“Io ora mi domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità
intera,
in un tempo più o meno
lontano, non finirà per impazzire”.
Emilio
Salgari
All’epoca era definito il “Verne italiano”:
parallelo sovente adottato dai suoi editori per motivi puramente commerciali a
ragione della fama che lo scrittore francese aveva raggiunto anche nel nostro
Paese, ma che Emilio Salgari in una lettera del 1900, che non si sa se spedita oppure
no ad un certo signor Marchese vicino alla Real Casa per chiedere una
sovvenzione, riprese citando questa sua nomea (“colui che chiamano il Verne
italiano”), ma - mi pare - senza in fondo crederci troppo neanche lui.
Infatti, a parte un’impressione epidermica e
superficiale, poco hanno in comune i due, e questo, almeno a livello giovanile,
era abbastanza sentito, almeno quando io ero ragazzino, cioè quando negli Anni
Cinquanta ancora le letture fra i dieci e i sedici anni erano contrassegnate da
queste due pietre miliari: ci si divideva, perciò, tra i lettori di Salgari e i
lettori di Verne: “E tu cosa leggi?” ci si chiedeva, come per poter
classificare e inquadrare in determinate caselle chi ci stava davanti e con cui
si poteva poi giocare.
Chi prediligeva l’italiano era uno più con i piedi
a terra, nonostante il suo avventuroso esotismo; chi prediligeva il francese
era uno cui piaceva fantasticare, dato che di Verne si preferiva leggere i
romanzi più noti e classici, quelli spruzzati di avvenirismo e di mirabolanti
invenzioni, piuttosto che quelli a sfondo storico o geografico che con le loro
pignolerie e le sue lunghissime descrizioni erano francamente noiosi: insomma, Ventimila leghe sotto i mari, Viaggio al
centro della Terra, Dalla Terra alla Luna, Intorno alla Luna, L’isola
misteriosa, I figli del capitano Grant piuttosto che Cinque settimane in pallone, Mattia Sandorf o Tre inglesi e tre russi nell’Africa australe.
Certo Salgari conosceva e leggeva Verne: lo
dimostrano spunti e addirittura titoli comuni: ad esempio, Duemila leghe sotto l’America (che fu il suo secondo romanzo in
volume, pubblicato nel 1888), Attraverso
l’Atlantico in pallone (1896), oppure Un
dramma in aria e Il deserto di
ghiaccio (questi ultimi racconti a firma “Guido Altieri”). Ma a parte ciò?
Quel che divideva i due autori a me sembra fosse
qualcosa di più profondo che va al di là - e perciò li distingue - da alcune
consonanze esteriori, cioè, l’essere alla fin fine due prolifici romanzieri di
avventure tra loro contemporanei e molto popolari, impropriamente considerati
per ragazzi. E questa differenza va ricercata nello spirito con cui entrambi
scrivevano i loro libri e, soprattutto, nel pathos
che li caratterizzava. Nel senso che in Salgari c’era, in Verne quasi per
nulla, anche nei suoi romanzi più avvincenti e drammatici come possono essere i
ricordati Ventimila leghe sotto i mari e
I figli del capitano Grant.
Personaggi sanguigni e romantici come il Corsaro Nero e soprattutto Sandokan,
non sarebbero mai potuti uscire dalla penna dello scrittore francese (forse
soltanto il capitano Nemo vi si avvicina un po’).
Questo per dire che non sembra molto possibile, al
di là dei luoghi comuni, effettuare un parallelo fra i due, benché sia una
abitudine più che compierlo riferirvisi superficialmente come giudizio
scontato: casomai, ora che dagli Anni Settanta anche in Italia si conosce bene
un altro scrittore, l’americano Robert E. Howard, è viceversa con lui che un
parallelo si può fare, nonostante le epoche e le culture diverse in cui vissero,
perché entrambi hanno - appunto - lo stesso spirito e lo stesso pathos, la stessa vibrante immaginazione
evasiva, e lo stesso grande desiderio di avventura e di grandi eroi selvaggi,
la stessa fantasia lussureggiante e la stessa aggettivazione rutilante e
barocca. Il tutto assai lontano dalla tranquilla mentalità “borghese” di Verne. Come non sarebbe stato impossibile
per il cavalier Emilio Salgari immaginare un personaggio sanguinario come Conan
nell’Italia umbertina e giolittiana, così l’americano Robert Howard, sperduto
in un paesino del Texas durante la Depressione, avrebbe potuto benissimo
immaginare l’altrettanto impetuoso Sandokan.
