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EMILIO SALGARI E LE PSEUDO-MERAVIGLIE DEL DUEMILA

                           “Io ora mi domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità intera,

 in un tempo più o meno lontano, non finirà per impazzire”.

Emilio Salgari

    

All’epoca era definito il “Verne italiano”: parallelo sovente adottato dai suoi editori per motivi puramente commerciali a ragione della fama che lo scrittore francese aveva raggiunto anche nel nostro Paese, ma che Emilio Salgari in una lettera del 1900, che non si sa se spedita oppure no ad un certo signor Marchese vicino alla Real Casa per chiedere una sovvenzione, riprese citando questa sua nomea (“colui che chiamano il Verne italiano”), ma - mi pare - senza in fondo crederci troppo neanche lui.

Infatti, a parte un’impressione epidermica e superficiale, poco hanno in comune i due, e questo, almeno a livello giovanile, era abbastanza sentito, almeno quando io ero ragazzino, cioè quando negli Anni Cinquanta ancora le letture fra i dieci e i sedici anni erano contrassegnate da queste due pietre miliari: ci si divideva, perciò, tra i lettori di Salgari e i lettori di Verne: “E tu cosa leggi?” ci si chiedeva, come per poter classificare e inquadrare in determinate caselle chi ci stava davanti e con cui si poteva poi giocare.

Chi prediligeva l’italiano era uno più con i piedi a terra, nonostante il suo avventuroso esotismo; chi prediligeva il francese era uno cui piaceva fantasticare, dato che di Verne si preferiva leggere i romanzi più noti e classici, quelli spruzzati di avvenirismo e di mirabolanti invenzioni, piuttosto che quelli a sfondo storico o geografico che con le loro pignolerie e le sue lunghissime descrizioni erano francamente noiosi: insomma, Ventimila leghe sotto i mari, Viaggio al centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Intorno alla Luna, L’isola misteriosa, I figli del capitano Grant piuttosto che Cinque settimane in pallone, Mattia Sandorf o Tre inglesi e tre russi nell’Africa australe.

Certo Salgari conosceva e leggeva Verne: lo dimostrano spunti e addirittura titoli comuni: ad esempio, Duemila leghe sotto l’America (che fu il suo secondo romanzo in volume, pubblicato nel 1888), Attraverso l’Atlantico in pallone (1896), oppure Un dramma in aria e Il deserto di ghiaccio (questi ultimi racconti a firma “Guido Altieri”). Ma a parte ciò?

Quel che divideva i due autori a me sembra fosse qualcosa di più profondo che va al di là - e perciò li distingue - da alcune consonanze esteriori, cioè, l’essere alla fin fine due prolifici romanzieri di avventure tra loro contemporanei e molto popolari, impropriamente considerati per ragazzi. E questa differenza va ricercata nello spirito con cui entrambi scrivevano i loro libri e, soprattutto, nel pathos che li caratterizzava. Nel senso che in Salgari c’era, in Verne quasi per nulla, anche nei suoi romanzi più avvincenti e drammatici come possono essere i ricordati Ventimila leghe sotto i mari e I figli del capitano Grant. Personaggi sanguigni e romantici come il Corsaro Nero e soprattutto Sandokan, non sarebbero mai potuti uscire dalla penna dello scrittore francese (forse soltanto il capitano Nemo vi si avvicina un po’).

Questo per dire che non sembra molto possibile, al di là dei luoghi comuni, effettuare un parallelo fra i due, benché sia una abitudine più che compierlo riferirvisi superficialmente come giudizio scontato: casomai, ora che dagli Anni Settanta anche in Italia si conosce bene un altro scrittore, l’americano Robert E. Howard, è viceversa con lui che un parallelo si può fare, nonostante le epoche e le culture diverse in cui vissero, perché entrambi hanno - appunto - lo stesso spirito e lo stesso pathos, la stessa vibrante immaginazione evasiva, e lo stesso grande desiderio di avventura e di grandi eroi selvaggi, la stessa fantasia lussureggiante e la stessa aggettivazione rutilante e barocca. Il tutto assai lontano dalla tranquilla  mentalità “borghese” di Verne. Come non sarebbe stato impossibile per il cavalier Emilio Salgari immaginare un personaggio sanguinario come Conan nell’Italia umbertina e giolittiana, così l’americano Robert Howard, sperduto in un paesino del Texas durante la Depressione, avrebbe potuto benissimo immaginare l’altrettanto impetuoso Sandokan.

