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TOLKIEN SCRITTORE TRADIONALISTA E I SUOI NEMICI

John Ronald Reuel Tolkien è stato, e si può considerare, uno scrittore “tradizionale” o “tradizionalista”?

La domanda non è retorica, ma sostanziale. Molte delle polemiche pro e contro questo studioso di letterature antiche e di linguistica, poi divenuto narratore, ruotano in fondo intorno a questo concetto. Se la risposta è “no”, si tratta allora di diatribe che lasciano il tempo che trovano, di scaramucce giornalistiche contingenti, di strumentalizzazioni banalmente “politiche”. Se la risposta è invece “sì” allora la questione assume un diverso aspetto, più importante, più profondo, e si rivela essere uno dei tanti sintomi di come una certa parte del mondo moderno non riesca ad accettare un’opera che è sostanzialmente in contrasto, in opposizione, in distonia con i valori dominanti.

J.R.R.Tolkien dal punto di vista spirituale fu sicuramente un homo religiosus: era un cattolico convinto in una società protestante come quella inglese, un “papista” come venivano sprezzantemente definiti i seguaci della Chiesa di Roma; in più fu tra i cattolici un cattolico tradizionalista, vale a dire ossequioso sì ma assai poco propenso ad accettare le riforme del Concilio Vaticano II: ad esempio, non condivise l’abolizione del latino nella Messa. Devoto della Madonna e del Rosario, lo portava con sé: durante la seconda guerra mondiale, mentre era di guardia nelle postazioni antiaeree essendo inquadrato nell’esercito territoriale (nel 1939 aveva 47 anni), lo recitava regolarmente. Il riferimento ai Vangeli, alla devozione, alla spiritualità, ad un modo di comportarsi cristiano nella vita di ogni giorno, è costante nelle lettere ai suoi figli.

Dal punto di vista culturale era, come ben si sa, uno studioso non solo di letteratura anglosassone e inglese, ma di miti, di saghe, di epopee, di antiche tradizioni, i cui simboli e valori contrappose sempre alla Modernità, sia come Weltanschauung, sia come stile, sia come atteggiamento dei protagonisti dei suoi libri.

Dal punto di vista esistenziale coltivava una vera e propria idiosincrazia per tutto quanto aveva a che fare con la società in cui viveva: la burocrazia nella vita universitaria, la pervadenza delle macchina in ogni dove, la distruzione della natura, il rumore ed il fracasso della città, l’industrializzazione.

Dal punto di vista politico si definiva “antiquato reazionario”: patriottico, monarchico, sostanzialmente antidemocratico, condannava l’imperialismo materialista, la progressiva scomparsa delle identità nazionali sia linguistiche, sia addirittura gastronomiche. Possedeva anche quel tanto di individualista e anarchicheggiante, insofferente, che è in ognuno di coloro i quali si sentono di vivere in una società assurda, soffocante, non a misura d’uomo. Insommma, come lo definisce il suoi biografo Humphrey Carpenter, era un “uomo di destra”.

Dal punto di vista narrativo riversò, travasò consciamente e inconsciamente tutte queste caratteristiche spirituali, culturali e umane nei suoi romanzi, soprattutto ne Il Signore degli Anelli, un’opera che voleva essere, secondo quanto esplicitamente disse negli anni Trenta, il tentativo di fornire di una mitologia il suo Paese, l’Inghilterra, che a suo giudizio ne era assolutamente privo. Una società assolutamente carente di miti nella prima metà del Novecento? Per il professor Tolkien qualcosa di inaccettabile, per lui che di miti e di religione si nutriva lo spirito. E così riproponendo dopo secoli un’opera in forma di saga ed epopea adatta ai lettori moderni, questo docente di Oxford ha dotato di un’appassionante mitologia non solo il suo Paese, ma, si può ormai dire con certezza, il mondo intero, dato che i suoi miti sono così universali, così “cattolici” si potrebbe dire ricordandoci l’etimologia greca della parola, che sono stati compresi, accettati e fatti propri da lettori che più lontani dalla mentalità britannica non si potrebbe. E questo, ovviamente, ad di là del successo planetario del film in tre parti di Peter Jackson, che ha dato solo più visibilità alla sua creazione.

