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J.R.R.TOLKIEN E LA CRITICA ITALIANA

Il caso ormai più che trentennale di J.R.R.Tolkien costituisce un’ottima opportunità per verificare in corpore vili, cioè su di uno scrittore e la sua opera, vizi e virtù, idiosincrasie e propensioni della critica italiana cosiddetta “militante” e dei critici cosiddetti “di professione”. Sono anni, infatti, che ci si chiede perché dal dopoguerra almeno sino al 1989-91 (caduta del “muro di Berlino” e dell’URSS) la cultura del nostro Paese sia andata a senso unico, abbia privilegiato certi autori e dimenticato (se non ostracizzato) altri, si sia comportata alla fin fine in un modo del tutto “provinciale”, riscoprendo e valorizzando con grande ritardo scrittori e filosofi la cui importanza è universalmente riconosciuta. Il caso costituito da Tolkien è una buona cartina di tornasole per capirne i motivi.

La premessa è che la nostra cultura ha dal 1945 adottato una pregiudiziale ideologica, in base alla quale tutto quanto non poteva essere classificato genericamente “di sinistra” o “progreessista” doveva venire ignorato, bandito, passato sotto silenzio, se non addirittura calunniato e accusato di ogni assurdità. Di questo errore fondamentale oggi, in genere, ma non sempre, ci si è resi conto, si sono recitati (parziali) mea culpa, si sono ammessi gli sbagli commessi. Ovvero, si sono sì recuperati i nomi un tempo ostracizzati e posti sotto processo, senza però che i responsabili di tali comportamenti (critici e giornalisti, ma soprattutto direttori editoriali e consiglieri delle varie case editrici) abbiamo fatto alcuna ammenda, fidando sulla scarsa memoria collettiva e sull’omertà dei loro sodali. Sono fatti e posizioni ormai innegabili anche perché documentati dalla pubblicazione del carteggio Pavese-De Martino, dei giudizi editoriali di Calvino, della “storia interna” di Einaudi e Mondadori con relative “schede di lettura”.

Uno di questi nomi è Tolkien con la sua opera principale, Il Signore degli Anelli. Perché nei suoi confronti la cultura italiana dei giornali e delle riviste si comportò in un modo così negativo e così assurdo? Perché venne prima ignorato e poi denigrato, calunniato, posto negli inferni letterari, nonostante il suo grande successo - prima internazionale e poi italiano - di vendite? Il motivo è essenzialmente e banalmente ideologico e deve essere riportato al clima politico di quegli anni, gli anni Settanta. Le cause sono diverse e concomitanmti:

1) Il libro venne tradotto integralmente dalla Rusconi nel 1970 (tre anni prima ne era uscita una edizione parziale per Astrolabio): il fatto stesso di apparire per questo editore milanese era di per sé una “provocazione” per l’intellighenzia dominante, dato che, in epoca di “contestazione” e di “anni di piombo” (a partire dal 1974-5), Rusconi veniva considerato l’eponente di punta della “cultura della reazione” che osava rialzare la testa: non c’era libro che stampasse che non fosse criticato, non c’era autore che uscisse con la sua etichetta che non fosse preso di petto, soprattutto se veniva dalla file della “sinistra”, non c’era iniziativa da lui assunta che non fosse vista come un complotto;

2) il libro era stato scelto da Alfredo Cattabiani, curato da Quirino Principe, introdotto da Elèmire Zolla: tre nomi estremamente invisi alla sinistra intellettuale italiana per le idee che professavano, per le opere che scrivevano, per le critiche che muovevano al pensiero culturale allora dominante; lo era soprattutto Zolla che da quegli ambienti proveniva e che aveva firmato una presentazione volutamente (e giustamente) provocatoria, validissima ancora oggi;

3) infine, Il Signore degli Anelli per l’ambientazione fantasy, per il gusto “medievale”, per le tesi sostenute, per la “visione del mondo” proposta, per la figura dell’autore che da esse traspariva e che poco alla volta venne resa nota in Italia, rappresentava agli occhi dei progressisti, un esempio lampante di irrazionalismo, di ritorno ad un passato barbarico, di proposta insomma di valori di destra.