Inoltre, se la tipicità verniana è quella della
anticipazione scientifica o della introduzione nei suoi romanzi dell’uso o
dello sviluppo più avanzato di certe invenzioni già note alla scienza tra la
metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tanto da far comunemente inserire
lo scrittore francese acconto a Herbert George Wells come precursore e
addirittura “padre” della moderna fantascienza, al contrario Salgari non era
molto portato per la speculazione avveniristica e raramente inserì nel
complesso delle sue opere marchingegni e macchinari che andassero oltre la
tecnologie del proprio tempo, a parte forse lo Sparviero, la straordinaria “macchina volante” presente ne I Figli dell’Aria (1904) e Il Re dell’Aria (1907).
Unica eccezione Le
meraviglie del duemila, romanzo atipico nella produzione salgariana, dato
che lo scrittore veronese non si spinse mai, come tempo dell’azione narrativa,
oltre la sua epoca: anche due racconti della serie della novantina firmati
“cap. Guido Altieri” scritti per la “Bibliotechina Aurea Illustrata”
dell’editore palermitano Salvatore Biondo e pubblicati fra il 1901 e il 1906, e
che si possono in qualche modo definire “fantascientifici”, e cioè Alla conquista della Luna e La Stella Filante, non osano troppo
quanto a fantasia e mantengono assai meno di quel che promettono: peraltro
palesano alcuni caratteri del pensiero salgariano che ritroveremo nel sua
romanzo avveniristico, vale a dire la sfiducia nella scienza e nella tecnica
(la Luna non viene raggiunta, e quindi non viene descritta; la maestosa
aeronave ha una avaria e precipita).
Ma proprio dall’atipicità delle Meraviglie del duemila emergono
interessanti e singolari aspetti della filosofia e delle idee salgariane, meno
presenti o meno evidenti negli altri suoi innumerevoli romanzi.
Quale ne è il motivo?
Probabilmente perché quest’opera, assieme ad un
altro romanzo poco tenuto in considerazione dai lettori e dalla critica, vale a
dire La Bohème italiana,
anch’esso atipico ma per ragioni diverse dall’altro, furono in origine redatti
con uno pseudonimo e, proprio per questo, non essendo firmati con il suo,
Salgari probabilmente li scrisse con accenti per lui insoliti, lasciandosi
andare a idee di carattere filosofico e politico (Le meraviglie del duemila) o a riferimenti personali e ricordi
autobiografici (La Bohème italiana),
che forse non avrebbe mai osato esternare in modo “ufficiale”.
La vicenda è questa. Nel 1902-5, mentre era ancora
sotto contratto con l’editore genovese Donath, il suo concorrente, il
fiorentino Bemporad, propose allo scrittore veronese di lavorare
contemporaneamente per lui, ma poiché ciò non poteva avvenire in modo esplicito
Salgari redasse i due romanzi citati, per i quali venne pagato 500 lire
cadauno, firmandoli con il suo abituale nome
de plume “Guido Altieri”. Bemporad però non li stampò subito, ma
furbescamente attese che Salgari rescindesse il vecchio contratto e ne firmasse
uno nuovo con lui, il che avvenne il 7 giugno 1906: quell’anno, dunque, apparve
l’ultimo romanzo per Donath, Il Re del
Mare (una nuova avventura di Sandokan) e il primo per Bemporad, La Stella dell’Araucania. L’anno
successivo fu la volta di Alla conquista
di un Impero, con cui i Tigrotti della Malesia sbarcavano nella sede
dell’editore fiorentino, quindi, non sussistendo più alcun problema di
esclusiva, fu la volta dei due libri commissionati negli anni precedenti ad
essere pubblicati con il vero nome, certo di maggior richiamo dello pseudonimo:
Le meraviglie del duemila, che era
stato preannunciato sul Giornalino della
Domenica già il 15 luglio 1906, nel 1907; mentre La Bohème italiana dovette attendere altri due anni e apparve nel
1909. Poiché l’azione delle Meraviglie
si svolge fra il 1893 e il 2003, sembra ovvio pensare che Salgari abbia scritto
il libro nel 1903, spostandosi di due cifre tonde, dieci anni indietro e un
secolo in avanti.
