GLI INCUBI DEL 2000: SALGARI E VERNE DI FRONTE AL FUTURO
”Io ora mi domando se aumentando la tensione
elettrica,
l’umanità intera, in un tempo più o meno lontano,
non finirà per impazzire”.
Emilio
Salgari
“Non c’è dunque rimedio a tutto
questo?”
“Nessuno, fintantoché seguiremo le
finanze e le macchine”
Jules
Verne
Un luogo comune, specie in passato, è stato quello
di appaiare Jules Verne ed Emilio Salgari, in quanto fra loro contemporanei e
considerati autori per la gioventù. Ma, lasciando da parte i luoghi comuni, le
cose non stanno proprio così.
Quel che divideva i due scrittori a me sembra fosse
qualcosa di più profondo che va al di là - e perciò li distingue - da alcune
consonanze esteriori, cioè, l’essere alla fin fine due prolifici romanzieri di avventure
molto popolari, impropriamente considerati per ragazzi, che hanno vissuto e
pubblicato durante gli stessi anni. E questa differenza va ricercata nello
spirito con cui entrambi scrivevano i loro libri e, soprattutto, nel pathos che li caratterizzava. Nel senso
che in Salgari c’era, in Verne quasi per nulla, anche nei suoi romanzi più
avvincenti e drammatici come possono essere Ventimila
leghe sotto i mari e I figli del
capitano Grant. Personaggi sanguigni e romantici come il Corsaro Nero e
soprattutto Sandokan, non sarebbero mai potuti uscire dalla penna dello
scrittore francese (forse soltanto il capitano Nemo vi si avvicina un po’).
Questo per dire che non sembra molto possibile, al
di là di un modo di dire, effettuare un parallelo fra i due, benché sia una
abitudine più che compierlo riferirvisi superficialmente come giudizio
scontato: casomai, ora che dagli anni Settanta anche in Italia si conosce bene
un altro scrittore, l’americano Robert E. Howard, è viceversa con lui che un
parallelo si può fare riferendosi a Salgari, nonostante le epoche e le culture
diverse in cui vissero, perché entrambi hanno - appunto - lo stesso spirito e
lo stesso pathos, la stessa vibrante
immaginazione evasiva, e lo stesso grande desiderio di avventura e di grandi
eroi selvaggi, la stessa fantasia lussureggiante e la stessa aggettivazione
rutilante e barocca. Il tutto assai lontano dalla tranquilla mentalità “borghese” e spesso didattica di
Verne.
Inoltre, se la tipicità verniana è quella della
anticipazione scientifica o della introduzione nei suoi romanzi dell’uso o
dello sviluppo più avanzato di certe invenzioni già note alla scienza tra la
metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tanto da far comunemente inserire
lo scrittore francese acconto a Herbert George Wells come precursore e
addirittura “padre” della moderna fantascienza, al contrario Emilio Salgari non
era molto portato per la speculazione avveniristica e raramente inserì nel
complesso delle sue opere marchingegni e macchinari che andassero oltre la tecnologie
del proprio tempo, a parte forse lo Sparviero,
la strordinaria “macchina volante” presente ne I Figli dell’Aria (1904) e Il
Re dell’Aria (1907).
Detto questo ecco però l’eccezione che conferma la
regola. Ci sono due romanzi di Salgari e di Verne che hanno una affinità
talmente inattesa e sorprendente da consentire un parallelo fra essi al punto
da rivelare una curiosa consonanza di idee, più unica che rara. Parallelo che
però si è potuto scoprire soltanto dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso,
come si dirà. Ci riferiamo a due opere, le uniche in sostanza in cui il
francese e l’italiano, a differenza dell’inglese Wells, hanno proiettato
chiaramente ed esplicitamente in un per loro lontano futuro l’immaginazione. Si
tratta di Paris au XX siècle scritto
nel 1863, rifiutato dall’editore Hetzel e pubblicato soltanto nel 1994, in cui
si descrive la Parigi del 1960, e di Le
meraviglie del duemila scritto nel 1903 e pubblicato nel 1907 in cui si
descrive il mondo del 2003.