Inoltre, se la tipicità verniana è quella della anticipazione scientifica o della introduzione nei suoi romanzi dell’uso o dello sviluppo più avanzato di certe invenzioni già note alla scienza tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tanto da far comunemente inserire lo scrittore francese acconto a Herbert George Wells come precursore e addirittura “padre” della moderna fantascienza, al contrario Salgari non era molto portato per la speculazione avveniristica e raramente inserì nel complesso delle sue opere marchingegni e macchinari che andassero oltre la tecnologie del proprio tempo, a parte forse lo Sparviero, la straordinaria “macchina volante” presente ne I Figli dell’Aria (1904) e Il Re dell’Aria (1907).

Unica eccezione Le meraviglie del duemila, romanzo atipico nella produzione salgariana, dato che lo scrittore veronese non si spinse mai, come tempo dell’azione narrativa, oltre la sua epoca: anche due racconti della serie della novantina firmati “cap. Guido Altieri” scritti per la “Bibliotechina Aurea Illustrata” dell’editore palermitano Salvatore Biondo e pubblicati fra il 1901 e il 1906, e che si possono in qualche modo definire “fantascientifici”, e cioè Alla conquista della Luna e La Stella Filante, non osano troppo quanto a fantasia e mantengono assai meno di quel che promettono: peraltro palesano alcuni caratteri del pensiero salgariano che ritroveremo nel sua romanzo avveniristico, vale a dire la sfiducia nella scienza e nella tecnica (la Luna non viene raggiunta, e quindi non viene descritta; la maestosa aeronave ha una avaria e precipita).

Ma proprio dall’atipicità delle Meraviglie del duemila emergono interessanti e singolari aspetti della filosofia e delle idee salgariane, meno presenti o meno evidenti negli altri suoi innumerevoli romanzi.

Quale ne è il motivo?

Probabilmente perché quest’opera, assieme ad un altro romanzo poco tenuto in considerazione dai lettori e dalla critica, vale a dire La Bohème italiana, anch’esso atipico ma per ragioni diverse dall’altro, furono in origine redatti con uno pseudonimo e, proprio per questo, non essendo firmati con il suo, Salgari probabilmente li scrisse con accenti per lui insoliti, lasciandosi andare a idee di carattere filosofico e politico (Le meraviglie del duemila) o a riferimenti personali e ricordi autobiografici (La Bohème italiana), che forse non avrebbe mai osato esternare in modo “ufficiale”.

La vicenda è questa. Nel 1902-5, mentre era ancora sotto contratto con l’editore genovese Donath, il suo concorrente, il fiorentino Bemporad, propose allo scrittore veronese di lavorare contemporaneamente per lui, ma poiché ciò non poteva avvenire in modo esplicito Salgari redasse i due romanzi citati, per i quali venne pagato 500 lire cadauno, firmandoli con il suo abituale nome de plume “Guido Altieri”. Bemporad però non li stampò subito, ma furbescamente attese che Salgari rescindesse il vecchio contratto e ne firmasse uno nuovo con lui, il che avvenne il 7 giugno 1906: quell’anno, dunque, apparve l’ultimo romanzo per Donath, Il Re del Mare (una nuova avventura di Sandokan) e il primo per Bemporad, La Stella dell’Araucania. L’anno successivo fu la volta di Alla conquista di un Impero, con cui i Tigrotti della Malesia sbarcavano nella sede dell’editore fiorentino, quindi, non sussistendo più alcun problema di esclusiva, fu la volta dei due libri commissionati negli anni precedenti ad essere pubblicati con il vero nome, certo di maggior richiamo dello pseudonimo: Le meraviglie del duemila, che era stato preannunciato sul Giornalino della Domenica già il 15 luglio 1906, nel 1907; mentre La Bohème italiana dovette attendere altri due anni e apparve nel 1909. Poiché l’azione delle Meraviglie si svolge fra il 1893 e il 2003, sembra ovvio pensare che Salgari abbia scritto il libro nel 1903, spostandosi di due cifre tonde, dieci anni indietro e un secolo in avanti.

