenco dei mezzi presenti nelle
avventure di Romano:
Il
deserto bianco: oltre all’idro M.F.6
e alla fortezza volante” B.17,
elaborazioni sono il bimotore con i pattini da neve su cui Romano vola ispirato
al Breda Ba.88, e l’idro a scafo
elaborazione di un equivalente americano (14ª puntata).
Negli
abissi del mare: l’idro che salva Romano (10ª puntata) è il famoso
Catalina, statunitense.
Il
nemico invisibile: numerosi gli adattamenti da parte di Caesar. Il caccia
e il bimotore della 6ª puntata sono ispirati rispettivamente all’americano P.40 e all’inglese Hampten; il monomotore su cui vola il nostro eroe à uno Stuka prima versione ma non esattamente
identico, precisi sono invece i Gloster
Gladiator biplani e il grande idro transatlantico Sunderland dell’ultima puntata.
Per
l’Italia: molte le riproduzioni precise. il trimotore della LATI
su cui sono Romano e Isa è l’S.83,
seguono il caccia Spitfire, il Wellesley, l’aerosilurante S.79,
il bombardiere leggero BR.20, il Texan americano (ma presentato come
ricognitore inglese nella 9ª puntata), il Gladiator,
il famoso bombardiere Blenheim, il
nostro caccia Macchi 200. C’è anche
il caccia italiano Re 2000,
erroneamente definito Ro 2000, ed un
aerosilurante italiano monomotore con scarponi che assomiglia al Re 2000, ma che in realtà non esiste (3ª
puntata). Da segnalare il curioso aereo della CRI (15ª puntata): si tratta di
un Breda 44. Il carro armato della 3ª
puntata è uno Stuart modificato.
Mare
nostro: oltre all’S.79 e
al Cant. Z 506B, l’idro imbarcato
sull’incrociatore e lanciato con la catapulte è un Ro 43.
Verso:
A.O.I.: oltre agli Skua (scritto
Skva), qui il Breda 88 (un
aereo che a Caesar evidentemente riusciva molto simpatico) è bi-deriva, quindi
della produzione di serie. I carri armati sono invece il leggero italiano L.3 e il medio tedesco PKW II.
Il
siluro umano: il quadrimotore italiano è un Piaggio P.108 non molto preciso: era in sperimentazione e
collaudandone un esemplare nell’agosto 1941 aveva trovato la morte Bruno
Mussolini. Il caccia bimotore è una strana scelta di Caesar: si tratta infatti
di un prototipo americano, il Grumman
XF5F-1 (2ª e 3ª puntata).
Quanto allo “speciale siluro” che Romano guida
contro il porto maltese di La Valletta, lo inseriamo qui giacché erroneamente
molti commentatori del fumetto hanno scritto che Caesar anticipò o addirittura
rivelò un segreto militare quello dei cosiddetti “maiali” (“anteprima mondiale
dei mezzi d’assalto”, scrive il caporedattore del Vittorioso, Righini): a parte che la cosa sembra un po’ difficile,
si tratta di uno errore, anche perché come si è detto in precedenza, le
operazioni che lo avevano visto in azione risalivano ad un anno prima.
Peraltro, è improbabile che si conoscessero immagini ufficiali di armamenti
segreti. Sicché l’ordigno, così come lo ha disegnato Caesar, non è mai esistito
in Italia e sembra piuttosto la fusione (voluta o fortuita non si può sapere)
di vari mezzi sperimentati dai Paesi del Tripartito verso la fine del
conflitto: infatti, costruirono qualcosa di simile sia giapponesi (il Kaiten), sia i tedeschi (l’Hecht), una via di mezzo fra
minisommergibili forniti di un unico siluro esterno, e “siluri pilotati”, trasportabili
da navi come da sommergibili più grandi. Circa i mezzi italiani, il “siluro”
guidato da Romano potrebbe considerasi
un incrocio fra un SLC (siluro a lenta corsa, ideato da Toschi e Tesei,
soprannominato “maiale”) che navigava sott’acqua e la cui testata esplosiva
veniva agganciata alla chiglia sommersa del naviglio nemico; un MTM (motoscafo turismo modificato, detto
“barchino esplosivo”) che veniva lanciato in emersione contro le navi
avversarie ed il cui pilota si salvava, nel modo in cui si salva il nostro
eroe: catapultandosi in mare con un salvagente o un battellino di salvataggio,
dopo averlo puntato sul nemico; ed un sommergibile tascabile d’assalto CA pilotato da un solo uomo. I “maiali”
vennero utilizzati dalla Decima Flottiglia Mas negli attacchi ai porti di
Malta, Gibilterra ed Alessandria, i “barchini” contro Suda e ancora Malta, i CA avrebbero dovuto attaccare New York e
Freetown, ma l’armistizio dell’8 settembre bloccò le operazioni già
programmate.