Si deve dire, a scanso di equivoci e per ravvivare il ricordo degli immemori o di coloro che per l’età quei tempi non li hanno vissuti, che fu la cultura egemonizzata e influenzata dalla Sinistra e condannare da subito, dopo un primo momento di disinteresse, l’opera di Tolkien in recensioni sui quotidiasni, i settimanali e le riviste letterarie. Soltanto in seguito giunsero i riscontri positivi dalle poche riviste e dai pochi giornali su cui scrivevano firme classificabili “a destra”. Insomma, checché se ne racconti ancor oggi, inizialmente non vi fu alcuna “appropriazione” o “strumentalizzazione” del romanzo di Tolkien da parte della Destra, ma un rifiuto immediato da parte della Sinistra. Che non lo capiva e non aveva intenzione di capirlo, dato che il metro di giudizio utilizzato non era quello letterario-estetico, ma purtroppo soltanto quello ideologico-politico: poiché Tolkien, cattolico tradizionalista, monarchico, “uomo di destra” e autore di un’opera “fantastica” e “medievaleggiante” non rientrava negli schemi mentali preconfezionati della Sinistra, ma eveva tutti i crismi del “nemico”, venne posto al bando. Una aberrazione, ma fu proprio così e chi non ci crede vada a sfogliare le annate delle testate dell’epoca che più contavano.: L’espresso, Panorama, L’Europeo, Epoca, Rinascita, Vie Nuove, la Fiera letteraria, ma anche La Repubblica, l’Unità, l’Avanti, Paese Sera.

E questo nonostante che avesse avuto un enorme successo di vendite al punto che in cinque mesi (ottobre 1970-febbraio 1971) se ne fecero tre ristampe: il mondo giovanile della “contestazione studentesca”, di qualunque tendenza politica esso fosse, lo aveva accolto come una specie di Bibbia. Una nuova edizione in tre volumi a minor prezzo apparve nel 1974 ed ebbe otto ristampe. Nel 1977 uscì una edizione di nuovo in un solo volume ma in brossura: da allora si è succeduta almeno una nuova ristampa all’anno. E dopo il passaggio del libro alla Bompiani nel 2000 e con il rilancio dei film di Peter jackson, anche più di una all’anno.

chiaro che il suo pubblico era estremamente variegato, ma che de Il Signore degli Anelli se ne accorgessero lettori e critici che avevano una preparazione culturale “di destra” e soprattutto “di destra tradizionale” sembra una tale ovvietà da non doversi meravigliare di ciò: può farlo solo chi si culla nell’idea che la Destra sia per definizione incolta, o che essa viva soltanto per “appropiarsi” di qualcosa che in realtà non le appartiene al fine di nobilitare i suoi oscuri natali. E non c’è da meravigliarsene per molti e validi motivi:

1) prima di tutto la letteratura fantastica, o di fantasy, o di heroic fantasy ha sempre trovato un’ottima accoglienza a Destra per fattori estrinseci ed intrinseci (le origini mitiche, un mondo alternativo, valori diversi da quelli attuali ecc.);

2) per secondo, l’aggressività della Sinistra nei confronti di Tolkien acuiva e sollecitava una disponibilità ed una propensione quasi naturali nei confronti di un’opera come la sua;

3) infine, una volta letto il libro si trovò nelle sue pagine un mondo di storie, personaggi e soprattutto valori e visioni del mondo che i ragazzi di destra avevano già conosciuto a livello saggistico nei libri di autori “tradizionali”, soprattutto Julius Evola: insomma, ci si trovò a proprio agio in un romanzo che trascriveva in forma narrativa, e quindi di piacevole apprendimento, tutto quel che si era conosciuto in forma di alta esposizione metapolitica, filosofica, esistenziale.