All’epoca in cui il cavalier Emilio si accingeva a redigerlo, il romanzo “avveniristico” o “meraviglioso” o “straordinario” non era sconosciuto in Italia. Lasciando per un momento da parte Verne e Wells, ma anche Robida o Boussenard, tradottissimi, esistevano infatti opere di autori italiani che di certo Salgari conosceva ed aveva letto: visioni del futuro sospese tra ottimismo e pessimismo (a seconda delle idee filosofiche e politiche dell’autore) erano state scritte da Antonio Ghislanzoni (Abrakadabra, 1864), dall’avvocato Agostino Della Sala Spada (Nel 2073!, 1875) e dall’arcinoto all’epoca Paolo Mantegazza (L’anno 3000, 1897); storie “alla Verne”, stile “viaggi straordinari” le avevano pubblicate Ulisse Grifoni (Da Firenze alle stelle, 1885, poi ampliato in Dalla Terra alle stelle, 1897; Il giro del mondo in 30 giorni, 1903), F. Bianchi (Dalla Terra a Marte, 1895), Yambo (Due anni in velocipede, 1899; Gli eroi del “Gladiator”, 1900), Luigi Barberis (L’automobile volante, 1902).

È possibile che Salgari sia stato sollecitato a scrivere Le meraviglie del duemila anche dalla presenza sul mercato editoriale di altri autori italiani che in quegli stessi anni si erano cimentati con le “invenzioni meravigliose” e con il mondo di domani? È possibile, tanto più che un suo non rifiuto, al limite un interesse, per questi temi avveniristici e futurologici si rintraccia nel settimanale che diresse in quello stesso periodo in cui pensiamo sia stato scritto il libro, dal 1904 al 1906, stampato da Donath, Per terra e per mare (sottotitolo: “Giornale di avventure e di viaggi diretto dal Capitano Cavaliere Emilio Salgari”), dove ospitò alcuni racconti ed un romanzo a puntate in tale vena a firma di Manfredo Baccini, Gaspare Freddi, Amerigo Greco e altri.

Può essere che la spiegazione sia questa, ma ritengo piuttosto che la spinta principale per la sua fantasia non sia stato tanto il desiderio di fare della estrapolazione scientifica, quanto il desiderio - mai presentatosi in passato e che non si ripresenterà più - di esporre le proprie idee sull’evolversi della politica e del modo di vivere dell’uomo. La trama ricalca altre dello stesso genere. Nel 1893 due giovani, il ricco e annoiato James Brandock e lo scienziato Toby Holker, si addormentano grazie ad un siero ricavato da una pianta denominata “il fiore della resurrezione”, e si risvegliano centodieci anni dopo per vivere in un mondo che non è più il loro.

E qui sta il punto nodale della questione, che distingue il romanzo salgariano da altri dello stesso tipo basati sul sogno protrattosi per secoli. Che descrizione dà della società del 2003 lo scrittore veronese? Una descrizione, al di là delle “meraviglie” del titolo, negativa, rivelando un pessimismo di fondo ed uno spirito conservatore, per nulla ottimista e progressista (a voler usare la terminologia odierna). Al punto che, nell’ultima edizione annotata del romanzo, pubblicata nel 1995 da Viglongo, Felice Pozzo ha giustamente definito Le meraviglie del duemila una “anti-utopia”, nel senso che lo scrittore, pur effettuando un elenco ininterrotto di strabilianti novità scientifico-tecnologiche, mette in guardia dagli eccessi di un tipo di vita che alla fin fine proprio meravigliosa non è da un punto di vista squisitamente “umano”.