All’epoca in cui il cavalier Emilio si accingeva a
redigerlo, il romanzo “avveniristico” o “meraviglioso” o “straordinario” non
era sconosciuto in Italia. Lasciando per un momento da parte Verne e Wells, ma
anche Robida o Boussenard, tradottissimi, esistevano infatti opere di autori
italiani che di certo Salgari conosceva ed aveva letto: visioni del futuro
sospese tra ottimismo e pessimismo (a seconda delle idee filosofiche e
politiche dell’autore) erano state scritte da Antonio Ghislanzoni (Abrakadabra, 1864), dall’avvocato
Agostino Della Sala Spada (Nel 2073!,
1875) e dall’arcinoto all’epoca Paolo Mantegazza (L’anno 3000, 1897); storie “alla Verne”, stile “viaggi
straordinari” le avevano pubblicate Ulisse Grifoni (Da Firenze alle stelle, 1885, poi ampliato in Dalla Terra alle stelle, 1897; Il
giro del mondo in 30 giorni, 1903), F. Bianchi (Dalla Terra a Marte, 1895), Yambo (Due anni in velocipede, 1899; Gli
eroi del “Gladiator”, 1900), Luigi Barberis (L’automobile volante, 1902).
È possibile che Salgari sia stato sollecitato a
scrivere Le meraviglie del duemila
anche dalla presenza sul mercato editoriale di altri autori italiani che in
quegli stessi anni si erano cimentati con le “invenzioni meravigliose” e con il
mondo di domani? È possibile, tanto più che un suo non rifiuto, al limite un
interesse, per questi temi avveniristici e futurologici si rintraccia nel
settimanale che diresse in quello stesso periodo in cui pensiamo sia stato
scritto il libro, dal 1904 al 1906, stampato da Donath, Per terra e per mare (sottotitolo: “Giornale di avventure e di
viaggi diretto dal Capitano Cavaliere Emilio Salgari”), dove ospitò alcuni
racconti ed un romanzo a puntate in tale vena a firma di Manfredo Baccini,
Gaspare Freddi, Amerigo Greco e altri.
Può essere che la spiegazione sia questa, ma
ritengo piuttosto che la spinta principale per la sua fantasia non sia stato
tanto il desiderio di fare della estrapolazione scientifica, quanto il
desiderio - mai presentatosi in passato e che non si ripresenterà più - di
esporre le proprie idee sull’evolversi della politica e del modo di vivere
dell’uomo. La trama ricalca altre dello stesso genere. Nel 1893 due giovani, il
ricco e annoiato James Brandock e lo scienziato Toby Holker, si addormentano
grazie ad un siero ricavato da una pianta denominata “il fiore della
resurrezione”, e si risvegliano centodieci anni dopo per vivere in un mondo che
non è più il loro.
E qui sta il punto nodale della questione, che
distingue il romanzo salgariano da altri dello stesso tipo basati sul sogno
protrattosi per secoli. Che descrizione dà della società del 2003 lo scrittore
veronese? Una descrizione, al di là delle “meraviglie” del titolo, negativa, rivelando un pessimismo di
fondo ed uno spirito conservatore, per nulla ottimista e progressista (a voler
usare la terminologia odierna). Al punto che, nell’ultima edizione annotata del
romanzo, pubblicata nel 1995 da Viglongo, Felice Pozzo ha giustamente definito Le meraviglie del duemila una
“anti-utopia”, nel senso che lo scrittore, pur effettuando un elenco
ininterrotto di strabilianti novità scientifico-tecnologiche, mette in guardia
dagli eccessi di un tipo di vita che alla fin fine proprio meravigliosa non è
da un punto di vista squisitamente “umano”.