Dunque, credo che si possa rispondere alla domanda iniziale positivamente: “Sì, Tolkien si può legittimamente definire e considerare un autore tradizionale”. Ma di quale tradizione? Su questo punto ci sono state polemiche anche speciose e un po’ ridicole: c’è chi lo restringe all’interno della tradizione cattolica e chi invece lo considera un esponente della tradizione classica, o anche pagana. Senza ombra di dubbio la sua formazione è cattolica, ma - lo disse in modo chiaro - scrivendo Il Signore degli Anelli non volle farne esplicitamenbte un’opera religiosa: non si parla mai di riti, di divinità, di espressioni evidenti di spiritualità, tantomeno di quelli cristiano-cattolici. Tutto è invece implicito nella sostanza dell’opera, tutto sta nel retroterra, nel sottofondo. E questo retroterra, questo sottofondo è un amalgama inestricabile di tutta la sua formazione interiore: di cattolicesimo e di paganesinno, di Vangelo e di Edda, così come di romanzi arturiani e di saghe islandesi, di mitologia germanica e di riferimenti celtico-irlandesi. La sua insomma, è l’opera di un “pagano convertito”, come Tolkien stesso definiva l’anonimo autore del Beowulf, il poema anglosassone la cui rivalutazione si deve proprio al nostro professore oxoniense. Per questo Il Signore degli Anelli, e gli altri testi che gli fanno da contorno, è importante: proprio per l’originale amalgama di tradizioni diverse portate a dignità di romanzo adatto ai moderni in pieno Ventesimo secolo.

Tolkien e la sua opera sono, dunque, nel solco di una tradizione che penso si possa definire legittima, proprio come accade per tutti quei grandi scrittori la cui apertura mentale, la cui sensibilità profonda, la cui grande cultura, consentono di accogliere ed esternare con la loro arte i simboli di una Tradizione perenne per inconsapevoli che possano esserne, come affermano sia René Guénon sia Julius Evola.

Un autore e un libro così non potevano che avere quindi una pletora di avversari, di nemici che esternarono la loro ostilità in modi diversi, spesso contradittori e grotteschi, avendo per così dire fiutato a naso in lui e nei suoi scritti qualcosa di totalmente alieno e incomprensibile. Ovviamente ci interessa quel che è avvenuto in Italia, unico Paese al mondo in cui ci si è letteralmente scannati sulle interpretazioni da dare all’opera tolkieniana sotto un’ottica squisitamente “politica”.

Il Signore degli Anelli venne tradotto integralmente solo nel 1970 dalla Rusconi quando era direttore editoriale Alfredo Cattabiani su consiglio di Elémire Zolla e per la cura di Quirino Principe. All’epoca furono sufficienti questi nomi per metterlo all’indice: il fatto poi che si trattasse di un romanzo “fantastico” e non sociale o realistico o intimistico, e che fosse ambientato in uno pseudo-medioevo, come si disse, fornì altri spunti per condannarlo. La reazione della stampa italica in un periodo di forti tensioni politico-ideologiche fu prima il silenzio, poi l’aria di sufficienza, infine la condanna. Non poteva essere accettato un romanzo che avesse caratterstiche così estranee ai gusti degli intellettuali che condizionavano le patrie lettere. Lo si stroncò da vari punti di vista: il libro era da un verso troppo lungo, illegibile, zeppo di nomi astrusi e incomprensibili, noioso per le sue digressioni e le cronologie in appendice; per altri era un libro puerile, ridicolo, adatto ai bambini; per alcuni ancora era manicheo perchè distingueva troppo nettamente fra Bene e Male, fra buoni e cattivi, ed era anche un po’ razzista perchè i cattivi era regolarmente “brutti”; per altri, al contrario, era ambiguo, dato che non si riusciva a comprendere esattamente la sua posizione in certi momenti-chiave della trama, o rispetto al carattere di determinati personaggi (ad esempio, la regina degli elfi Galadriel).

Smontato il romanzo dal punto di vista letterario, non bastò. Di fronte ad un successo inarrestabile, nonostante la cattiva pubblicità, soprattutto fra i giovani e in particolare fra i giovani di destra che lo avevano eletto a loro libro di culto, ovviamente lo si qualificò dal punto di vista politico: conservatore, reazionario e, ovviamente, fascista. Poiché era letto dai ragazzi di destra che alla fine degli anni Settanta avevano realizzato i famosi Campi Hobbit, la caratteristica dei suoi lettori cadde anche sull’autore: era un fascista, anche perchè si scoprirono alcuni aspetti del libro che inizialmente erano passati in secondo piano, come i temi dell’eroismo, del sacrificio, della dedizione, del cameratismo. Di conseguenza, l’opera divenne tabù per i ragazzi della sponda opposta, quelli di sinistra, che erano costretti a leggerlo di nascosto, come rivelarono, una volta diventati più adulti, negli anni Novanta alcuni personaggi assurti a notorietà pubblica.