Sempre Felice Pozzo ha sottolineato la “irriducibile ritrosia nei confronti delle conquiste scientifiche” da parte di Salgari, e ciò si nota da certe timide speculazioni che però, caso strano, riguardano in genere i mezzi di locomozione e non invece altre specifiche novità del futuro da lui immaginato. Tanto per cominciare, non si può non rilevare come il “modo” con cui i suoi personaggi approdano nel 2003 è quello tipico della narrativa fantastica sin quasi a quel momento: nel futuro ci si va in sonno, se non mediante un vero e proprio sogno, ovvero in “animazione sospesa” o “ibernazione”. Se non si vuol risalire ai primordi, certo i precedenti ottocenteschi sono illustri: da Rip van Winkle (1819) di Washington Irving a L’homme à l’oreille cassé (1861) di Edmond About, da Looking Backward (1887) di Edward Bellamy a When the Sleeper Wakes (1899) di Herbert George Wells, tutti tradotti o quasi all’epoca in cui Salgari scriveva il suo romanzo. Ma proprio Wells, come si sa, pochi anni prima aveva ideato un nuovo modo - questa volta “meccanico”, il primo nella storia del pensiero e non solo della letteratura - per spostarsi avanti e indietro nel tempo, appunto The Time Machine (1895, precedente diversa versione su rivista nel 1888), ma l’idea non si era per nulla diffusa e non aveva fatto ancora proseliti fra i romanzieri e non solo di lingua inglese (in italiano era stato tradotto da Vallardi nel 1902 col titolo Un’esplorazione nel futuro). Ci si potrebbe anche chiedere se Salgari abbia conosciuto e letto una curiosa storia, Maestro Domenico, apparsa a Prato nel 1872, in cui l’autore, Narciso Feliciano Pelosini, ricalcando esattamente la trama del Rip van Winkle (che però all’epoca non pare fosse stato ancora tradotto in italiano, il che costituirebbe un curioso elemento da approfondire), descrive anch’egli una antiutopia, e cioè l’infausto Regno d’Italia in cui si sveglia il protagonista addormentatosi mentre ancora esisteva il Granducato di Toscana!

Dunque, la timidezza speculativa salgariana si evidenzia soprattutto nelle macchine che servono per spostarsi: egli sceglie, ad esempio, per i suoi apparecchi volanti il metodo delle ali battenti piuttosto che quello delle ali rigide e delle eliche inaugurato nella realtà dai fratelli Wright proprio in quel 1903, in ciò evidentemente influenzato più che dalla realtà dalla fantasia, più dal verniano Robur le conquérant (1886) e soprattutto dal folleggiante Le Vingtième Siècle di Albert Robida (1883) che era stato tradotto da Sonzogno nel 1885, che dagli esperimenti di Wilbur e Orville Wright sugli alianti e dal loro Flyer I che, il 17 dicembre dell’anno in cui Salgari verosimilmente scrisse le sue Meraviglie, volò a Kitty Hawke nel Nord Carolina per 36 metri a tre metri d’altezza. Il Condor salgariano, così, vola con le sue ali battenti alla “velocità fulminea” di cento miglia orarie, vale a dire circa 150 chilometri, e ad una altezza di ben 150 metri (non si spinse molto oltre, lo scrittore italiano, nemmeno per il suo treno sotterraneo che non supera i 300 chilometri all’ora).

Ma se è fin troppo facile criticare certa prudenza inventiva applicata ai mezzi di locomozione del futuro, al contempo non si possono non evidenziare altre ipotesi, speculazioni e addirittura previsioni indovinate in molti altri campi del vivere di ogni giorno e delle cose comuni, che aiutano a vedere il Salgari futurologo sotto un’altra luce, meno riduttiva. Ne elenchiamo qualcuna (il numero della pagina si riferisce alla edizione Viglongo de Le meraviglie del duemila citata in precedenza):

- la radiosveglia (p.35)

- il giornale parlato, cioè il giornale radio (p. 35)

- il giornale visivo migliore del cinematografo, cioè la televisione (p. 36)

- abiti di stoffa vegetale (p. 37)