Sempre Felice Pozzo ha sottolineato la
“irriducibile ritrosia nei confronti delle conquiste scientifiche” da parte di
Salgari, e ciò si nota da certe timide speculazioni che però, caso strano,
riguardano in genere i mezzi di locomozione e non invece altre specifiche
novità del futuro da lui immaginato. Tanto per cominciare, non si può non
rilevare come il “modo” con cui i suoi personaggi approdano nel 2003 è quello
tipico della narrativa fantastica sin quasi a quel momento: nel futuro ci si va
in sonno, se non mediante un vero e proprio sogno, ovvero in “animazione
sospesa” o “ibernazione”. Se non si vuol risalire ai primordi, certo i
precedenti ottocenteschi sono illustri: da Rip
van Winkle (1819) di Washington Irving a L’homme à l’oreille cassé (1861) di Edmond About, da Looking Backward (1887) di Edward
Bellamy a When the Sleeper Wakes (1899) di
Herbert George Wells, tutti tradotti o quasi all’epoca
in cui Salgari scriveva il suo romanzo. Ma proprio Wells, come si sa, pochi
anni prima aveva ideato un nuovo modo - questa volta “meccanico”, il primo
nella storia del pensiero e non solo della letteratura - per spostarsi avanti e
indietro nel tempo, appunto The Time
Machine (1895, precedente diversa versione su rivista nel 1888), ma l’idea
non si era per nulla diffusa e non aveva fatto ancora proseliti fra i
romanzieri e non solo di lingua inglese (in italiano era stato tradotto da
Vallardi nel 1902 col titolo Un’esplorazione
nel futuro). Ci si potrebbe anche chiedere se Salgari abbia conosciuto e
letto una curiosa storia, Maestro
Domenico, apparsa a Prato nel 1872, in cui l’autore, Narciso Feliciano
Pelosini, ricalcando esattamente la trama del Rip van Winkle (che però all’epoca non pare fosse stato ancora
tradotto in italiano, il che costituirebbe un curioso elemento da
approfondire), descrive anch’egli una antiutopia, e cioè l’infausto Regno
d’Italia in cui si sveglia il protagonista addormentatosi mentre ancora
esisteva il Granducato di Toscana!
Dunque, la timidezza speculativa salgariana si
evidenzia soprattutto nelle macchine che servono per spostarsi: egli sceglie,
ad esempio, per i suoi apparecchi volanti il metodo delle ali battenti
piuttosto che quello delle ali rigide e delle eliche inaugurato nella realtà
dai fratelli Wright proprio in quel 1903, in ciò evidentemente influenzato più
che dalla realtà dalla fantasia, più dal verniano Robur le conquérant (1886) e soprattutto dal folleggiante Le Vingtième Siècle di Albert Robida
(1883) che era stato tradotto da Sonzogno nel 1885, che dagli esperimenti di
Wilbur e Orville Wright sugli alianti e dal loro Flyer I che, il 17 dicembre dell’anno in cui Salgari verosimilmente
scrisse le sue Meraviglie, volò a
Kitty Hawke nel Nord Carolina per 36 metri a tre metri d’altezza. Il Condor salgariano, così, vola con le sue
ali battenti alla “velocità fulminea” di cento miglia orarie, vale a dire circa
150 chilometri, e ad una altezza di ben 150 metri (non si spinse molto oltre,
lo scrittore italiano, nemmeno per il suo treno sotterraneo che non supera i
300 chilometri all’ora).
Ma se è fin troppo facile criticare certa prudenza
inventiva applicata ai mezzi di locomozione del futuro, al contempo non si
possono non evidenziare altre ipotesi, speculazioni e addirittura previsioni
indovinate in molti altri campi del vivere di ogni giorno e delle cose comuni,
che aiutano a vedere il Salgari futurologo sotto un’altra luce, meno riduttiva.
Ne elenchiamo qualcuna (il numero della pagina si riferisce alla edizione
Viglongo de Le meraviglie del duemila
citata in precedenza):
- la radiosveglia (p.35)
- il giornale parlato, cioè il giornale radio (p.