Il Signore degli Anelli si può definire veramente un’opera outsider, proprio “fuori posto” nell’Italia politicizzata degli anni Settanta, anche se questa definzione si può senza difficoltà applicare anche alle altre opere di Tolkien. Troppo diverso, troppo alieno, troppo distante dai valori (chiamiamoli così) di una intellettualità progressista che dettava legge su giornali e riviste, ma anche nelle università e nelle piazze. Non poteva che essere respinto quasi a priori per il suo sfondo, per i suoi personaggi, per la sua trama, per i punti di vista che trasmetteva. I suoi nemici di allora furono sostanzialmente politici, perché applicarono al romanzo concetti e definizioni “politiche”, trascinando la polemica su di un campo che non era quello proprio all’opera in sé nelle intenzioni del suo autore. Tolkien, come si è detto, voleva creare un’epopea, una saga, che parlasse di miti creando un mondo alternativo alla Modernità. E come tale venne inteso dai suoi maggiori e più entusiasti lettori degli anni Settante e Ottanta, quei ragazzi di destra che ne accolsero le valenze metapolitiche, vedendo nei suoi personaggi degli archetipi e nei suoi valori dei punti di riferimento, al di là di manifestazioni provocatorie e goliardiche come le scritte inneggianti al “camerata elfo” o ad “Aragorn al potere”, che invece i suoi detrattori consideravano la prova provata della politicità, e quindi della pericolosità, dell’opera da mettere dunque al bando.

Diversa la situazione trent’anni dopo, l’ottica in cui si sono mossi i nemici di Tolkien all’epoca del suo revival all’inizio degli anni Duemila grazie ai film del regista Peter Jackson. Mutati i tempi, mutata la società e soprattutto mutata la politica con il crollo dei “socialismi reali” e la crisi di quella che è stata definita l’ “egemonia culturale comunista” in Italia, l’atteggiamento dei critici ha cambiato forma e contenuti in un modo singolare, paradossale e anche grottesco, assumendo l’aspetto di un tentativo - oggettivamente ridicolo - di cooptare Il Signore degli Anelli negandone certe caratteristiche contenutistiche e valoriali, tutto sommato banalizzandolo e, di conseguenza, condannando come strumentalizzanti precedenti interpretazioni. E ciò è avvenuto - non sembri un paradosso - sia da parte di critici di “sinistra” che di “destra”.

A sinistra, nel momento in cui apparve il primo film della serie, La Compagnia dell’Anello (2001-2002) vi fu una specie di gara giornalistica fra chi cercava di scoprire nell’opera di Tolkien specifiche valenze per poterlo considerare “di sinistra” e quindi riabilitarlo ed acquisirlo nell’area progressista, valenze ovviamente soltanto “politiche”: l’opera diventò all’improvviso antinazista, gli Orchi assomigliavano alle SS, essendo stato il romanzo scritto nella sua parte conclusiva durante la seconda guerra mondiale per alcuni Sauron era Hitler e Saruman nientemeno che Mussolini, si disse che Tolkien aveva combattuto contro l’apartheid, e altre amenità del genere. Si sono letti titoli un po’ surreali come “Fascisti giù le mani da Tolkien”, oppure “Eroi, spade ed elmi antifascisti”. Ci sarebbe da ridere su tutto ciò, ma ancora una volta è la dimostrazione come per la cultura progressista, alta e bassa, sia del tutto insensibile alla percezione di certi valori, come per essa un autore è accettabile o meno soltanto in base al suo minore o maggiore tasso di antifascismo. Per accettare Tolkien nel Duemila lo si deve quindi presentare come un ferreo nemico del nazismo e del fascismo, altro non conta, e che questa avversione - nonostante le precisazioni in contrario - deve essere ben percepibile nella sua opera.

Tutto il contesto simbolico e tradizionale non può essere accettato da giornalisti e intellettuali di sinistra. Di conseguenza, per parlar bene del libro deve essere messo in un canto. Depotenziare l’opera per renderla appetibile ad una cultura che non capisce, e quasi odia, il mito è il succo di un libretto pubblicato in occazione dell’ultimo film, dal titolo emblematico de L’anello che non tiene: al Signore degli Anelli non si possono applicare interpretazioni simboliche perchè è un puro e semplice romanzo d’avventura, quasi quasi realistico, e quindi tutte le elucubrazioni che vi si sono fatte intorno non hanno alcun senso. Pur di negare l’evidenza, si fa scendere il romanzo di gradino in gradino sino a considerarlo un’opera da poco, interessante sì, magari anche affascinante, ma in fondo robetta che non è degna di quel che le si è voluto costruire intorno come intepretazione di tipo tradizionale. Che viene considerata solo come una strumentalizzazione bassamente politica, quasi quasi ad uso partitico, organizzata - par di capire - a tavolino.