- pasti in pillole (p. 39)

- pasti serviti meccanicamente, cioè self-service automatico (p. 39)

- il problema della sovrappopolazione (p. 40), che potrà essere risolto soltanto con “l’invasione di qualche pianeta” (p. 42)

- posta pneumatica, o meglio meccanica (p. 43)

- fabbriche e officine senza operai, cioè robotizzate e automatizzate (p. 51)

- raccolta automatica dei rifiuti (p. 62)

- i “gialli” sono un miliardo e cento milioni; gli italiani cinquanta milioni (cifre quindi non molto lontane dalla nostra realtà), anche se la popolazione mondiale è appena due miliardi (p. 64)

- si mangia in piedi per “troppa fretta”, cioè snack bar e fast food (p. 68)

- treni ad aria compressa (p. 72)

- turismo esotico, anche se verso l’Artico (p. 75), con costruzioni di grandi alberghi per “ricchi europei” (p. 103)

- balene e foche distrutte dagli “avidi pescatori americani” (p. 84)

- risorse marine contro la crescente fame del mondo (p. 104)

- energia alternativa ricavata dalla forza della Corrente del Golfo e sfruttata da “mulini” installati su isole galleggianti (p. 117)

- acqua potabile estratta dal mare (p. 123)

- pericolo di estinzione degli animali e creazione (nelle Isole Canarie) di una riserva naturale in cui sono riuniti gli animali che sono già scomparsi nei cinque continenti (p. 145)

- un “esplosivo potentissimo” che polverizza “quasi venti piani come fosse un castello di carte” chiamato “silurite” (p. 161).

L’interesse de Le meraviglie del duemila ai nostri occhi sta però oggi in ben altro che queste invenzioni, alcune delle quali invero sorprendenti, ma nel tipo di società immaginata da lì a cent’anni da Salgari, società in cui si riflettevano le sue convinzioni e le sue aspirazioni. Infatti, il Grand Tour che il discendente del dottor Holker, che lo ha accolto al suo risveglio nel 2003, organizza per l’ avo e Brandock attraverso il pianeta, non fa scoprire soltanto le “meraviglie” della tecnica, ma anche i mutamenti geopolitici della società futura, così come se li poteva immaginare un conservatore, nazionalista e anglofobo quale poteva essere all’inizio del Novecento un italiano della media borghesia, sul tipo appunto dello scrittore veronese. È quindi logico e comprensibile che proiettando la propria fantasia a cent’anni nel futuro rispetto al momento in cui stava scrivendo, il cavalier Emilio Salgari pensasse nella logica di quello stesso momento, così come ogni scrittore che si ponesse in quell’ottica faceva (Verne e Wells per primi) o avrebbe fatto (i moderni autori di fantascienza).

L’Italia di allora era quella che aveva alle spalle la tragedia di Adua e l’eclissi del sogno coloniale italiano, le cannonate di Bava Beccaris e l’acuirsi delle tensioni sociali, il regicidio di Umberto I e il diffondersi delle idee socialiste, marxiste e anarchiche, l’agitarsi nazionalistico delle rivendicazioni territoriali non soddisfatte dalle tre Guerre d’Indipendenza. E così, ne Le meraviglie del duemila Salgari immagina una sorta di “Grande Italia” che ha riconquistato tutti i territori che erano stati geograficamente, storicamente o anche linguisticamente suoi: l’Italia nel 2003 è “la più potente delle nazioni latine” essendo rientrata in possesso non solo del Trentino e dell’Istria ex austriaci, ma anche della Dalmazia ex veneta, di Nizza ex savoiarda, della Corsica ex genovese e di Malta. Altro che ”Italietta” giolittiana: questa Italia del futuro ha concretizzato le rivendicazioni che poi saranno proprie del fascismo!

È veramente sorprendente, inoltre, che in questa sua visione dell’assetto futuro degli Stati europei lo scrittore s’immagini l’indipendenza di nazioni come la Polonia e l’Ungheria che l’avrebbero ottenuta soltanto dopo la Grande Guerra, e descriva la disgregazione dell’Impero britannico, e poi del Commonwealth, con il raggiungimento dell’indipendenza da parte dei dominion di Sud Africa, Canada, Australia e addirittura dell’India, che nella realtà l’ottennero rispettivamente nel 1910, 1931, 1938 e 1947.