Il terreno era quindi più che appropriato perché su di esso venisse creato un culto ed un mito di Tolkien, anche al di là del valore dell’opera letteraria in sé, che pur era notevole. Cosa che, sul piano dei contenuti, poteva avvenire con maggiore difficoltà a Sinistra. Certo - ed è un punto di vista che ho ripetuto innumerevoli volte - Il Signore degli Anelli poteva appassionare, oltre l’aspetto avventuroso e letterario, per certe idee che allora fermentavano in una particolare Sinistra, nei primi ecologisti ed ambientalisti e nella nascente Comunione e Liberazione (anticapitalismo, antimacchinismo, ritorno alla Natura, solidarismo ecc.), ma l’afflato mitico, l’atmosfera da antica saga, il valore del cameratismno e dell’amicizia, una spiritualità diffusa non precisamente identificata nel cattolicesimo devozionale, il senso profondissimo del dovere da compiere, l’eroe inteso per quel che fa e non per quel che è esteriormente, la lotta contro un Male oscuro identificato nel materialismo e nell’industrialismo negatore di ogni valore che non fosse quello economico, la simbologia regale, il riferimento a temi tradizionali come la spada spezzata e i re guaritori, e così via, tutto questo complesso di idee e suggestioni poteva essere capito, apprezzato e valorizzato e fatto proprio soltanto da un pubblico che si era già formato su letture di autori di Destra, ma soprattutto quelli “tradizionali” come Guénon ed Evola, ad esempio. Critici di sinistra che sui giornali si allarmavano per il fatto che l’eroe del Signore degli Anelli, dopo aver portato a termine la sua missione, tornava a casa e vi ripristinava l’Ordine, come potevano pretendere che il popolo dei giovani di Sinistra che leggevano le loro messe in guardia ma apprezzavano il romanzo potessero esserne soddisfatti e compiaciuti? o, anche, come potevano pretendere che di un libro simile non se ne occupasse, e a fondo, la cosiddetta “cultura di Destra”? E infatti, molto tempo dopo si sono conosciute le testimonianze di diversi ex giovani della sinistra sessantottina divenuti alquanto noti che hanno ammesso di aver “letto di nascosto” il romanzo di Tolkien e all’epoca, a causa di quel clima intimidatorio, di non averlo fatto sapere ai loro “compagni” o ai “collettivi” cui appartenevano per paura di venire accusati di essere dei “fascisti” o di dover subire un “processo popolare” nelle università!

Il fatto è che la Sinistra cominciò ad allarmarsi fortemente nel momento in cui si accorse del danno che aveva provocato con una simile ostracizzazxione aprioristica, cioè quando nel 1977, 1978 e 1980 si svolsero i Campi Hobbit, quando prima il settimanale Candido e poi il quindicinale Linea (1979-1981) iniziarono ad occuparsi con regolarità della letteratura fantasy, e quando due riviste culturali come Diorama Letterario e Dimensione Cosmica dedicarono nel 1979 loro numeri monografici a Tolkien. Tutte iniziative di Destra. La reazione della Sinistra, a livello colto e popolare, non mutò di molto. Su Alfabeta del giugno 1979 Guido Fink tentava di dimostrare come Tolkien fosse ambiguo nei confronti di Bene e Male; in un convegno del 1982 a Cuneo dedicato alla “cultura reazionaria degli anni Ottanta” organizzato dal locale Istituto Storico dell< Resistenza, Alessandro Portelli ammetteva il ritardo della Sinistra sul piano interpretativo di Tolkien, si lamentava che il sottoscritto esponendo le proprie idee su Linus inquinasse le giovani menti progressiste e proponeva una interpretazione “metaforica” (in contrapposizione alla interpretazione simbolica della Destra) del Signore degli Anelli per metterlo alla (bassa) portata della Sinistra; mentre Vanni Ronsisvalle, ricordando alla radio il decimo anniversario della morte di Tolkien il 6 febbraio 1983 non era capace d’altro che condannare “la violenza del superuomo” (inesistente in Tolkien) e definiva lo scrittore inglese via via “conservatore”, “reazionario” e “fascista”. Insomma nessun passo avanti, anzi molti pervicaci passi indietro.

Dalla metà degli anni Ottanta la Sinistra ha cercato di capire, o almeno di spiegarsi, tutta una serie di autori che secondo antiche “tavole di prescrizione” elaborate soprattutto da Lukàcs, venivano definiti “irrazionali” e, in quanto tali, “fascisti”; comunque ha cercato di collocarli al loro giusto posto nella storia della cultura leggendoli senza farsi troppo condizionare dalla propria ideologia, spesso correndo il rischio di una “annessione” un po’ ridicola: da Nietzsche a Marinetti, da Céline a D’Annunzio, da Mishima a Pound, da Eliade a Spengler, da Weininger a Jung, da Guénon a Jnger buon ultimo. Ma Tolkien (e qualche raro altro nome), no, non riesce proprio a capirlo: al massino, quando sono arrivati i film di Jackson si sono viste - questa volta sì - ridicole appropriazioni indebite ed anatemi nei confronbti della Destra (“fascisti giù le mani da Tolkien”) da parte di vecchi ostracizzatori o giovani appropriatori sulle pagine de l’Unità, Il manifesto e Liberazione, ma anche Panorama. Acrobatici tripli salti mortali dialetticamente grotteschi, con mistificazioni del passato e del presente. Quanto però ad una solida interpretazione critica: zero. Nessun passo indietro, nessuna ammissione degli errori trascorsi, niente. Sta di fatto che non esistono nella pubblicistica culturale e nella critica “di sinistra”, ancora veri ed approfonditi studi, complessivi o settoriali. Effettivamente, si deve allora dire, la visione del mondo di Tolkien, calata nelle sue opere, è stratosfericamente lontana dai gusti, dagli interessi, dalla mentalità della cultura che ancor oggi si richiama alla ideologia “di sinistra”.