35)
- il giornale visivo migliore del cinematografo,
cioè la televisione (p. 36)
- abiti di stoffa vegetale (p. 37)
- pasti in pillole (p. 39)
- pasti serviti meccanicamente, cioè self-service automatico (p. 39)
- il problema della sovrappopolazione (p. 40), che potrà essere risolto soltanto con “l’invasione di qualche pianeta” (p. 42)
- posta pneumatica, o meglio meccanica (p. 43)
- fabbriche e officine senza operai, cioè
robotizzate e automatizzate (p. 51)
- raccolta automatica dei rifiuti (p. 62)
- i “gialli” sono un miliardo e cento milioni; gli
italiani cinquanta milioni (cifre quindi non molto lontane dalla nostra
realtà), anche se la popolazione mondiale è appena due miliardi (p. 64)
- si mangia in piedi per “troppa fretta”, cioè snack bar e fast food (p. 68)
- treni ad aria compressa (p. 72)
- turismo esotico, anche se verso l’Artico (p. 75),
con costruzioni di grandi alberghi per “ricchi europei” (p. 103)
- balene e foche distrutte dagli “avidi pescatori
americani” (p. 84)
- risorse marine contro la crescente fame del mondo
(p. 104)
- energia alternativa ricavata dalla forza della
Corrente del Golfo e sfruttata da “mulini” installati su isole galleggianti (p.
117)
- acqua potabile estratta dal mare (p. 123)
- pericolo di estinzione degli animali e creazione
(nelle Isole Canarie) di una riserva naturale in cui sono riuniti gli animali
che sono già scomparsi nei cinque continenti (p. 145)
- un “esplosivo potentissimo” che polverizza “quasi
venti piani come fosse un castello di carte” chiamato “silurite” (p. 161).
L’interesse de Le
meraviglie del duemila ai nostri occhi sta però oggi in ben altro che
queste invenzioni, alcune delle quali invero sorprendenti, ma nel tipo di società immaginata da lì a
cent’anni da Salgari, società in cui si riflettevano le sue convinzioni e le
sue aspirazioni. Infatti, il Grand Tour
che il discendente del dottor Holker, che lo ha accolto al suo risveglio nel
2003, organizza per l’ avo e Brandock attraverso il pianeta, non fa scoprire
soltanto le “meraviglie” della tecnica, ma anche i mutamenti geopolitici della
società futura, così come se li poteva immaginare un conservatore, nazionalista
e anglofobo quale poteva essere all’inizio del Novecento un italiano della
media borghesia, sul tipo appunto dello scrittore veronese. È quindi logico e
comprensibile che proiettando la propria fantasia a cent’anni nel futuro
rispetto al momento in cui stava scrivendo, il cavalier Emilio Salgari pensasse
nella logica di quello stesso momento, così come ogni scrittore che si ponesse
in quell’ottica faceva (Verne e Wells per primi) o avrebbe fatto (i moderni
autori di fantascienza).
L’Italia di allora era quella che aveva alle spalle
la tragedia di Adua e l’eclissi del sogno coloniale italiano, le cannonate di
Bava Beccaris e l’acuirsi delle tensioni sociali, il regicidio di Umberto I e
il diffondersi delle idee socialiste, marxiste e anarchiche, l’agitarsi
nazionalistico delle rivendicazioni territoriali non soddisfatte dalle tre
Guerre d’Indipendenza. E così, ne Le
meraviglie del duemila Salgari immagina una sorta di “Grande Italia” che ha
riconquistato tutti i territori che erano stati geograficamente, storicamente o
anche linguisticamente suoi: l’Italia nel 2003 è “la più potente delle nazioni
latine” essendo rientrata in possesso non solo del Trentino e dell’Istria ex austriaci,
ma anche della Dalmazia ex veneta, di Nizza ex savoiarda, della Corsica ex
genovese e di Malta. Altro che ”Italietta” giolittiana: questa Italia del
futuro ha concretizzato le rivendicazioni che poi saranno proprie del fascismo!
È veramente sorprendente, inoltre, che in questa
sua visione dell’assetto futuro degli Stati europei lo scrittore s’immagini
l’indipendenza di nazioni come la Polonia e l’Ungheria che l’avrebbero ottenuta
soltanto dopo la Grande Guerra, e descriva la disgregazione dell’Impero
britannico, e poi del Commonwealth,
con il raggiungimento dell’indipendenza da parte dei dominion di Sud Africa, Canada, Australia e addirittura dell’India,
che nella realtà l’ottennero rispettivamente nel 1910, 1931, 1938 e 1947.