Ma anche a destra, se vogliamo far rientrare in questa definizione certi liberali, si è tentata un’operazione pressoché simile. In un altro presuntuoso libretto dal titolo definitivo La verità su Tolkien i due giovani autori, quasi fossero degli evangelisti, ci fanno trovare di fronte alla rivelazione che il nostro professore non era né un “fascista” né un “ecologista”. Anch’essi, per poca conoscenza diretta, cadono nell’equivoco dei loro più anziani colleghi di sinistra: poichè veniva letto dai giovani “fascisti” degli anni Settanta Tolkien passava anch’egli per “fascista”, ma così non è. Lapalissiano, e non era certo necessario un intero libro per spiegarlo. Quanto all’ecologista, di certo Tolkien non si sarebbe riconosciuto nell’ecologisno politico e militante di oggi, ma se con tale definizione ci riferiamo al suo amore per la natura e al suo profondo anti-tecnologismo e anti-industrialismo, al suo dolore quando vedeva campagne attraversate da nuove strade, alberi abbattutti, l’invasione delle automobili a Oxford, beh allora ecologista e ambientalista lo era. La Natura è sacra e l’Uomo, pur se definito dalla Bibbia il “padrone della creazione”, non può assolutamente fare quel che vuole, senza limiti e senza regole, nel giardino del mondo. Questo è chiarissimo in tutta la sua opera e negli esempi della sua vita.

Ma i due autori, che si proclamano liberal-liberisti-libertari, e di conseguenza strizzano un occhio alla modernità, all’individualismo ed al progresso di tipo americanoide, per scrollargli di dosso la terribile accusa di essere un uomo della Tradizione, cuciono sul povero professor Tolkien la casacca del “libertario”, quasi dell’ “anarchico”, prendendo lo spunto da un paio di episodi della sua vita e dalla struttura sociale della Contea degli hobbit. Tutto vero, ma non è proprio possibile generalizzare: proclamarsi anarchico di fronte alle follie stataliste o burocratiche è qualcosa che abbiamo dentro tutti noi, ma Tolkien non è mai stato né un liberal, né un radical, né un libertarian secondo il concetto anglosassone, non è stato nemmeno un anarco-capitalista come si dice oggi, né un sostenitore di uno Stato minimo. Mordor è una esplicita fusione della dittatura materialista e di massa orientale e del capitalismo selvaggio, dell’ industrialismo senz’anima occidentale. Inoltre, nella Terra di Mezzo ognuno manteneva la sua specificità, ma non sono esistite né democrazie né repubbliche, e accanto alla Contea degli hobbit agricola e pacifica, blandamente individualista, vi sono soltanto regni retti da sovrani con tutte le caratteristiche dei re tradizionali, che assommano il potere temporale e l’autorità spirituale, che guariscono i malati, rinsaldano le spade spezzate e con esse sconfiggono il nemico e riconquistano il trono, che fanno rifiorire gli alberi secchi e portano prosperità.

I nemici di Tolkien hanno assunto, dunque, una maschera più ambigua oggi. Non potendo più permettersi di rifiutare un autore ed un libro amati in tutto il mondo, mettendosi così contro una gran massa di pubblico, cercano di piegarlo alle loro ideologie per, ripeto, banalizzarlo, depotenziarlo e renderlo quasi inoffensivo: non portatore di simboli e valenze spirituali, non saga del Ventesimo secolo, ma normale romanzo d’avventura, quasi allo stesso livello dei tanti best sellers made in USA che ci sommergono; non autore tradizionale, ma un antifascista-doc, un libertario e un individualista. Operazioni sottili, ma senza spessore, soprattutto operazioni che lasciano il tempo che trovano dato che sono durate lo spazio di un mattino e poco tempo dopo nessuno se le ricorda più.

Il Signore degli Anelli è la dimostrazione più chiara ed esplicita di come, sapendo utilizzare i mezzi della moderna espressione narrativa, i valori che noi definiamo tradizionali possono essere ancora divulgati ed accettati da grandissime fasce di lettori in tutto il mondo, forse senza neanche rendersi conto di cosa sono e rappresentano. Ma non per questo, credo, essi non lavorano in profondità.

Gianfranco de Turris

(Conferenza svolta all’ISIAO di Roma il 9 ottobre 2004 e a Catania il 2 marzo 2006)



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