Ain El
Gazala: esatte riproduzioni dei Macchi 202 e degli Spitfire,
con un bimotore Caproni 313
nell’ultima puntata.
Caposaldo
“P”: sono i mezzi, come quelli precedenti, che il disegnatore
vide con i suoi occhi quando era nell’Afrika
Korps di Rommel: i carri inglesi Matilda
e Valentine, il bombardiere Stirling, gli Stukas tedeschi ma con le insegne italiane.
Romano
nel Tibet: in questa avventura bellico-esotica i mezzi non sono
facili di decrittare, anche perché risultano singolari discrasie fra il testo e
il disegno: ad esempio, nella 1ª puntata si parla di un trimotore giapponese,
ma in realtà si vedono un monomotore che sembra un’opera di fantasia, ed un
successivo bimotore che è invece un Mitsubishi
KI 21, mentre il grande idro quadrimotore successivo è un Kawanishi. Di non facile identificazione
il bimotore (4ª-6ª puntata) che potrebbe essere o un Rikugun KI 93 o un Mitsubishi
KI 83, mentre il caccia (8ª puntata) potrebbe essere un Kawanishi P1Y2. Il caccia con lo stemma
della Cina (10ª puntata) sembra essere un P.40
americano adattato, mentre l’“aereo da bombardamento” di Romano (13ª puntata) è
un Lysander, ricognitore inglese
usato spesso per missioni speciali (un po’ come lo Storch tedesco). Infine, nelle ultime due puntate sono presenti un
bimotore Mitsubishi ed un famoso
caccia giapponese, il Raiden.
11. Il
futuribile
Più che fantascientifico, come pure si è detto
inizialmente, forse l’aggettivo migliore per certe macchine presenti nelle
storie di Romano è futuribile, che è meglio di avveniristico. Infatti, esse non
sono totali invenzioni di Caesar, quanto prototipi sperimentali dati dal
disegnatore come ormai di uso comune. Il che rende la sua scelta quanto mai
interessante.
A parte quelli cui già si è rapidamente accennato,
di certo i più curiosi sono il buffo aeroplanino usato da Isa tra l’ultima
puntata di Negli abissi del mare e la
prima puntata de Il nemico invisibile,
che è un ricognitore sperimentale della Boeing, poi mai costruito in serie, e
il curiosissimo “moto veleggiatore” smontabile e trasportato su un autocarro
che utilizzano Romano e Isa in Verso:
A.O.I.: un Magni Vittorino,
anch’esso rimasto a livello sperimentale, in pratica un aliante a motore.
Fantascientifico è invece l’elicottero dorsale di cui fa uso il nostro eroe per
salvare il pilota americano ne Il deserto
bianco: sperimentato sin dagli anni Dieci dai francesi, in pratica non si
concretizzò mai in qualcosa di veramente utilizzabile e solo nella seconda metà
del Novecento negli Stati Uniti si realizzò un modello individuale di razzo
dorsale. Caesar si rendeva benissimo conto della questione, tanto è vero che
commenta lui stesso in una didascalia
(29ª puntata intitolata “Il volo umano”): “Aspettando con segni di evidente
gioia l’arrivo di Romano che col suo nuovo apparecchio pare più una visione di
romanzo futurista che una realtà dei nostri giorni”. “Romanzo futurista” o
“straordinario” o “avveniristico” che, come ho ampiamente dimostrato altrove
(l’antologia Le aeronavi dei Savoia,
Nord, Milano, 2001) all’epoca in Italia non era affatto sconosciuto, anzi ben
noto e praticato con originalità anche dai nostri autori.