In più, per regolare le questioni internazionali,
in un mondo in cui il progresso scientifico ha reso talmente distruttive le
guerre che non conviene più combatterle, esiste una “Corte arbitrale dell’Aja”
(l’idea non è comunque una trovata di Salgari, dato che nella capitale olandese
esisteva sin dal 1899 proprio una “Corte permanente di arbitrato” creata in
seguito alla Conferenza sul disarmo convocata dallo zar Nicola II).
Da un punto di vista per così dire “sociale”,
Salgari espone una singolare ipotesi, che speculava sull’idea del progresso
tecnologico così come lo si vedeva ai suoi tempi in base ai risultati già
raggiunti, ma, così sembra, del tutto opposta alle previsioni di Karl Marx e
del comunismo: partendo dalla considerazione che “l’elettricità ha ucciso il
lavoratore” (si è detto che le fabbriche funzionano da sole: in pratica, oggi
si direbbe che sono computerizzate), tutti gli operai “sono diventati pescatori
e agricoltori; il mare e le campagne a poco a poco hanno assorbito gli operai”.
Insomma, la “classe operaia” non solo non va in paradiso, ma non esiste proprio
più: la scienza ha eliminato la “lotta di classe” base della ideologia
marxista. Gli “operai” si sono trasformati in qualcosa d’altro: non è avvenuto
esattamente così, ma oggi sappiamo tutti che è stata proprio la tecnologia a
migliorare le condizioni di vita di molti lavoratori trasformandoli
economicamente e mentalmente in borghesi: gli stessi teorici del marxismo
concordano ormai con la tesi della scomparsa della “classe operaia”.
In particolare, circa l’ideologia che sugli operai
e i contadini faceva leva all’inizio del secolo, vale a dire il socialismo, del
quale - scrive Salgari - “si predicava un grande avvenire”, ecco come il nostro
scrittore se ne immagina il futuro: “È scomparso dopo una serie di esperimenti
che hanno scontentato tutti e contentato nessuno. Era una bella utopia che in
pratica non poteva dare alcun risultato, risolvendosi infine in una specie di
schiavitù. Così siamo tornati all’antico e oggidì vi sono poveri e ricchi,
padroni e dipendenti come vi erano centinaia o migliaia d’anni prima, e come ve
ne sono sempre stati da che il mondo ha cominciato a popolarsi” (p. 52). Un
punto di vista realistico, ma anche preveggente: non soltanto il “sol
dell’avvenire” è tramontato, ma anche l’intuizione che una “bella utopia” alla
fine si possa risolvere “in una specie di schiavitù” allorché si tenta di
applicarla, come si sa essere avvenuto in tutti i Paesi del “socialismo reale”
sia in Occidente che in Oriente, dall’Unione Sovietica di Lenin e Stalin alla
Cina di Mao, dalla Cambogia di Pol Pot alla Cuba di Castro, è notevole,
soprattutto quando si considera che è stata scritta 14 anni prima della
“rivoluzione di ottobre”, allora non certo all’orizzonte.
Quanto poi ai terroristi della sua epoca, vale a
dire gli anarchici (l’assassinio del “re buono” risaliva ad appena tre anni
prima di quando il romanzo si ritiene sia stato scritto), Salgari ipotizza una
soluzione drastica, ma non certo peggiore di altre immaginate ai giorni nostri
(ad esempio, le carceri di massima sicurezza): il confino in luoghi
inaccessibili, ma autosufficienti e autogovernati, come le città galleggianti
negli oceani o il Polo Nord: lì sono mandati da America, Europa e Asia tutti
gli “esseri pericolosi che turbano la pace” della società (p. 122), dato che
“il mondo ha il diritto di vivere e di lavorare tranquillamente senza essere
disturbato. Chi secca si manda nel regno delle tenebre e vi assicuro che
nessuno piange” (p. 76). Il nostro autore aveva sì previsto il perdurare del terrorismo,
ma - ahimè! - non anche il contemporaneo sorgere del pietismo e del “buonismo”,
del giustificazionismo ad ogni costo, di una sociologia d’avanguardia, che
avrebbero pian piano vanificato di
fatto le misure cautelative e repressive adottate. Salgari non ha immaginato
questa deviazione, ma, da buon realista, ha pensato bene che gli anarchici
potessero però gestire gli alberghi del Polo Nord, dato anche che, a causa di
problemi pratici, “non hanno più tempo di occuparsi delle loro pericolose
teorie” (p. 76), in quanto “con un freddo a 45 gradi sotto zero non ci trovano
più gusto a parlare di bombe, d’incendi e di stragi” (p. 101).
