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Originale Simak

Le parole tra le graffe “attenuano” i concetti che Lippi non amava.

Le parentesi quadre dovrebbero riguardare i brani che lui ha voluto togliere





Introduzione a Simak – Classici Urania


Il termine inglese science-ficiton, creato da Hugo Gernsback – dopo alcune approssimazioni – nel 1929, vale in sostanza per narrativa a sfondo scientifico e riflette precisamente le intenzioni dell’immigrato lussemburghese, dei suoi scritti, delle sue iniziative editoriali, e di coloro i quali sulla sua scia si dedicarono al “nuovo” genere letterario. In Italia su questa falsariga Giorgio Monicelli, dovendo presentare nel 1952, quaranta anni fa, una collana da edicola che la facesse conoscere per la prima volta organicamente nel nostro Paese, ideò il neologismo fantascienza (inizialmente fanta-scienza), in cui veniva in evidenza, rispetto al termine originale, anche l’aspetto fantastico. In questi lontani, mitici fascicoli de I Romanzi di Urania (come allora si chiamavano per assonanza e somiglianza con altre collane mondatoriane come i Romanzi Gialli, I Romanzi del Pavone, I Romanzi della Palma e così via) illustrati da Kurt Caesar, apparve una scelta di tutti i più bei nomi che la science-fiction aveva prodotto nell’area anglo-americana in un quarto di secolo: furono quindi tradotti romanzi delle più varie tendenze e dei più vari stili: la produzione super-scientifica degli Anni Trenta, quella tecnologica-spaziale degli Anni Quaranta, quella che cominciava ad affacciarsi negli Anni Cinquanta, con il consolidamento degli autori ormai considerati “classici”.


L’impressione che questa narrativa popolare dava {scaturiva}era senza dubbio quello di un avventura a sfondo appunto tecnologico, spaziale, futuribile, che sviluppava in modo fantasioso alcuni dati scientifici. Ma, già da allora. non tutta era così. Già da allora erano presenti opere che andavano in una direzione opposta {diversa}, romanzi che in seguito sono stati definiti non soltanto anti{a}-scientifici e anti{a}-tecnologici, ma, evidenziando le loro componenti positive e propositive e non soltanto quelle negative e critiche, anche “umanistici” e addirittura “pastorali”. Ora forse parlare di una “fantascienza pastorale” può sembrare una contraddizione in termini, ma non è affatto così: basta non farsi abbagliare da quel termine, da quel secondo termine, della nota parola che identifica in inglese e in italiano il nostro genere letterario: “scienza”. Certo, esso era giustissimo per la produzione degli inizi, ed è ancora giustissimo per tanta dei nostri giorni, che ha come metodo e come intenti quelli di cui ora si è detto. Ma per tanta altra come la mettiamo? Per tanti autori e tante loro opere che presentavano e presentano punti di vista del tutto opposti {alquanto diversi}? Forse non sono fantascienza?


La risposta non è difficile, né contraddittoria. Sono anch’essi senz’altro fantascienza se, a quello che ormai non è più un neologismo, si dà un senso molto più ampio dell’originario, Come questa narrativa è mutata inevitabilmente nel corso di sessantacinque anni, così dovrebbe mutare il significato del termine che la contraddistingue: lo si dovrebbe quindi riferire ad un genere letterario che estrapolando sui {dai} dati della nostra Realtà (siano essi di tipo scientifico, sociale, filosofico, morale, religioso e così via) ne propone una visione differente spostata nel futuro, ma anche nel passato o in un presente diverso da quello noto, una visione differente che di regola è alternativa in positivo o in negativo a tale Realtà. E a veder bene, cosa c’è di più diverso ed alternativo rispetto ad una società di tipo scientifico-tecnologico come la nostra di una società di tipo umanistico e {“}pastorale{”}?