Cosa accomuna questi due romanzi? Una visione
pessimistica del nostro domani ed una idea non proprio positiva che gli effetti
dello sviluppo tecnico-scientifico avrebbero prodotto sull’uomo e sulla
società. Potrà sembrare sorprendente, ma sia il trentacinquenne esordiente
romanziere francese, sia il già famoso trentanovenne scrittore italiano la
pensavano nello stesso modo circa le famose “magnifiche sorti e progressive”
dell’umanità. Ma è esattamente così: nessuno dei due negava il progresso materiale o si dimostrava scettico circa
il suo prodursi, ed infatti entrambi si diffondono nella descrizione di nuovi
marchingegni di ogni tipo che in apparenza migliorano la vita delle persone, ma
allo stesso tempo entrambi mettevano esplicitamente in guardia dal fatto che
tutte queste novità tecnico-industriali non portassero alla fin fine un
vantaggio spirituale, psicologico e
addirittura culturale.
Vediamo come e perché. Paris au XX siècle fu il secondo o terzo romanzo scritto da Verne.
Il primo, com’è noto, fu Cinq semaines en
ballon, scritto nel 1862 col titolo Voyage
en l’air, venne pubblicato il 31 gennaio 1863 da Hetzel; nel 1863-4 Verne
scrisse Les anglais au Pole Nord, che
venne pubblicato prima a puntate sul “Magasin d’éducation et récréation” (20
marzo 1864-5 dicembre 1865) e poi in due tomi il 4 maggio 1866 col titolo Voyages et aventures du capitaine Hatteras,
preceduto quindi sia dal Voyage au centre
de la Terre (scritto nel 1864, pubblicato il 25 novembre 1864), sia da De la Terre à la Lune (scritto nel 1865,
pubblicato il 25 ottobre 1865).
Paris venne scritto nel 1863, prima o mentre veniva
elaborato Hatteras: di certo fu
presentato all’editore come terzo manoscritto. Hetzel lo rifiutò decisamente,
Verne non lo riprese in mano mai, rimase chiuso nella cassaforte del figlio
Michel e venne scoperto dal pronipote Jean (figlio di Jean Jules, figlio di
Michel) per puro caso soltanto nel 1989, una edizione critica a cura di Pietro
Gondolo della Riva apparve nel settembre 1994. Le critiche di Hetzel furono
durissime e senza vie d’uscita: “Sono desolato di quanto devo scriverle”, si
legge in una sua lettera a Verne. “Consideri un disastro per il suo nome la
pubblicazione di quest’opera. Farebbe pensare che [Cinq semaines en ballon] sia stato un colpo fortunato. Avendo Hatteras, io so che l’eccezione alla
regola è questo lavoro mancato, ma il pubblico non lo sa... Lei non è maturo
per questo libro, lo rifaccia fra vent’anni”. Sul manoscritto si trovano
commenti di Hetzel di questo tenore: “Per me non ha niente di allegro”, “Questa
roba non regge”, “Non c’è senso della misura e neanche gusto”, “Qui zoppica”,
“C’è poco da fare, tutte queste critiche, tutte queste ipotesi non mi sembrano
interessanti”, “Oggi non crederanno alla sua profezia, non interesserà a
nessuno”.
Insomma, un vero disastro letterario che, al di là
delle critiche stilistiche anche giuste (in fondo era una prima stesura e tale
rimarrà per sempre), a noi 140 anni dopo interessa al contrario moltissimo.
Infatti, Hetzel rimase soprattutto sconcertato dal pessimismo verniano, anche
se negli altri due romanzi che aveva letto ed approvato (anche se con
modifiche) questo pessimismo nella scienza era già visibile. Come nota Herbet
Lottman nel suo Jules Verne (Mondadori,
1999) in Cinq semaines tutta la scienza
dell’ingegner Fergusson nulla può per evitare il disastro del pallone, e in Hatteras l’avventura polare si risolve
in un completo disastro nonostante i nuovi mezzi tecnici adottati, al punto che
nella versione originale poi fatta modificare da Hetzel il capitano si suicida
in un vulcano in eruzione.
Qual era il mondo immaginato dal giovane scrittore
per il 1960? Semplicemente una società francese che aveva compiuto un grande
progresso meccanico e scientifico, ma contemporaneamente aveva relegato nel
ghetto la cultura umanistica, la letteratura, la poesia, la vera musica, i cui
rari cultori venivano considerati come minimo degli stravaganti scansafatiche,
come massimo dei matti da tenere a distanza.