Che il cavalier Emilio nutrisse poca o punta
fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, lo rivelano peraltro due aspetti
fondamentali del suo romanzo avveniristico: il primo è lo scontro fra Natura e
Tecnologia, a tutto vantaggio della prima; il secondo è la sconsolante fine che
attende i due risvegliati nell’anno 2003, e il monito con cui lo scrittore
chiude l’opera. Infatti, di fronte allo scatenarsi delle forze primordiali del
pianeta - tempeste marine, bufere, cicloni - non c’è ritrovato scientifico che
tenga e nemmeno i più perfezionati ritrovati della tecnica possono resistere,
possono opporsi: la città sottomarina viene addirittura strappata dai suoi
ancoraggi, il battello volante viene travolto e precipita. Non è cambiato nulla
rispetto al passato (ed al nostro presente, peraltro): di fronte a certe
situazioni l’uomo, benché straordinariamente progredito, rimane del tutto
impotente.
Quanto alla vita del futuro - la vita di ogni
giorno delle persone qualunque - nonostante l’imperversare di gadget e di agevolazioni pratiche,
Salgari se la immagina frenetica, incalzante, angosciante, senza più alcun
momento di calma e di pausa ma sempre frettolosa: “la gente che si affolla
nelle vie vicine pare che cammini sui tizzoni”, “perfino le signore marciano a
passo di corsa come se avessero paura di perdere il treno”, per tutti è normale
“correre così frettolosamente” (p. 51).
Fretta, fretta, fretta: non sembrano i giorni
nostri? “È la grande tensione elettrica che agisce sui loro nervi. Il mondo è
impazzito o quasi” (p. 51), commenta Toby Holker. Proprio così, tanto che ai
due viaggiatori provenienti dal XIX secolo ad un certo punto accade lo stesso:
“Una viva eccitazione si era impadronita di Toby e Brandock. I loro muscoli
sussultavano, le loro membra tremavano e, lisciandosi i capelli, facevano
sprigionare delle scintille elettriche” (p. 65). Sembra la descrizione di un
elettroshock! L’aria è infatti satura di elettricità, la tensione
insopportabile per chi non vi è abituato. Verso la conclusione della storia, la
situazione precipita: “Io non so che cosa mi prenda”, dice Brandock. “Le mie
membra tremano tutte ed i miei muscoli sussultano come se ricevessero delle
continue scosse elettriche”; “Questa intensa elettricità, che ormai ha saturato
l’aria del globo e alla quale noi non siamo abituati, temo che ci sia fatale.
Noi siamo uomini d’altri tempi” (p. 161), commenta Toby; “Si direbbe che il mio
cervello riceve delle continue scosse” (p. 168), aggiunge Brandock. È proprio
questo il motivo per cui non sopravviveranno alla loro avventura.
Peggio della morte vengono dichiarati “pazzi, e per
di più pazzi inguaribili” (p. 170). Il motivo? Commenta un medico: “Sia
l’elettricità intensa a cui non erano abituati o l’emozione prodotta dalle
nostre meravigliose opere, il loro cervello ha subito una scossa tale da non
guarire più” (p. 169). “Tanto valeva che non si fossero risvegliati dal loro
sonno secolare” (p. 170), chiosa malinconicamente il pronipote. E l’autore,
prendendo direttamente la parola, conclude con un aperto monito la sua
antiutopia: “Io ora mi domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità
intera, in un tempo più o meno lontano, non finirà per impazzire. Ecco un
grande problema che dovrebbe preoccupare le menti dei nostri scienziati” (p.