Uno dei principali esponenti di questa corrente, se la vogliamo chiamare così, se non il principale, è Clifford D. Simak (1904-1988), e la sua opera più nota, quella che lo rese famoso, facendolo balzare all’attenzione di lettori e critici fu la serie di racconti – definiti il “Ciclo di City” dal titolo della prima storia – apparsi su riviste fra il 1944 e il 1951, poi riuniti con il titolo complessivo appunto di City nel 1952. Il romanzo ottenne nel 1953 l’International Fantasy Award alla sua terza edizione e venne tradotto quello stesso anno da Giorgio Monicelli per il n. 18 de I Romanzi di Urania del 20 giugno (con il titolo ormai divenuto classico per i lettori italiani di Anni senza fine.


Si trattava, purtroppo come accadeva a quei tempi, di un edizione mutila e ridotta. Un’edizione riveduta e integrale è apparsa nel 1984 per I Massimi della Fantascienza completa del nono racconto della serie scritto nel 1973 da Simak per una antologia commemorativa della figura di John Campbell. Questa edizione dei Classici Urania è stata ulteriormente riveduta e corretta.


Veramente Anni senza fine è, come di volta in volta è stato definito, “il più grande romanzo di fantascienza di tutti i tempi”, “il romanzo di fantascienza che si dovrebbe far leggere a coloro che non amano la fantascienza”? Sono parole forse un po’ troppo entusiastiche, allo stesso tempo però significative[: in fondo sono dette per un opera che di science fiction ortodossa, come la si intendeva negli Anni Quaranta, ha ben poco, una science fiction, come si diceva anti-tecnologica, umanistica, pastorale. Insomma, paradossalmente, per avvicinare il pubblico ad una narrativa a sfondo scientifico occorrerebbe leggere il suo romanzo più famoso che presenta una “visione del mondo” anti-scientifica!

Ma i paradossi non finiscono qui.] I primi quattro racconti del “Ciclo di City” apparvero quasi mezzo secolo fa, nel 1944, su Astounding, la rivista sulla quale, dal dicembre 1937 sino al 1971, anno della sua morte, John W. Campbell jr. attuò la sua “rivoluzione” dei canoni fantascientifici chiedendo ad autori nuovi e vecchi di mutare i punti di vista, di tentare “varianti” ai soliti cliché, di usare non soltanto il cervello ma anche i sentimenti, insomma di tentare di uscire da canoni tematici e stilistici che già si erano sclerotizzati in un decennio, dall’uscita di Amazing nell’aprile 1926, e poi delle sue imitazioni. [In Italia Campbell viene di solito considerato a torto uno scrittore e un direttore che privilegiava in modo alquanto ottuso la tecnologia, e quella di tipo spaziale, interplanetario in particolar modo. È questo un luogo comune nato forse da un lato da un’esaltazione un po’ partigiana della fantascienza “sociologica” alla Galaxy, e dall’altro dal fatto che Campbell, come autore, è conosciuto da noi soprattutto per le due serie che hanno per protagonisti il trio Arcot, Morey e Wade e il gioviano Aarn Munro, scritte negli Anni Trenta sotto la determinante influenza di E. E. Smith. Ma si è soliti dimenticare che proprio come autore John Campbell è uno di coloro che innovò profondamente la fantascienza proprio dalla metà degli Anni Trenta in poi con i racconti e i romanzi brevi pubblicati con lo pseudonimo di “Don A. Stuart” ( che era il nome della moglie). Storie in cui – è qui la novità importante – si capovolge forse per la prima volta programmaticamente il dato acquisito della scienza apportatrice di benessere e di progresso quando al contempo non si sviluppa il dato etico, psichico e intellettuale dell’uomo.]


Sino all’incontro con Campbell, Clifford Simak era stato un autore non eccezionale, inserito anch’egli nella linea della narrativa super-scientifica alla “Doc” Smith: aveva esordito nel 1931 su Wonder Stories, ma nel 1935 aveva già smesso di scrivere; Campbell lo ripescò e su Astounding ricominciò a pubblicare (1938) nella sua vena iniziale, in cui si intravvedevano soltanto sprazzi e bagliori di quella che da lì a poco sarebbe diventata la sua vera ispirazione, la vena ideale che lo avrebbe reso non soltanto famoso ma anche veramente tipico nell’ambito della science fiction [: non la Tecnologia ma la Natura].