La Parigi del 1960 immaginata nel 1863 ha cinque
milioni di abitanti, si estende per dieci leghe ed ha distrutto tutta la
compagna intorno, in compenso possiede
quattro cerchi concentrici di ferrovie su viadotti e viene considerata
un “porto di mare” dato che i bacini idrici scavati nelle pianure di Grenelle e
Issy ospitano migliaia di imbarcazioni ed è stato costruito un canale di 140 km
sino a Rouen, largo 70 metri e profondo 20; i treni vanno ad aria compressa e
sono collegati magneticamente al “tubo vettore”; le automobili sono alimentate
“da aria dilatata dalla combustione del gas”, cioè idrogeno distribuito da
“colonnine predisposte alle stazioni”; fili elettrici come una “immane
ragnatela” solcano i cieli della città; dappertutto “manifesti trasparenti sui
quali l’elettricità scrive pubblicità a lettere di fuoco”; le case sono servite
da silenziosi ascensori elettrici; le abitazioni sono rifornite di acqua a buon
mercato grazie ad uno sbarramento della Senna e all’uso di turbine, ed anche la
forza motrice è inoltrata a domicilio; gli uffici sono muniti di “telegrafia
elettrica privata” e da “telegrafia
fotografica”; per le strade grandi orologi parlanti rispondono alla richiesta
dell’ora.
In compenso, però, l’economia e la finanza fanno
aggio sulla politica dominata dai capitalisti; l’istruzione pubblica,
totalmente in mano alla Società Generale di Credito Istruzionale, è gestita da
privati che privilegiano le materie scientifiche ed economiche; l’università è
organizzata come una fabbrica, anzi “una caserma dell’istruzione”; le materie
letterarie sono in decadenza, il francese è quasi una “lingua morta” (perché
scienziati, filosofi e commercianti attingano alle lingue straniere), latino e
greco sono ormai “lingue sepolte”; i grandi autori classici sono negletti e
dimenticati, e se ristampati le loro opere rifatte e adattate ai nuovi gusti;
l’Institut de France non accetta più letterati; se si scrivono poesia devono
avere per soggetto la scienza e le sue meraviglie; sopravvive solo il teatro,
ma tutto prodotto dal Grande Emporio Drammatico, che sforna commedie scritte
quasi in una catena di montaggio.
È un’epoca in cui “la famiglia tende a disgregarsi,
in cui l’interesse individuale spinge ciascuno dei suoi membri in una direzione
diversa, in cui il bisogno di arricchirsi ad ogni costo uccide i sentimenti del
cuore, il matrimonio sembra un’eroica inutilità”, e quindi si cerca di avere il
minor numero di figli possibile.
Insomma, “questo mondo”, come dice Jacques che
avrebbe voluto fare il militare di carriera ed invece è impiegato della
Compagnia Generale delle Miniere in Mare, “non è altro che un mercato,
un’immensa fiera”, dove, afferma
Quinsonnas, musicista in segreto, ufficialmente capo contabile, “il
primo dovere dell’uomo è guadagnar denaro”. Insieme ad essi Michel, 16 anni,
vincitore di un inutile premio di poesia, costretto anch’egli a trovar lavoro
prima in banca poi a scrivere commedie nell’apposito ufficio adibito alla
bisogna per guadagnarsi da vivere. L’esito è disastroso. La flebile trama di Paris au XX siècle è questa: attraverso
le peripezie di Michel descrivere l’incubo di un futuro mercantile,
scientificizzato, nelle mani di finanzieri e
banchieri, privo della luce che solo la cultura umanistica può dare, non
certo quella commercializzata e superbanalizzata. Romanzo iper-pessimistico in
cui il ragazzo, perso il lavoro, privo di denaro, vaga in una città sepolta
dalla neve del più duro inverno di quell’epoca (sono le pagine migliori del
libro) alla ricerca di suo zio, del suo antico professore e della nipote
quindicenne di cui si è ovviamente innamorato. Non riesce a trovare nessuno e
nell’ultima riga de libro “cade privo di sensi sulla neve” dopo essersi
aggirato fra le tombe monumentali dei grandi scrittori dimenticati nell’immenso
cimitero del “Père Lachaise”. Fine.