In più, per regolare le questioni internazionali, in un mondo in cui il progresso scientifico ha reso talmente distruttive le guerre che non conviene più combatterle, esiste una “Corte arbitrale dell’Aja” (l’idea non è comunque una trovata di Salgari, dato che nella capitale olandese esisteva sin dal 1899 proprio una “Corte permanente di arbitrato” creata in seguito alla Conferenza sul disarmo convocata dallo zar Nicola II).

Da un punto di vista per così dire “sociale”, Salgari espone una singolare ipotesi, che speculava sull’idea del progresso tecnologico così come lo si vedeva ai suoi tempi in base ai risultati già raggiunti, ma, così sembra, del tutto opposta alle previsioni di Karl Marx e del comunismo: partendo dalla considerazione che “l’elettricità ha ucciso il lavoratore” (si è detto che le fabbriche funzionano da sole: in pratica, oggi si direbbe che sono computerizzate), tutti gli operai “sono diventati pescatori e agricoltori; il mare e le campagne a poco a poco hanno assorbito gli operai”. Insomma, la “classe operaia” non solo non va in paradiso, ma non esiste proprio più: la scienza ha eliminato la “lotta di classe” base della ideologia marxista. Gli “operai” si sono trasformati in qualcosa d’altro: non è avvenuto esattamente così, ma oggi sappiamo tutti che è stata proprio la tecnologia a migliorare le condizioni di vita di molti lavoratori trasformandoli economicamente e mentalmente in borghesi: gli stessi teorici del marxismo concordano ormai con la tesi della scomparsa della “classe operaia”.

In particolare, circa l’ideologia che sugli operai e i contadini faceva leva all’inizio del secolo, vale a dire il socialismo, del quale - scrive Salgari - “si predicava un grande avvenire”, ecco come il nostro scrittore se ne immagina il futuro: “È scomparso dopo una serie di esperimenti che hanno scontentato tutti e contentato nessuno. Era una bella utopia che in pratica non poteva dare alcun risultato, risolvendosi infine in una specie di schiavitù. Così siamo tornati all’antico e oggidì vi sono poveri e ricchi, padroni e dipendenti come vi erano centinaia o migliaia d’anni prima, e come ve ne sono sempre stati da che il mondo ha cominciato a popolarsi” (p. 52). Un punto di vista realistico, ma anche preveggente: non soltanto il “sol dell’avvenire” è tramontato, ma anche l’intuizione che una “bella utopia” alla fine si possa risolvere “in una specie di schiavitù” allorché si tenta di applicarla, come si sa essere avvenuto in tutti i Paesi del “socialismo reale” sia in Occidente che in Oriente, dall’Unione Sovietica di Lenin e Stalin alla Cina di Mao, dalla Cambogia di Pol Pot alla Cuba di Castro, è notevole, soprattutto quando si considera che è stata scritta 14 anni prima della “rivoluzione di ottobre”, allora non certo all’orizzonte.

Quanto poi ai terroristi della sua epoca, vale a dire gli anarchici (l’assassinio del “re buono” risaliva ad appena tre anni prima di quando il romanzo si ritiene sia stato scritto), Salgari ipotizza una soluzione drastica, ma non certo peggiore di altre immaginate ai giorni nostri (ad esempio, le carceri di massima sicurezza): il confino in luoghi inaccessibili, ma autosufficienti e autogovernati, come le città galleggianti negli oceani o il Polo Nord: lì sono mandati da America, Europa e Asia tutti gli “esseri pericolosi che turbano la pace” della società (p. 122), dato che “il mondo ha il diritto di vivere e di lavorare tranquillamente senza essere disturbato. Chi secca si manda nel regno delle tenebre e vi assicuro che nessuno piange” (p. 76). Il nostro autore aveva sì previsto il perdurare del terrorismo, ma - ahimè! - non anche il contemporaneo sorgere del pietismo e del “buonismo”, del giustificazionismo ad ogni costo, di una sociologia d’avanguardia, che avrebbero pian piano  vanificato di fatto le misure cautelative e repressive adottate. Salgari non ha immaginato questa deviazione, ma, da buon realista, ha pensato bene che gli anarchici potessero però gestire gli alberghi del Polo Nord, dato anche che, a causa di problemi pratici, “non hanno più tempo di occuparsi delle loro pericolose teorie” (p. 76), in quanto “con un freddo a 45 gradi sotto zero non ci trovano più gusto a parlare di bombe, d’incendi e di stragi” (p. 101).