Nato il 3 agosto 1904 in una fattoria del Wisconsin dall’immigrato cecoslovacco J. L. Simak e dall’americana Margaret Wiseman, figlia del proprietario dei terreni su cui lavorava il giovane europeo, il piccolo Clifford trascorse lì i primi anni della sua vita e ne ricavò sensazioni che gli rimasero impresse per tutto il resto della vita ma che vennero messe sulla carta soltanto tardi, a quarant’anni, sulle pagine di Astounding e dopo l’incontro determinante con le sollecitazioni letterarie di Campbell.


Buona parte delle mie storie, anche se non tutte, ha un’ambientazione rurale, anziché urbana: ma è questione di preferenza personale dell’autore, e non del tentativo di diventare uno scrittore regionale. E deriva, immagino, dalla mia infanzia, trascorsa in una zona rurale del Wisconsin sud-occidentale (…) Per qualche ragione, forse per il segno lasciato dal mio primo ambiente, forse per qualche insospettata eredità genetica che fa di me un uomo della campagna invece che un uomo della città, non mi riesce di sopportare gli agglomerati urbani (…) Forse, è perché io cerco sempre di porre nelle mie storie concetti fondamentali, che buona parte di esse hanno ambientazione rurale”: sono parole di Simak del 1972 in una intervista a Paul Walker pubblicata nel 1975.


E ancora ebbe occasione di scrivere presentando l’antologia The Best of Clifford D. Simak (1975): “Ognuno scrive partendo dalle proprie radici. Il modo in cui può scrivere dipende dalle cose che hanno contribuito a forgiare la sua vita e la sua filosofia. Io credo che i fattori che più contribuiscono a fare dello scrittore ciò che è, siano quelli cui è stato esposto durante i primi vent’anni della sua vita. La formazione avviene in quegli anni. Le mie radici stanno nella zona agricola del Wisconsin sud-occidentale (…) Quella, dunque, è la mia terra, e un uomo scrive della sua terra, perché la conosce e la ama. Si tratta di una zona familiare, familiare non soltanto all’occhio, ma anche allo spirito”.


E quali sono questi concetti “fondamentali” che Simak ha esposto, proprio a partire dal 1944 e per quasi mezzo secolo, coerentemente, senza preoccuparsi di mode editoriali, dei gusti dei lettori e delle prese di posizioni di riviste più o meno egemoni? Penso che, in una prima approssimazione, li si possa riassumere così: uno spiritualismo quasi panteista {un certo tipo di} l’antimaterialismo, l’avversione alla tecnologia esasperata della civiltà moderna, l’apertura verso un sentimento “rurale”, l’opposizione all’arrivismo ad ogni costo, una predisposizione alla “contemplazione”.


Calati nella sua narrativa questi “concetti fondamentali”.si estrinsecano in una visione particolarissima dell’universo, ed in una serie di figure tipiche delle sue opere soprattutto i racconti pubblicati su Galaxy e Fantasy & Science Fiction. Il cosmo simakiano è estremamente vario e multiforme, comunque sempre riconducibile a misura umana, popolato di forme di vita diversissime, tuttavia sempre capaci di trovare un terreno d’intesa, una zona dentro la quale la comprensione reciproca è possibile: a riprova che tutta la vita ha origine da un principio unico, e da quella unità originaria trae i canoni che rendono possibile la comunicazione fra le razze più diverse[: l’amore per il prossimo, il rispetto per le altrui tradizioni, il culto della dignità e dell’onore].


Le figure tipiche sono senza dubbio l’eroe-antieroe, o meglio l’eroe malgré lui; poi, naturalmente, il good alien, il “buon alieno”, il “buon extraterrestre”, quasi sempre di aspetto insolito se non repellente, che produce benefici al genere umano, consapevole o meno che sia; quindi il robot pensante, o anche il “buon robot”, spesso comprimario della storia, ben diverso da quelli asimoviani.