Il disegnatore italo-tedesco non si è limitato alle
macchina volanti, ma si è sbizzarrito anche in altri settori: sempre ne Il deserto bianco la moto-slitta Breda è
un prototipo rimasto tale, mentre è una bella intuizione quella dei “motoscafi
del futuro” che si innalzano su pinne per evitare l’attrito con l’acqua: l’idea
è dell’ingegner Crocco, venne applicata ad un idro da corsa, il Piaggio PC.7 Pinocchio, ed oggi la
troviamo regolarmente applicata sugli aliscafi che collegano ad esempio Napoli
alle sue isole.
Ovviamente pura fantascienza sono ne Il nemico invisibile - una avventura che
potrebbe essere messa sul piano di una di Cino
e Franco o de L’Uomo Mascherato -
l’Elemento 85B, la tuta della Ansaldo e le radiazioni del Tempio dei Raggi che
mummificano le persone e ne bruciano gli occhi.
12. Alla
scoperta del tempo perduto
Una lunga analisi (forse anche un po’ divagante)
per un lungo fumetto, il maggior serial
disegnato che abbia avuto l’Italia fra le due guerre: ben 179 tavole, alle
quali in questa edizione se ne sono aggiunte anche due documentarie che Caesar
realizzò nel suo tipico stile, dato che rientrano perfettamente nell’atmosfera
delle avventure di Romano: Un
radiocronista al fronte (7 marzo 1942) e Lotta aerea nippo-cinese (14 marzo 1942).
L’ambigua fama che accompagnava il fumetto, la
mancanza di un suo esame veramente approfondito, l’unilateralità delle
critiche, le sue molteplici sfaccettature e i diversi punti di approccio, la
personalità dell’autore, ma anche alcuni problemi collaterali che si sono
presentati durante questo lavoro, con la conseguenza di approfondire riscontri
tecnici e documentazione storica per offrire un quadro veramente completo del
contesto in cui il lavoro di Caesar si colloca, hanno prodotto una introduzione
d’inusuale estensione per una “banale storia a fumetti”, come si suol ancora
dire (l’importante è che non sia risultata noiosa). Ma l’occasione della sua
ripubblicazione integrale dopo sessant’anni era una occasione più unica che
rara da non lasciarsi sfuggire per affrontare temi rimossi e problemi mal
posti.
Il lettore, sia esso il semplice amatore del buon
fumetto, il nostalgico delle storie degli anni Trenta, la celebrata “età
d’oro”, il fan di Caesar e/o de Il Vittorioso, oppure anche
l’appassionato di storia o di aviazione, potrà apprezzare e giudicare
finalmente in modo diretto - come non si finirà mai di sottolineare abbastanza -
qualcosa che sino ad oggi era esclusivo appannaggio di pochi e fortunati
super-collezionisti: un personaggio e delle storie affatto monocordi e, nelle
pieghe della trama e dei disegni, ricchi di aspetti inusitati. Valutare i
pareri del passato e quanto scritto in questa occasione.
Posso dire che per me, che mi ero già occupato di
Romano giusto trent’anni fa, è stata una doppia emozione, una duplice scoperta
del tempo perduto: il mio, personale, di allora, di quegli anni, di quel clima
politico e culturale, di quelle polemiche; e l’altro descritto e fatto rivivere
nelle spericolate avventure di Romano...
Ma sì, diciamolo pure adesso che lo abbiamo
ampiamente smentito, ricordandoci quel che si legge nella sua ultima avventura
(“In Romano si risveglia il legionario di una volta”, Romano nel Tibet, 11ª puntata): le spericolate avventure di Romano il Legionario!
Gianfranco
de Turris
Roma, settembre 2003
Desidero ringraziare Gianni Brunoro per il materiale
documentario messo a disposizione da cui ho attinto molti dati e notizie
importanti; Cesare Falessi per la sua incomparabile competenza aeronautica che
mi ha aiutato dal punto di vista tecnico; e Carlo De Risio per le informazioni
sui mezzi della marina militare.