Che il cavalier Emilio nutrisse poca o punta fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, lo rivelano peraltro due aspetti fondamentali del suo romanzo avveniristico: il primo è lo scontro fra Natura e Tecnologia, a tutto vantaggio della prima; il secondo è la sconsolante fine che attende i due risvegliati nell’anno 2003, e il monito con cui lo scrittore chiude l’opera. Infatti, di fronte allo scatenarsi delle forze primordiali del pianeta - tempeste marine, bufere, cicloni - non c’è ritrovato scientifico che tenga e nemmeno i più perfezionati ritrovati della tecnica possono resistere, possono opporsi: la città sottomarina viene addirittura strappata dai suoi ancoraggi, il battello volante viene travolto e precipita. Non è cambiato nulla rispetto al passato (ed al nostro presente, peraltro): di fronte a certe situazioni l’uomo, benché straordinariamente progredito, rimane del tutto impotente.

Quanto alla vita del futuro - la vita di ogni giorno delle persone qualunque - nonostante l’imperversare di gadget e di agevolazioni pratiche, Salgari se la immagina frenetica, incalzante, angosciante, senza più alcun momento di calma e di pausa ma sempre frettolosa: “la gente che si affolla nelle vie vicine pare che cammini sui tizzoni”, “perfino le signore marciano a passo di corsa come se avessero paura di perdere il treno”, per tutti è normale “correre così frettolosamente” (p. 51).

Fretta, fretta, fretta: non sembrano i giorni nostri? “È la grande tensione elettrica che agisce sui loro nervi. Il mondo è impazzito o quasi” (p. 51), commenta Toby Holker. Proprio così, tanto che ai due viaggiatori provenienti dal XIX secolo ad un certo punto accade lo stesso: “Una viva eccitazione si era impadronita di Toby e Brandock. I loro muscoli sussultavano, le loro membra tremavano e, lisciandosi i capelli, facevano sprigionare delle scintille elettriche” (p. 65). Sembra la descrizione di un elettroshock! L’aria è infatti satura di elettricità, la tensione insopportabile per chi non vi è abituato. Verso la conclusione della storia, la situazione precipita: “Io non so che cosa mi prenda”, dice Brandock. “Le mie membra tremano tutte ed i miei muscoli sussultano come se ricevessero delle continue scosse elettriche”; “Questa intensa elettricità, che ormai ha saturato l’aria del globo e alla quale noi non siamo abituati, temo che ci sia fatale. Noi siamo uomini d’altri tempi” (p. 161), commenta Toby; “Si direbbe che il mio cervello riceve delle continue scosse” (p. 168), aggiunge Brandock. È proprio questo il motivo per cui non sopravviveranno alla loro avventura.

Peggio della morte vengono dichiarati “pazzi, e per di più pazzi inguaribili” (p. 170). Il motivo? Commenta un medico: “Sia l’elettricità intensa a cui non erano abituati o l’emozione prodotta dalle nostre meravigliose opere, il loro cervello ha subito una scossa tale da non guarire più” (p. 169). “Tanto valeva che non si fossero risvegliati dal loro sonno secolare” (p. 170), chiosa malinconicamente il pronipote. E l’autore, prendendo direttamente la parola, conclude con un aperto monito la sua antiutopia: “Io ora mi domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità intera, in un tempo più o meno lontano, non finirà per impazzire. Ecco un grande problema che dovrebbe preoccupare le menti dei nostri scienziati” (p. 170).