Sullo sfondo di questo universo zeppo di creature senzienti, le figure dell’uomo, dell’alieno e del robot s’intrecciano spesso secondo uno schema che si ripete in molti romanzi simakiani: l’umanità è una razza imperfetta ma suscettibile di migliorare se posta a confronto diretto con gli alieni (sia incontrati su altri pianeti, sia giunti sulla Terra). La mutazione dell’uomo può essere sia a livello intellettuale, parapsicologico, sia a livello morale, etico.


Quando Simak pubblicò le prime storie del “Ciclo di City” era già un uomo maturo: a quarant’anni si poteva permettere di ricominciare una carriera praticamente ex novo, lasciandosi alle spalle temi e motivi che non sentiva più suoi (e che forse non aveva tanto sentito). Su Astounding negli ultimi sei anni, avevano esordito Lester del Rey, A. E. van Vogt, Isaac Asimov, Robert Heinlein, Theodore Sturgeon, tutti più giovani di lui, il cui talento John Campbell aveva scoperto e valorizzato. E poi c’era la seconda guerra mondiale, che si stava avviando a conclusione con la sua scia immane di morti e distruzioni. E nel 1944 Simak pubblicò, proprio sulle pgine della rivista più attenta all’aspetto tecnologico-avventuroso, qualcosa di diverso ma che – dato il successo – doveva essere anche qualcosa di profondamente sentito dai lettori, e che sarà profondamente sentito ancora in seguito: una storia dall’afflato cosmico, che parlava di animali, di robot, di dimensioni, di mondi paralleli, delle profondità del tempo e dello spazio, della fine di una civiltà come noi la conosciamo, ma anche essenzialmente dolente, [anti-tecnologica,] non antropocentrica, in fondo “rurale”, in cui compaiono i temi che da allora caratterizzeranno tutta la sua narriva.

Essenzialmente questi:

  1. Elogio della vita pastorale (e critica della vita cittadina) La città, “formicaio del ventesimo secolo”, “anacronismo nella storia del genere umano”, agonizza e scompare a causa dei progressi della stessa scienza che permettono un decentramento e la riscoperta di una “esistenza feudale basata sulle antiche case familiari e su ettari di terreno libero, con l’energia atomica a disposizione e i robot al posto dei servi “. La tecnologia, ha detto Simak nella citata intervista a Paul Walker, è positiva quando dà comodità e tempo libero”, quando “migliora il nostro modo di vivere”. Innumerevoli storie dello scrittore americano decisamente fantascientifiche hanno per sfondo la campagna, il mondo rurale, contadini e agricoltori, isolati paesini delle provincie americane. Non è un controsenso vedere nella stessa immagine una veranda e un robot, un uomo che fuma la pipa sulla sedia a dondolo ed una astronave, una stalla ed un extraterrestre: anzi è tipicamente simakiano. “L’orgoglio della terra e della vita, e l’umiltà e la grandezza che una vita serena genera nell’animo umano. La soddisfazione del tempo da trascorrere senza assilli. E la libertà che viene dalla sicurezza”: questi i sentimenti che si provano in una abitazione di campagna, mentre vivere negli angusti limiti di una metropoli non sviluppa altro che “nevrosi di massa”. E la “Casa dei Webster”, unica testimonianza dell’uomo rimasta alla “fine della Storia” sulla Terra dopo la scomparsa di tutti, risulta così essere un molteplice simbolo: non solo quello della razza umana per folle e violenta che essa sia, non solo della devozione immutabile del robot Jenkins che ne è rimasto l’unico custode, ma soprattutto della vita pastorale. Essa sola sopravvive, mentre anche il misterioso e cupo manufatto delle Formiche che ha ricoperto il globo va in inarrestabile rovina.