Pessimismo allo stato puro, come si vede. Non è
meno incubico, a ben guardare oltre le apparenze, Le meraviglie del duemila. Emilio Salgari lo scrisse insieme alla Bohème italiana, considerando che
avrebbero dovuti uscire con lo pseudonimo di “Guido Altieri”, nel 1903 per
Bemporad, quando era ancora sotto contratto con Donath, ma l’editore fiorentino
attese che scadesse questo impegno e quindi li pubblicò ambedue col vero nome
del loro autore. E, a sessanta anni precisi da quando il suo collega francese
aveva redatto l’ancora inedito Paris,
lo scrittore veronese ne ricalca quasi esattamente i termini: il mondo
americano ed europeo del XXI secolo ha compiuto grandi passi avanti dal punto
di vista tecnico, ma penalizzando l’uomo in quanto tale, che ne subisce le
terribili conseguenze.
La società del Terzo Millennio possiede la
radiosveglia, il giornale parlato, il giornale visivo, abiti di stoffa
vegetale, pasti in pillole, pasti automatizzati, posta meccanica, fabbriche e
officine senza operai, raccolta dei rifiuti automatizzata, treni ad aria
compressa, bar e ristoranti in cui si mangia in piedi, energie alternative
prodotte dalle correnti marine, al Polo Artico sono stati costruiti grandi
alberghi per “ricchi europei” gestiti dagli “anarchici” che impegnati in simili
attività non pensano alle loro “pericolose teorie”. In più, i cinesi sono un
miliardo e cinquanta milioni, gli italiani cinquanta milioni e fanno parte di
una “Grande Italia” che comprende non solo Trentino ed Istria, ma anche la Dalmazia
ex veneta, Nizza, la Corsica e addirittura Malta. Inoltre il Commonwealth britannico si è
praticamente disgregato, così come in parte l’Impero asburgico. Dal punto di
vista sociale, poiché “l’elettricità ha ucciso il lavoratore” (infatti le
fabbriche sono automatizzate), gli operai si sono riciclati in agricoltori e
pescatori, ed il socialismo, come ideologia della classe lavoratrice, è
scomparso.
Tutto questo vedono i due protagonisti del romanzo,
il ricco americano James Brandock e lo scienziato Toby Holker, che nel 1893
decidono di farsi addormentare grazie ad un siero ricavato da una pianta
chiamata “il fiore della resurrezione”, per risvegliarsi 110 anni dopo in un
mondo diverso dal loro. Accolti nel 2003 da un discendente dello scienziato
sono portati in giro per il pianeta ad osservare, appunto, le meraviglie del
2000. Che lo sono di certo in quanto migliorie esteriori del vivere, ma che
alla fine, esattamente come in Jules Verne, presentano un lato negativo.
Salgari non insiste sulla contrapposizione fra
scienza e cultura umanistica, quanto piuttosto evidenzia un aspetto più
concreto che deriva qui direttamente dalle nuove tecnologie e in primis dall’uso pervasivo
dell’elettricità. Non solo esse risultano impotenti di fronte allo scatenarsi
delle forze primordiali della Natura (la città sottomarina viene divelta dai
suoi ancoraggi, il battello aereo precipita), cosa che del resto aveva scritto
anche Verne nel suo Paris (“tutte le
risorse della scienza” risultano impotenti contro l’ondata di gelo che sommerge
la Francia), ma indirettamente incidono in modo negativo sul vivere della
collettività.
Nonostante l’imperversare di gadget e di agevolazioni pratiche, Salgari se la immagina
frenetica, incalzante, angosciante, senza più alcun momento di calma e di pausa
ma sempre frettolosa: “La gente che si affolla nelle vie vicine pare che
cammini sui tizzoni”, “perfino le signore marciano a passo di corsa come se
avessero paura di perdere il treno”, per tutti è normale “correre così
frettolosamente” .