Queste cose pensava, nelle vesti del “cap. Guido Altieri”, Emilio Salgari nel 1903. Oltrepassata da poco la data della sua storia futuribile noi che possiamo dire?

La risposta sembra, a questo punto, evidente: nel romanzo, così poco considerato dal punto di vista della anticipazione scientifica (ma anche questa è una sottovalutazione, come si è visto), Emilio Salgari è riuscito a ben individuare quale sarebbe stata la frenesia del “mondo moderno”, il rumore, il fracasso, nonché l’angoscia che lo contraddistingue nella vita quotidiana. Che essa derivi dalla saturazione elettrica dell’aria o da altro, da qualcosa di più profondo, di intimo, poco importa. A parte i pericoli che ci si dice esistano a causa di una eccessiva concentrazione di onde elettromagnetiche o microonde (cellulari, computer, radio e TV, forni, antenne televisive, ripetitori telefonici, reti ad alta tensione ecc.), possiamo vedere nella “saturazione dell’aria” salgariana un simbolo.

In fondo, alla sua epoca, si era alle soglie della Modernità, di una rivoluzione industriale che stava profondamente cambiando il mondo: lo scrittore, come tanti altri (ad esempio Robida che scrisse La vie electrique nel 1893), pensava all’elettricità come all’elemento nuovo, moderno, che sarebbe servito per ogni uso, sarebbe stata applicata in ogni settore e avrebbe modificato tutto, in bene o in male, chissà? In fondo, appena tre anni prima il 1900 non era stato forse salutato a Parigi con il Ballo Excelsior, un inno alla “vita elettrica”? Ma due anni dopo, Luigi Pirandello non metteva alla berlina la mania della “elettrificazione” nel racconto Le sorprese della scienza (ne Il Marzocco, del 3 dicembre 1905)? Un simbolo, dunque, e come tale lo abbiamo qui considerato, più che come un dato di fatto.

E come la dovremmo chiamare questa frenesia che obbliga noi, avendo raggiunto e superato il fatidico 2003 salgariano, ad avere una vita iper-attiva e super-agitata proprio come quella da lui descritta? È quel “logorio della vita moderna” di cui parlava una storica e non dimenticata pubblicità? È l’affanno di avere sempre troppe cose da fare? È lo stress che ne deriva? È la frustrazione che ci prostra psicologicamente? È la crisi esistenziale sempre in agguato? Sono l’infarto, l’ictus, l’ulcera, il cancro, la nevrosi, la depressione, malattie tipiche dei nostri giorni? È l’inquinamento atmosferico e acustico? Sono le paure quotidiane? È l’angoscia per un futuro incerto? È questa vita ansiogena?

Direi che è tutto ciò, un insieme di fattori e circostanze - volute da noi stessi, invero, spesso addirittura ricercate - che corre il rischio di farci “impazzire”, come ammoniva Emilio Salgari un secolo fa, e che ha già portato moltissimi, anche se non lo manifestano esteriormente, sull’orlo della crisi di nervi, di un collasso psichico: lo dimostra ogni giorno l’imbarbarimento della vita civile, il decadere della convivenza interpersonale, il corrompersi dei rapporti umani, il tramonto dell’educazione e delle buone maniere, il dilagare del turpiloquio, la quasi totale scomparsa del buon senso e dell’urbanità, tutti quei segnali negativi che traspaiono nelle piccole cose quotidiane.

Sicché, è da pensare che il cavalier Emilio abbia scritto il suo romanzo non con l’intento di esaltare gli sviluppi futuri della scienza, ma proprio con il preciso scopo di mettere in guardia nei confronti dei danni psicofisici che un incontrollato progresso tecnologico avrebbe potuto arrecare all’umanità. Alla luce di queste considerazioni, Le meraviglie del duemila potrebbero allora legittimamente intitolarsi Le pseudo-meraviglie del duemila, se non addirittura  Gli incubi del duemila.

                                    

Gianfranco de Turris

 

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