  2. Elogio del buon robot e della sua fedeltà. Senza dubbio il Jenkins di Anni senza fine è uno dei robot più famosi nella storia della fantascienza insieme al Daniel Oliwaw che Asimov negli ultimi anni ha trasformato nel punto focale del suo “Ciclo della Fondazione”. Entrambi diventano essenziali per la via che intraprende la civiltà umana. In fondo, a veder bene, è colpa di Jenkins che respinge gli inviati della Commissione Mondiale se Jerome Webster, che pur si accingeva a partire nonostante l’agorafobia, non può salvare il marziano Juwain in modo da fargli completare la sua filosofia. E questa è una prima svolta, anche se involontaria. Ed è sempre Jenkins che, intorno all’anno 9000, scoperta la capacità di penetrare nei Mondi delle Ombre (sorta di Terre paralllele) vi conduce quelli che definisce “gli ultimi pericolosi superstiti di una razza folle”, cioè quegli uomini, ormai conosciuti solo come ”webster”, i quali, nonostante fossero stati abituati da millenni a non uccidere, riscoprono le armi (“C’è una sola strada che l’uomo può percorrere… la strada dell’arco e della freccia” afferma). L’emigrazione in una Terra contigua a quella originaria, ma tutta e solo per loro, impedisce alla “razza folle” di contaminare l’Utopia pastorale costruita dai Cani. È questa la seconda svolta, qui volontaria. Jenkins fa tutto ciò perché è e resterà fedele sino all’ultimo all’Uomo e alla famiglia Webster, perché si sente un po’ come loro, benché di metallo: per lui del resto è impossibile dimenticare il passato. E quando, dopo un milione di anni, proprio perché non c’è più nulla da fare, nemmeno custodire i ricordi, Jenkins è costretto ad abbandonare la casa e il pianeta con la sua vera razza che è venuta appositamente a cercarlo, lo fa con una frase strappacuore che meriterebbe la stessa immortalità di quella che conclude Via col Vento: là “Domani è un altro giorno”; qui “Ma un robot non può piangere”…

  3. Elogio del miglior amico dell’uomo e dello stato edenico. “Geneticamente, siamo tutti fratelli. La catena della vita, che s’inanella fino ai giorni primordiali in cui la vita apparve sulla Terra. è ininterrotta; il plasma seminale esiste tutt’ora”, dice sempre Simak nella citata intervista. Da qui il suo amore, tra San Francesco e Buddha, per tutte le creature, terrestri e extraterrestri, sempre presente nella sua narrativa. Da qui il considerare, in Anni senza fine il Cane, che Bruce Webster rende capace di parlare, come una specie di continuazione dell’Uomo, nel senso che questo animale (ora solo parzialmente animale) avendo sviluppato le sue innate capacità parapsicologiche può indagare in quelle direzioni che l’Uomo ha volutamente ignorato, in quei “misteri che aveva scartato come superstiziosi”, vale a dire i cosiddetti fantasmi che sono invece le “Ombre”, i crudeli abitanti di quei mondi paralleli da considerarsi come “estensioni della Terra” e dove, conoscendone la tecnica mentale, si può penetrare. [I Cani, con l’aiuto dei robot che ne sono le appendici meccaniche e prensili, civilizzano le altre bestie insegnando loro a parlare ed estirpando in esse l’innata propensione ad uccidere, la ferocia atavica. Nasce così la Fratellanza degli Animali, versione simakiana – come si è accennato – di una Utopia pastorale e bucolica, in cui non si uccide più, anzi in cui non c’è nemmeno più la tendenza ad uccidere, non fosse altro che per mangiare (ci pensano i Cani che distribuiscono un non meglio identificato “lievito” invece della carne). O, per usare termini più precisi, è piuttosto un ritorno all’Età dell’Oro” al mitico tempo delle origini in cui dèi, uomini ed animali vivevano fraternamente gli uni accanto agli altri, e gli uomini comprendevano il linguaggio degli animali (o gli animali parlavano il linguaggio dell’uomo). Una riattualizzazione, grazie alla scienza, dello stato edenico primordiale dove, proprio come nel biblico paradiso Terrestre, è proprio l’Uomo a compiere il “peccato” (qui la riscoperta delle armi) a causa del quale ne viene scacciato perché non lo merita più (qui è Jenkins che come un più mite Arcangelo Gabriele conduce via gli umani in un altro mondo parallelo, come si è detto, perché non contamini l’Eden creato dai Cani. Ma anche una “Età dell’Oro”, quando diventa una Utopia un po’ innaturale (l’istinto a uccidere non è assente ab origine come in una vera era mitica, ma viene estirpato pian piano, quindi è sostanzialmente contro natura) oltre ad essere alquanto noiosa possiede anche i suoi difetti. In questo caso la sovrappopolazione: nella “grande società animale” costituita dai Cani non esiste più la darwiniana “lotta per la sopravvivenza” perché si mangia soltanto lievito… Per fortuna, la scoperta di poter viaggiare nei “mondi delle Ombre” risolve il problema: quando è necessario, grazie ad un sorteggio, gli animali in sovrappiù emigrano.]