170).
Queste cose pensava, nelle vesti del “cap. Guido
Altieri”, Emilio Salgari nel 1903. Oltrepassata da poco la data della sua storia
futuribile noi che possiamo dire?
La risposta sembra, a questo punto, evidente: nel
romanzo, così poco considerato dal punto di vista della anticipazione
scientifica (ma anche questa è una sottovalutazione, come si è visto), Emilio
Salgari è riuscito a ben individuare quale sarebbe stata la frenesia del “mondo
moderno”, il rumore, il fracasso, nonché l’angoscia che lo contraddistingue
nella vita quotidiana. Che essa derivi dalla saturazione elettrica dell’aria o
da altro, da qualcosa di più profondo, di intimo, poco importa. A parte i
pericoli che ci si dice esistano a causa di una eccessiva concentrazione di
onde elettromagnetiche o microonde (cellulari, computer, radio e TV, forni,
antenne televisive, ripetitori telefonici, reti ad alta tensione ecc.),
possiamo vedere nella “saturazione dell’aria” salgariana un simbolo.
In fondo, alla sua epoca, si era alle soglie della
Modernità, di una rivoluzione industriale che stava profondamente cambiando il
mondo: lo scrittore, come tanti altri (ad esempio Robida che scrisse La vie electrique nel 1893), pensava
all’elettricità come all’elemento nuovo, moderno, che sarebbe servito per ogni
uso, sarebbe stata applicata in ogni settore e avrebbe modificato tutto, in
bene o in male, chissà? In fondo, appena tre anni prima il 1900 non era stato
forse salutato a Parigi con il Ballo Excelsior,
un inno alla “vita elettrica”? Ma due anni dopo, Luigi Pirandello non metteva
alla berlina la mania della “elettrificazione” nel racconto Le sorprese della scienza (ne Il Marzocco, del 3 dicembre 1905)? Un
simbolo, dunque, e come tale lo abbiamo qui considerato, più che come un dato
di fatto.
E come la dovremmo chiamare questa frenesia che
obbliga noi, avendo raggiunto e superato il fatidico 2003 salgariano, ad avere
una vita iper-attiva e super-agitata proprio come quella da lui descritta? È
quel “logorio della vita moderna” di cui parlava una storica e non dimenticata
pubblicità? È l’affanno di avere sempre troppe cose da fare? È lo stress che ne deriva? È la frustrazione
che ci prostra psicologicamente? È la crisi esistenziale sempre in agguato?
Sono l’infarto, l’ictus, l’ulcera, il cancro, la nevrosi, la depressione,
malattie tipiche dei nostri giorni? È l’inquinamento atmosferico e acustico?
Sono le paure quotidiane? È l’angoscia per un futuro incerto? È questa vita
ansiogena?
Direi che è tutto ciò, un insieme di fattori e
circostanze - volute da noi stessi, invero, spesso addirittura ricercate - che
corre il rischio di farci “impazzire”, come ammoniva Emilio Salgari un secolo
fa, e che ha già portato moltissimi, anche se non lo manifestano esteriormente,
sull’orlo della crisi di nervi, di un collasso psichico: lo dimostra ogni
giorno l’imbarbarimento della vita civile, il decadere della convivenza
interpersonale, il corrompersi dei rapporti umani, il tramonto dell’educazione
e delle buone maniere, il dilagare del turpiloquio, la quasi totale scomparsa
del buon senso e dell’urbanità, tutti quei segnali negativi che traspaiono
nelle piccole cose quotidiane.
Sicché, è da pensare che il cavalier Emilio abbia
scritto il suo romanzo non con l’intento di esaltare gli sviluppi futuri della
scienza, ma proprio con il preciso scopo di mettere in guardia nei confronti
dei danni psicofisici che un incontrollato progresso tecnologico avrebbe potuto
arrecare all’umanità. Alla luce di queste considerazioni, Le meraviglie del duemila potrebbero allora legittimamente
intitolarsi Le pseudo-meraviglie del
duemila, se non addirittura Gli incubi del duemila.
Gianfranco de Turris