Fretta, fretta, fretta: non sembrano i giorni
nostri? “È la grande tensione elettrica che agisce sui loro nervi. Il mondo è
impazzito o quasi” commenta Toby Holker. Proprio così, tanto che ai due
viaggiatori provenienti dal XIX secolo ad un certo punto accade lo stesso: “Una
viva eccitazione si era impadronita di Toby e Brandock. I loro muscoli
sussultavano, le loro membra tremavano e, lisciandosi i capelli, facevano
sprigionare delle scintille elettriche”. Sembra la descrizione di un elettroshock! L’aria è infatti satura di
elettricità, la tensione insopportabile per chi non vi è abituato. Verso la
conclusione della storia, la situazione precipita: “Io non so che cosa mi
prenda”, dice Brandock. “Le mie membra tremano tutte ed i miei muscoli
sussultano come se ricevessero delle continue scosse elettriche”; “Questa
intensa elettricità, che ormai ha saturato l’aria del globo e alla quale noi
non siamo abituati, temo che ci sia fatale. Noi siamo uomini d’altri tempi”,
commenta Toby; “Si direbbe che il mio cervello riceve delle continue scosse”,
aggiunge Brandock. È proprio questo il motivo per cui non sopravviveranno alla
loro avventura.
Peggio della morte vengono dichiarati “pazzi, e per
di più pazzi inguaribili”. Il motivo? Commenta un medico: “Sia l’elettricità
intensa a cui non erano abituati o l’emozione prodotta dalle nostre
meravigliose opere, il loro cervello ha subito una scossa tale da non guarire
più”. “Tanto valeva che non si fossero risvegliati dal loro sonno secolare”,
chiosa malinconicamente il pronipote. E l’autore, prendendo direttamente la
parola, conclude con un aperto monito la sua visione futuribile: “Io ora mi
domando se aumentando la tensione elettrica, l’umanità intera, in un tempo più
o meno lontano, non finirà per impazzire. Ecco un grande problema che dovrebbe
preoccupare le menti dei nostri scienziati”.
Queste cose pensava, nelle vesti del “cap. Guido
Altieri”, Emilio Salgari nel 1903, cose assai simili a quelle che aveva pensato
quarant’anni prima il giovane Jules Verne che, nel suo romanzo sdegnosamente
respinto da Hetzel, aveva descritto un “secolo febbrile in cui la moltitudine
di affari non lascia alcun riposo e non consente alcun ritardo”, in cui uomini
e donne usufruiscono delle sue meraviglie ma “senza gioia poiché, dalla loro
andatura incalzante, dal loro passo frettoloso, dal loro impeto americano, si
intuiva che il demone della prosperità li spingeva avanti senza posa e senza
quartiere”.
Oltrepassate da un pezzo e da poco entrambe le date
indicate dai due scrittori nelle loro eccentriche storie avveniristiche
(eccentriche rispetto alla produzione nota e abituale) noi che possiamo dire?
La risposta sembra, a questo punto, evidente: in Paris au XX siècle e ne Le meraviglie del duemila, opere tenute
per motivi diversi in scarsa considerazione, Verne e Salgari sono riusciti a ben
individuare quali sarebbero stati i lati negativi, gli errori del “mondo
moderno”: il progresso vertiginoso non avrebbe portato soltanto benefici
materiali, ma anche effetti negativi nell’umanità che non avrebbero del tutto
ripagato il benessere fisico. È una critica, anche abbastanza esplicita, a
quella che oggi viene definita l’ “americanizzazione del mondo”, non tanto in
termini di super-tecnologia alla portata di tutti, quanto di come essa ha
profondamente modificato il nostro modo di vivere e di essere, quindi la nostra
mentalità: ricerca disperata della prosperity
ad ogni costo, efficientismo, velocità, spasmodico arrivismo,
commercializzazione di tutto (compresa l’istruzione e la cultura), ogni cosa
ridotta a merce, declassamento dell’umanesimo, trionfo dello scientismo,
dittatura delle banche e della finanza.
Non è che avessero in fondo tutti i torti, anche
perché queste loro critiche furono praticamente le stesse, approfondite in
vario modo, di tutta quella che negli anni Trenta del Novecento venne chiamata
la “letteratura della crisi” e che coinvolse pensatori di ogni tendenza
ideologica e filosofica. Quello di Verne e Salgari era un mettere in guardia i
contemporanei nei confronti di un futuro negativo che non volevano si
realizzasse. Hanno fallito, non ci sono riusciti, si deve dire, ma così hanno
scritto entrambi delle vere, piccole antiutopie: società che paventavano e che
noi viviamo in pieno. O quasi.
Gianfranco
de Turris