Fa un po’ ridire, allora, se non suscita profonda indignazione, l’accusa che ancora qualche esponente di una certa subcultura (in altro modo non la si può definire) rivolge alla Destra di voler “strumentalizzare” Tolkien. Casomai, si dovrebbe dire tutto il contrario, almeno nei confronti degli autori sopra elencati e di cui la Sinistra ormai si occupa senza problemi psicologici.

Anche l’occasione del ventesimo anniversario della scomparsa dello scrittore, nel 1993, è servito a regolare solo in parte i conti fra Tolkien e la critica letteraria e il giornalismo italiani. All’epoca vi fu un vero e proprio punto di vista unanime sulle qualità del padre del Signore degli Anelli: nessuno, a parte rarissime eccezioni che confermano la regola, parlò male di lui e della sua opera. Anzi, paradossalmente, venivano esaltate proprio quelle sue qualità che negli anni Settanta e Ottanta avevano attirato gli anatemi dei custodi dell’ortodossia progressista: mito, simbolo, fantasia, spiritualità, eroismo della gente comune, lotta fra Bene e Male, evasione dalla realtà, contrapposizione alla ideologia imperante, venivano al contrario considerati elementi o positivi o accettabilissimi, alla luce ormai del “superamento delle ideologie”. Addirittura il suo essere un cattolicvo conservatore, un anti-modernista, un anti-materialista, non erano affatto motivi di condanna, ma caratteristiche peculiari della sua identità di uomo, di scrittore e di docente.

Peccato,però, che non ci sia stato uno, dicasi uno, degli articolisti o degli intervenuti che abbia fatto ammenda della “caccia alle streghe” cui, vent’anni prima, erano stati oggetto lui, il suo libro, il suo editore, i suoi curatori editoriali, i suoi lettori. Su questo indecente comportamento, il silenzio più assoluto: un atteggiamento tipico di chi crede di avere l’impunità per diritto acquisito, il permesso di dire sempre tutto e il contrario di tutto senza dover dare la minima spiegazione. Su un caso emblematico di come siano andate le negativamente cose nella cultura italiana per tanto tempo, la memoria ha - ma guarda un po’ il caso - fallito: quella memoria che resta sempre vigile e insonne su altre questioni, altri autori, altri libri per i quali è bene conservarla proponendo sempiterni oblii, magari anche roghi postumi. Il “doppiopesismo” è una regola tipica per certi intellettuali che non si vergognano di applicarla, o non applicarla, a seconda i casi e le convenienze.

Dieci anni dopo, come si è detto, si è fatto addirittura un passo indietro. Ciclotimia della cultura cosiddetta “di sinistra”...

J.R.R.Tolkien, però, non ha assolutamente bisogno di nulla, né di assoluzioni né di esaltazioni postume da parte dei suoi ex nemici. La sua opera parla da sé: con la sua storia, con i suoi personaggi, con il suo senso intimo che parla, e parlerà, per miti e simboli ancora a lungo. Chi ha una formazione culturale per capirli, li ha capiti, li capisce e li capirà. Chi non ha questa formazione culturale, potrà forse apprezzarne l’aspetto esteriore, letterario e avventuroso, ma non di più, e magari, nella sua ignoranza di certe cose e nel suo condizionamento ideologico, continuerà a strillare d’inesistenti “strumentalizzazioni” ed a stracciarsi le vesti per l’indignazione...

Gianfranco de Turris

(Conferenza svolta all’Università di Roma “La Sapienza” il 5 marzo 2000 e in seguito, in questa versione aggiornata, all’Università di Bari)

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