  4. Elogio{Tema} del superuomo. Robert Heinlein ha scritto una volta che se è il pensiero quello che distingue l’uomo dall’animale, sarà il saper pensare meglio quello che distinguerà il superuomo dall’uomo. Per Clifford Simak, la questione sta quasi negli stessi termini, solo un po’ più ampi: non semplicemente “pensare meglio”, ma anche sfruttare meglio, in pieno, le proprie capacità intellettive in modo da raggiungere “una comprensione totale e diversa della realtà che ci circonda e degli altri”, “un contatto intimo e personale con le altre creature viventi”, In Anni senza fine questo concetto si estrinseca in vari modi: con la trasformazione degli Uomini in Rimbalzanti che hanno una percezione omnicomprensiva del tutto, una volta entrati nell’atmosfera gioviana; oppure con la comprensione piena della filosofia del marziano Juwain, ritrovata e completata dai Mutanti, filosofia che permette non soltanto di capire le parole ma anche i “veri pensieri” dietro di esse in modo di riconoscere e accogliere il punto di vista degli altri; oppure semplicemente rendendosi conto e accettando i propri limiti, o il proprio destino (come fa ad esempio Jon Webster che sigilla gli ultimi cinquemila uomini che non sono fuggiti su Giove dentro Ginevra per non interferire con la civiltà dei Cani che ormai ha duemila anni). Il “superuomo” di Simak, in una sorta di panteismo, entra in comunione con la Natura e l’Universo e se ne sente una parte, più che un tutto, non si annulla in esso mantenendo la propria individualità, rispettando gli altri per quanto diversi da lui possano essere.

Su questi quattro temi conduttori Simak costruirà praticamente tutta la sua narrativa sino al 1988, anno della morte, con alti e bassi, naturalmente, opere molto belle e altre più ripetitive. La sua fama resta però soprattutto legata al “Ciclo di City” ed al suo tono di antica leggenda in cui ci si pone la domanda “Ma è veramente esistito l’Uomo?”. Una domanda che si fanno gli studiosi di una civiltà canina del futuro su una Terra parallela aprendo un libro di antichissime narrazioni che parlano di questa misteriosa figura, forse soltanto un simbolo negativo per i suoi “fini troppo miseri”, per la sua mancanza fondamentale di carattere”, in quanto “attratta dalla civiltà meccanica” e “impegnata in una corsa pazza per acquisire potere e conoscenza”.


Insomma: è veramente esistito “l’Uomo”, questa “antitesi di tutto ciò che il Cane è”?

Gianfranco de Turris


Ciclo di “City”

  1. 2.008 (John J. Webster) City (Astounding, maggio 1944)

  2. 2.117 (Jerome A. Webster) Huddling Place (Astounding, luglio 1944)

  3. 2.183 (Bruce Webster) Census (Astounding, settembre 1944)

  4. 3.070 circa Desertion (Astounding, novembre 1944)

  5. 3.080 circa (Tyler Webster) Paradise (Astounding, giugno 1946)

  6. 4.100 circa (Jon Webster) Hobbies (Astounding, novembre 1946)

  7. 9000 circa Aesop (Astounding, dicembre 1947)

  8. 14.000 circa Trouble with Ants (Fantastic Adventures, gennaio 1951) The Simply Way (nell’edizione in volume City, 1952)

  9. 1.000.000 circa Epilog (The John W. Campbell Memorial Anthology, 1973)



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